Agricoltura nel ragusano: serre, rivoluzione mancata

di Pippo Gurrieri

E’ stato pubblicato – per Sicilia Punto L edizioni – il volume collettivo “La fascia trasformata del ragusano. Diritti dei lavoratori, migranti, agromafie e salute pubblica”. Ecco il contributo di Pippo Gurrieri con un inquadramento storico.

Con la sconfitta delle lotte per l’imponibile di manodopera e per lo sfruttamento delle terre incolte degli anni ’50 del secolo scorso, seguite al varo della legge di Riforma Agraria, nelle organizzazioni sindacali dei braccianti e dei piccoli contadini, sotto influenza socialista e comunista, si fa strada il progetto di fare acquistare – con prestiti bancari alquanto onerosi – ai protagonisti di quelle lotte, piccoli appezzamenti di terreno di 1, 2 ettari, da coltivare in serre costruite con materiali poveri: canne, poi sostituite dal legno, e teloni di plastica. E’ grazie ad alcuni contadini di Vittoria e a un tecnico di S. Croce Camerina che si deve l’intuizione della serra di circa 300 mq, che inizia ad essere sperimentata nel territorio tra Scoglitti e Punta Secca, per poi svilupparsi fino a Santa Croce, Marina di Ragusa, Scicli e Donnalucata, all’entroterra vittoriese, ad Acate, prevalentemente sui terreni sabbiosi e incolti. La resa del prodotto è fino a 6/7 volte superiore a quella ottenuta col metodo di coltivazione tradizionale. (1)

Va premesso che, se nel vittoriese prevaleva fino ad allora la produzione vitivinicola, il territorio sciclitano si distingueva per una produzione di pomodoro in campo aperto a livello anche industriale, sin dalla fine dell’Ottocento; erano presenti magazzini per la selezione e la lavorazione del prodotto che, con l’arrivo della ferrovia negli ultimi anni del secolo, cominciò ad essere esportato anche all’estero. L’agricoltura della fascia costiera pertanto, prima degli anni Sessanta si era parzialmente emancipata dalla cerealicoltura.

Dalle contrade di Scoglitti, Punta Secca, Punta Braccetto, Macconi le serre si diffondono rapidamente su tutta l’area pianeggiante del ragusano, sconfinando nelle limitrofe province di Siracusa e Caltanissetta. Se nell’”anno zero” (1960/61) le colture protette raggiungevano appena i 34 ettari, dieci anni dopo gli ettari occupati erano 2000, le serre 18.800 e gli addetti superavano i 10.000. Si trattava prevalentemente di piccole aziende a conduzione familiare o a contratto di compartecipazione con i proprietari terrieri, tuttavia afflitte da forte carenza di infrastrutture (specie trasportistiche), da insufficiente rete idrica e dalla quasi assenza di elettrificazione nelle campagne, che condizionavano la commercializzazione.

Attorno all’agricoltura protetta prende slancio un importante indotto nei settori del legno e della plastica, del gas per riscaldamento, delle torbe e dei concimi, delle sementi e dei vivai, del trasporto privato, degli affari bancari e notarili. Le serre modernizzano la pianura del Sud-Est siciliano, che acquisirà la denominazione di “fascia trasformata”: ma se migliaia di braccianti e contadini poveri e semi-poveri transitano alla condizione di padroncini, o in quella di compartecipanti, tutti sono parte di un’attività basata sull’autosfruttamento di sé e della propria famiglia. Ciò è all’origine di lotte continue e pressanti per ottenere migliori condizioni, a partire dal contratto di compartecipazione che definirà gli oneri spettanti ai proprietari in materia di spese per sementi, concimi e anticrittogamici nella misura del 50%, e il 100% delle spese per l’impianto delle serre, la motoaratura e il carburante, oltre a importanti diritti per i lavoratori: assistenza sanitaria, assegni familiari, indennità di disoccupazione (conquiste a lungo rimaste sulla carta).Successivamente si aggiungeranno anche l’acqua per l’irrigazione, i pali e le palizzate (2).

