Algeria: muore a 100 anni Ali Yahia Abdennour, l’avvocato…

.. simbolo delle lotte per la giustizia

di Karim Metref

Riprendo dal quotidiano il manifesto questo articolo pubblicato il 4 maggio. Ali Yahia Abdennour è morto il 25 aprile: come notizia è datata, ma come storia non ha scadenza. La storia di un uomo che per 100 anni è sempre stato al centro della Storia del suo paese, l’Algeria, lottando sempre per la libertà, per la giustizia e per i diritti di tutti. 

Ali Yahia Abdennour, trascinato dai poliziotti all’età di 90 anni

Ali Yahia Abdennour, cent’anni di resistenza in Algeria

Se non si presentava più in piazza ogni venerdì insieme alle folle oceaniche del movimento Hirak, che da due anni occupa il centro della scena politica in Algeria, è perché la salute non glielo permetteva più. Ma non mancava mai di mandare messaggi di incoraggiamento e sostegno. Eterno combattente per la giustizia, la pace e i diritti di tutti, l’avvocato Ali Yahia Abdennour si è spento il 25 aprile scorso dopo più di cento anni di una vita dedicata alla resistenza e alla lotta.

NATO IL 18 GENNAIO DEL 1921 in Alta Cabilia, nel Nord di un’Algeria nella quale il colonialismo francese era presente ormai da quasi un secolo e credeva di durare per sempre. Come molti montanari della regione seguì l’iter scolastico riservato ai più dotati tra gli «indigeni» e diventò maestro di scuola elementare. Ma per poco. Presto arriva la II Guerra mondiale e sconvolge la vita di tutti. Mobilitato, il giovane maestro è ferito e decorato nella battaglia delle Ardenne del 1944.

Al ritorno in patria nel 1945, come molti ex combattenti fortemente scossi dalla notizia dei massacri di civili inermi commessi dall’esercito francese dopo i fatti dell’8 maggio 1945, detti «di Setif, Ghelma e Kherrata», Ali Yahia aderisce al movimento indipendentista del Partito del popolo algerino (Ppa). Da lì segue un percorso classico di lotta: attivismo politico e sindacale, clandestinità, arresti domiciliari, carcere… fino all’indipendenza del Paese nel 1962.

Dopo, Ali Yahia fece parte della nuova classe dirigente, ma non dura a lungo. Sono del 1967 le sue dimissioni da ministro dell’Agricoltura in disaccordo con le derive autoritarie del governo di Houari Boumediène. E da lì non ci fu più ritorno. Si laureò in legge, divenne avvocato e si dedicò alla difesa dei diritti e delle libertà collettive e individuali.

Difensore di molti oppositori perseguitati, fondatore della prima Lega algerina per la difesa dei diritti umani, non venne mai meno al suo dovere di avvocato e difensore dei diritti umani, anche quando si trattò di difendere personaggi molto controversi come i leader del Fronte islamico di salvezza (Fis).

DIFFAMATO E ARRESTATO innumerevoli volte, Ali Yahia Abdennour non si è mai arreso. Presente in ogni piazza, in ogni movimento per la democrazia, per la pace, per i diritti. La sua foto, trascinato da ben cinque poliziotti all’età di 90 anni durante una protesta contro la terza elezione farsa dell’ex presidente Bouteflika è diventata simbolo di resistenza e di lotta in Algeria.

IL HIRAK, quel vasto movimento di protesta nato prima per protestare contro Bouteflika poi contro tutto il regime e il sistema politico in vigore, lo trova ormai molto anziano e in uno stato di salute precario. Dal 22 febbraio 2019 non scendeva più in piazza insieme alle folle che invadono le città ogni venerdì.

LA MORTE DI ALI YAHIA Abdennour interviene in un momento in cui il movimento appare stanco, dopo due lunghi anni di lotta solitaria; con la crisi del Covid che è venuta a complicare tutto e un regime che dopo forti tensioni interne seguite alla caduta di Bouteflika si sta ricompattando. Un ritrovato equilibrio interno che ha portato al ritorno dei vecchi capi dei servizi segreti, con la loro scienza della manipolazione e l’uso sapiente dei gruppi estremisti e terroristi per giustificare la repressione, le chiusure e le limitazioni delle libertà.

LA SCOMPARSA DELL’AVVOCATO, che ha sempre agito per la pace, l’unità e i diritti, ha riportato l’attenzione sull’obiettivo iniziale e sembra aver riunificato le diverse anime di un movimento che appariva minato dalle divisioni interne. Almeno per il tempo di un funerale. Come un ultimo dispetto al regime corrotto e violento, dopo 100 anni di resistenza anche la morte del vecchio militante è un atto di lotta.

Karim Metref
Sono nato sul fianco nord della catena del Giurgiura, nel nord dell’Algeria.

30 anni di vita spesi a cercare di affermare una identità culturale (quella della maggioranza minorizzata dei berberi in Nord Africa) mi ha portato a non capire più chi sono. E mi va benissimo.

A 30 anni ho mollato le mie montagne per sbarcare a Rapallo in Liguria. Passare dalla montagna al mare fu un grande spaesamento. Attraversare il mediterraneo da sud verso nord invece no.

Lavoro (quando ci riesco), passeggio tanto, leggo tanto, cerco di scrivere. Mi impiccio di tutto. Sopra tutto di ciò che non mi riguarda e/o che non capisco bene.

2 commenti

  • LELLA DI MARCO

    bellissima storia e tenera narrazione…sono cresciuta con l’Algeria nel cuore a Trapani perchè mio padre era nato al Algeri figlio di immigrati siciliani. Da Nemour…” ricordo che questo è il paese dove è nato – a Parigi, gli spostamenti erano continui con la frenesia di ritornare in Sicilia e l’impossibilità a farlo. mio nonno lavorava in un cantiere navale …. capivano i due popoli e si sentivano vicini agli arabi …. con giudizi molto critici soprattutto sui “francesi”
    Ritornarono a Trapani e mio padre aveva 17 anni ….con tutte le caratteristiche e le pratiche di vivere e sopravvivere che riscontro nei migranti che conosco. Ritorno senza aver fatto fortuna …. ma erano orgogliosi di tutto quello che avevano imparato , delle relazioni avute e tanto è stata sempre la loro forza che hanno trasmesso a anche a figli e nipoti, ed il loro essere diversi come mentalità dai trapanesi che hanno ritrovato nella loro terra. …ANCHE IO NE SONO FIERA.
    GRAZIE KARIM — salam

  • Grazie Lella,
    Gli Italiani in Algeria, come del resto in Marocco, tunisia e Libia, erano tantissimi. Erano una specie di classe tampone tra i coloni francesi e gli indigeni. Ma numericamente erano in maggioranza in molte zone. Ne testimoniano i nomi delle città: Palestro, Marengo, Montenotte, Cefalù, Castiglione…
    Se l’arroganza dei coloni non avesse portato allo scontro frontale, forse sarebbe nato un paese multiculturale bellissimo.
    Alla fine della guerra l’OAS aveva fatto tante di quelle stragi, che i Pied-noirs erano sicuri che dopo l’indipendenza sarebbero stati massacrati. E se ne sono andati tutti. Anche se gli accordi di Evian prevedevano la loro permanenza e il rispetto delle loro persone e dei loro beni (tranne i grandi latifondi). Peccato. Ma la Storia e ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, fa parte solo della nostra immaginazione.
    Un abbraccio.

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