Dai comuni delle province limitrofe arrivano intanto braccianti a frotte per lavorare nelle serre, mentre contrade e paesi e città vengono coinvolte nel boom di questa forma di agricoltura intensiva ancora semi-industrializzata, che nei soli territori di Vittoria e Santa Croce vede la presenza, nei primi anni Sessanta, di ben 5000 aziende e una crescente ricchezza diffusa la cui principale manifestazione sarà un esteso e incontrollato “mercato” edilizio che farà nascere nuovi quartieri abusivi, del tutto privi di servizi essenziali (acqua, fogne, strade), dove i “pumarurari” e tutti gli altri arricchiti, investono le loro risorse, prima di spostarle sulla fascia costiera in seconde case e ville che stravolgeranno i villaggi e il litorale.

E’ in questi quartieri, soprattutto a Vittoria (Fanello, Forcone, San Giovanni), che si svilupperanno nuove organizzazioni criminali, le quali, col tempo, assumeranno un ruolo fondamentale nel controllo dell’economia locale, in autonomia dalle famiglie storiche di Cosa Nostra catanesi e del Nord-Ovest dell’Isola (Gambino, Salvo, Aiello, Greco), che nel corso degli anni, col mutare delle rotte dell’eroina dal Mediterraneo all’America Latina, avevano spostato i loro interessi sulle feconde terre iblee della “fascia”, acquistando terreni e aziende, ma non impicciandosi degli affari dei “locali” (3).

La prima grande crisi di sovrapproduzione del 1967 impone scelte radicali che permettano al comparto di reggere: la produzione viene quindi estesa a tutto l’anno. Produrre anche nei mesi caldi significa tuttavia una nuova politica di gestione dell’acqua, dei prodotti chimici e un impatto con il lavoro umano dalle conseguenze sconvolgenti. Si scavano migliaia di nuovi pozzi (molti fai da te), aumentano i consumi di gasolio, la disinfestazione dei terreni non sempre è svolta in maniera corretta. Nelle serre si produce prevalentemente pomodoro stagionale, ma la diversificazione necessaria a superare la crisi porta ad introdurre la coltivazione di peperoni, melanzane, zucchine e fiori. La grossa proprietà si lancia nell’affare investendo in serre più sofisticate (in ferro e vetro, che consentono di non dover sostituire la plastica ad ogni fine ciclo), su appezzamenti molto più estesi, attrezzate in maniera efficiente (riguardo l’aerazione, l’irrigazione, il riscaldamento, la meccanizzazione), mentre le cooperative costituite dai piccoli proprietari (le prime furono la Rinascita a Vittoria, la Risorgimento e la 1° Maggio a Scicli, la S. Giuseppe a Santa Croce), danno slancio all’esportazione del prodotto.

Ormai il comparto può definirsi a tutti gli effetti un segmento di agricoltura industrializzata con la peculiarità di trovarsi in un contesto difficile ed anche arretrato, sia dal punto di vista economico che politico; la Regione Siciliana fatica a riconoscere le richieste della categoria, mentre la rapida trasformazione dell’attività fa emergere, nel giro di neanche un decennio, serie criticità nel campo della salute dei serricultori (4). Si registrano decine vittime, e suona il campanello d’allarme.

Grandi aziende del nord si occupano in maniera monopolistica della commercializzazione; nei trasporti si impongono grosse società, che man mano soppiantano, fino ad azzerarlo, il trasporto ferroviario, ridottosi alla spedizione di sole 624 tonnellate di merci, di cui una minima parte agricole; l’assistenza fito-sanitaria è insufficiente; e visto che il settore è in grado di assicurare produzioni e profitti da record, i costi dei terreni e di ogni altro fattore collegato alla produzione hanno picchi esagerati: un ettaro di terreno che nel 1966 costava 360.000 lire, nel ’73 valeva 3.500.000, e nel ’77 una ventina di milioni. Le campagne della fascia trasformata subiscono uno sviluppo capitalistico che le stravolge trascinando in un percorso imprevedibile quelle migliaia di contadini che si erano lanciati nell’avventura.

Nel 1968 nella fascia trasformata del ragusano si producono 2.160.000 quintali di ortofrutta sui 2.999.200 quintali prodotti a livello nazionale: si tratta (ISTAT 1969) dell’89% della produzione regionale e del 72 % di quella nazionale. Dieci anni dopo la provincia, con oltre 20.000 serre, produce ancora il 50% del prodotto nazionale, negli anni ’90 il 47% e i 2/3 di quella siciliana. Il solo mercato Fanello di Vittoria commercializzava 2 milioni di quintali di ortofrutta l’anno. Dati recenti gli attribuiscono un volume d’affari di oltre 600 milioni di euro l’anno, con merce movimentata quotidianamente da oltre 400 tir che partono per il Nord Italia e l’Europa; attorno ad esso ruotano più di 500 operatori, 3.000 produttori e circa 65 commissionari ortofrutticoli (5), che ne fanno uno dei primi mercati d’Italia per volume d’affari.

Secondo dati del 1997 (6) nei comuni della fascia trasformata erano attive 8.014 imprese agricole su un totale provinciale di 10.186; quelle attive in “ambiente protetto” occupavano complessivamente 7.350 ettari, per 1.600.000 quintali di pomodori, 720.000, di melanzane, 504.000 di peperoni, 350.000 du zucchine, ecc., cui vanno aggiunti i 571 ettari di coltivazione floricole.

Ma dietro i pomodori si celano tante peculiarità: speculazioni, sfruttamento della manodopera, schiacciamento dei più piccoli da parte dei grossi proprietari, nocività e danni alla salute dei lavoratori addetti. Le serre nel primo ventennio occupano all’incirca 10.000 persone, rappresentando un settore all’avanguardia per lo sviluppo economico del Sud-Est siciliano, oltre che un forte freno all’emigrazione verso il Nord e l’estero, le cui condizioni di lavoro sono messe a dura prova: una forte incidenza di infortuni anche mortali dovuta all’esposizione alle alte temperature in estate e all’umidità nonché all’uso di fitofarmaci e diserbanti, si affianca ad una nuova schiavitù operaia, particolarmente aggressiva verso i braccianti e i compartecipanti, occupati con orari lunghissimi e redditi sempre più bassi.

In questo periodo le rivendicazioni delle categorie vertono soprattutto sulla possibilità di ottenere prestiti e contributi in termini più rapidi, sui controlli alla salute, sul non essere sopraffatti dalle eccessive spese di gestione e produzione. La vita nelle serre diventa dura, difficile: molti lavoratori dopo pochi anni sono fuori uso, mentre il settore vive un’espansione senza precedenti. Così negli anni ’70 arrivano tunisini e marocchini, disposti ad accettarne le dure condizioni di lavoro, agevolati da una ancora diffusa parcellizzazione della produzione; alcuni braccianti immigrati riescono a diventare piccoli proprietari acquistando o affittando le serre, vengono raggiunti dalle famiglie, si integrano nelle comunità locali e le loro condizioni economiche tendono a somigliare a quelle dei proletari autoctoni.

Oggi circa la metà degli occupati in agricoltura in Sicilia sono stranieri, in gran numero rumeni e tunisini; staccati gli albanesi. Nelle serre, dove la manodopera non italiana si aggira attorno alle 20.000 unità, dal 2007 la concorrenza dei rumeni, che accettavano 10/15 euro al giorno, s’imponeva sui maghrebini, che avevano conquistato i 25/30 euro e cominciavano ad assestarsi in quanto a diritti riconosciuti, pur rimanendo tutti ancorati a ritmi di sfruttamento molto alti: per quelle cifre si era costretti a stare nella serra anche 12/14 ore. I rumeni, inoltre, essendo comunitari, non creano problemi di permessi di soggiorno, e vengono gestiti con maggiore tranquillità da padroni e padroncini: il lavoro nero si aggira sul 60%, ed è affiancato da quello “grigio”, che vede dichiarare solo la quantità di giornate sufficienti a poter godere della disoccupazione, la quale, si trasforma in un’elargizione padronale. Nella fascia trasformata si assiste ad un grande business di illegalità sulle spalle dei braccianti, in cui entrano in gioco caporali, padroni senza scrupoli, e un sottobosco di soggetti indispensabili ad assicurare la copertura al sistema.

Questo mentre nei mercati sono le mafie a farla da padrone condizionando prezzi, trasporti, attività di confezionamento e distribuzione, e inquinando irrimediabilmente l’economia del territorio. Attorno a quello di Vittoria negli anni ’80 si svolge una feroce guerra di mafia per la gestione delle attività di “protezione”, il controllo diretto dei box e delle attività di autotrasporto. Per lavorare al Fanello, 5° mercato d’Italia per volume di traffico, bisogna passare dalle “famiglie”; chi si rifiuta subisce la condanna a morte (caso Incardona, 1989). Nei primi anni ’90 del secolo scorso il gommato, sotto stretto controllo mafioso, muove oltre 5 miliardi al mese. (7 e 8).

Ma il comparto subisce anche lo strapotere della grande distribuzione, che realizza margini di profitto stratosferici, vendendo i prodotti con rincari anche del 400%, dopo averli acquistati a 30/40 centesimi al chilo. Anche l’indotto è coinvolto nel disastro. I produttori, per resistere, sprofondano il coltello sui nuovi schiavi, abbassano le paghe giornaliere, accentuando il lavoro nero, instaurando rapporti anche violenti, all’interno dei quali si dispiega un particolare accanimento verso le donne immigrate, in balìa di soggetti che controllano le loro vite, fenomeno questo particolarmente sviluppato all’interno dei magazzini di confezionamento, dove a salari di fame e orari impossibili (dall’alba al tramonto, e anche più) si affiancano livelli di violenza (anche sessuale) e schiavitù estremamente pesanti.(9)

Spesso, anziché cercare di sviluppare un’agricoltura di qualità (percorso virtuoso che alcuni comunque tentano, promosso anche dalle cooperative), basata sul biologico, sulla riduzione dell’impiego degli antiparassitari, e sul fondamentale rispetto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, si sceglie la via più semplice e antica dello sfruttamento, rendendo il lavoro nelle serre un inferno, dove i vecchi mali tendono a perpetuarsi sulla nuova mano d’opera: la nocività, la subalternità, lo sfruttamento salariale, la questione degli alloggi.

Oggi alcune realtà cercano di smarcarsi da questa situazione; ad esempio, dei 6000 ettari di serre dedite alla produzione di pomodoro da tavola, in ben 1800 si è adottata la coltivazione idroponica fuori suolo, che permette una forte riduzione del fabbisogno idrico, di fertilizzanti e pesticidi (10). Anche la produzione biologica è in rapida espansione, e diverse aziende si sono alleate e organizzate creando anche marchi che oggi sono in grado di esportare in decine e decine di paesi, in particolare le salse da ciliegino.

Un comparto, come si vede, che esprime diverse anime e condizioni, ma conserva una forte difficoltà a fare rete e ad aggiornarsi rispetto alle nuove tecnologie di produzione (spesso per la sua frammentazione in aziende povere di risorse), che lamenta la scarsa collaborazione delle università e della ricerca, subalterno a rivendicazioni rivolte alla classe politica per moratorie sui debiti e migliori condizioni per i prestiti bancari, ed un maggior funzionamento del Piano di Sviluppo Rurale, specie per quel che concerne l’erogazione di finanziamenti da cui molte aziende dipendono, e che fanno la differenza tra le più piccole, sempre più schiacciate dalla crisi, e le grandi, dotate di capacità economiche e innovative proprie.

NOTE

1) Giuseppe Miccichè, Economia e sviluppo in terra iblea, Ragusa 2014.

2) Giuseppe Miccichè, Il difficile sviluppo. Sindacati e lotte del lavoro nei comuni iblei, Ragusa 2000.

3) Carlo Ruta, I Vittoriesi. La mafia e i complici, Pioppo 1999.

4) L’Opposizione di Sinistra, Ragusa, anno I, numero 1,11 ottobre 1969. Numero speciale sulle condizioni di lavoro e di salute nelle serre. Si veda anche Sicilia libertaria n. 4, Ragusa, dicembre 1977, “Le serre. Sfruttamento dei contadini del ragusano tra industrializzazione e nocività”.

5) Giuseppe Bascietto, Stidda, Palermo 2003.

6) Sistema Statistico Nazionale, Ragusa in cifre, Ragusa 1998.

7) Carlo Ruta, Il caso Vittoria, Siracusa 2001.

8) Carlo Ruta, Lo scandalo Vittoria e la mala giustizia a Ragusa, Palermo 2002.

9) Sicilia libertaria, n. 402, febbraio 2020, Dietro i pomodori, con interventi di Antonello Mangano e Pippo Gurrieri.

  1. Yuko Okuma – Sara Sargenti, Il pomodoro: Oro Rosso dItalia, 2019.

INDICE di «La fascia trasformata del ragusano. Diritti dei lavoratori, migranti, agromafie e salute pubblica».

Michele  Mililli: Nota introduttiva.

Stefania Mazzone: Prefazione – Nomadi, migranti, territorialità: le ragioni, la ricerca, le azioni. 

Pippo Gurrieri: Serre: una rivoluzione mancata. 

Gianni Petino: Una prima osservazione geoeconomica della “fascia tra-sformata” in Sicilia. 

Carlo Colloca: La plastificazione dell’ecosistema e del paesaggio.

Valeria Piro – Giuliana Sanò: La mobilità come risorsa. Strategie individuali e forme di organizzazione dei lavoratori nella Fascia Costiera Trasformata.

Michele Mililli: Un modo nuovo di fare sindacato, un ritorno al passato. 

Sebastiano Cugnata – Alessia Campo: Una prospettiva di riscatto: il doposcuola tra le dune di Marina di Acate.

Marina Chessari: Quei bambini che non fanno rumore.

Vittoria Lombardo – Sabina Di Raimondo: Progetto Scuolabus – Una scuola per tutti.

Emergency: Una sanità più inclusiva: il progetto di Emergency. 

Valeria Mouren: Il fenomeno migratorio nel ragusano.

Veronica Indigeno – Michele Mililli: Intervista a Bashir A. Samaale.

Andrea Gentile: Chiedo asilo sotto serra. Lo sfruttamento dei migranti in accoglienza a Vittoria. 

Silvia Cappello: Due comunità a confronto.

Veronica Indigeno: La “Umma Islamiyya” Casmenea. Il caso di Comiso. 

Jacopo Anderlini: Il Mediterraneo come frontiera: il governo delle migrazioni nel ragusano. 

Stefano Gianandrea De Angelis: Postfazione. 

Illustrazioni di Davide Casella.

Pagine 190, euro 14. Per richieste scrivere a: info@sicilialibertaria.it

Per i versamenti utilizzare il ccp n. 1025557768 intestato a: Associazione Culturale Sicilia Punto L. (sconto del 40% per richieste uguali o superiori alle 5 copie).

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • Domenico Stimolo

    Bravo Pippo, la tua ricostruzione storiografica e sull’attuale stato dell’arte della specificita’ dell’agricoltura ragusana, e’ fondamentale per fare capire al ” grande pubblico nazionale” un fenomeno economico e sociale di grandissimo rilievo.
    Certo, le contraddizioni sono violente. Nelle grandi speculazioni commerciali e nel ruolo della mafia ( in gran parte , quest’ ultima venuta dall’esterno, dalle aree siciliane limitrofe).
    Fa molto male constatare, come ben noto da lungo tempo, che le storiche progressiste aree del ragusano, siano divenute luoghi primati di sfruttamento dei migranti.
    Micio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.