Algeria: ovunque si gridava «Viva la libertà»

di Karim Metref (*)

11 dicembre 1960: la guerra in Algeria va avanti da ormai 6 anni pieni. I morti si contano a centinaia di migliaia e non si vede la fine. De Gaulle mostra di

essere sempre più incline al negoziato e alla ricerca di una soluzione politica. Nel suo discorso del 16 settembre 1959, parla del «diritto del popolo algerino all’autodeterminazione». Un discorso ritenuto insopportabile da parte della destra ultraconservatrice. Le popolazioni europee in Algeria organizzano molte proteste contro la politica conciliatrice di De Gaulle e si arriva fino agli scontri ma non ancora ai colpi d’arma da fuoco. Nei mesi di gennaio e febbraio del 1960, ad Algeri, ci sono le barricate. Dietro la rabbia e le proteste popolari si organizzano le prime iniziative armate che confluiranno poi nella famigerata OAS (Organisation armée secréte).

Nella stessa settimana il generale Charles De Gaulle era di nuovo in visita in Algeria suscitando le proteste dei cittadini di origine europea. E intanto l’Onu con la risoluzione 1573 (XV) ricordava il diritto del popolo algerino a disporre del proprio destino. Una importante vittoria politica per il Fronte di Liberazione Nazionale che chiamò le popolazioni civili a dare un segno forte di sostegno al lavoro diplomatico in corso.

La popolazione si preparò di nascosto scrivendo striscioni e cucendo bandiere di fortuna, ma tutti si chiedevano se l’evento avrebbe avuto veramente luogo. Il Paese era in guerra e le truppe coloniali sparavano per un sì o per un no. Ma involontariamente furono gli stessi ultracolonialisti a creare la scintilla che scatenò la sollevazione popolare. Il 9dicembre, due giorni prima, durante le manifestazioni anti De Gaulle, gli uktrà colonialisti – sicuri dell’impunità – orchestrarono varie provocazioni e aggressioni ai danni di civili algerini. Ma a Belcourt, un quartiere popolare allora di periferia, la gente disse basta e uscì in una contromanifestazione che fece scappare gli “ultrà”: si dimostrarono, da buoni fascisti, coraggiosi solo se in superiorità numerica. Quella piccola vittoria rilanciò le speranze della popolazione algerina di vedere finite le sofferenze di 6 anni di conflitto con mezzi e forze del tutto squilibrati.

Il resto si vede molto bene nel film «La battaglia di Algeri» di Gillo Pontecorvo. Il mattino dell’11 dicembre la gente comincia a uscire in massa: tanti uomini ma soprattutto donne e bambini. I quartieri poveri di Belcourt, Diar el Mahçoul, Salembier, El Harrach, Kouba, Birkhadem, Climat de Francee la Casbah riversano la loro popolazione per le strade, in direzione del centro città. Tutti in direzione dei quartieri europei finora off-limit. «Qui siamo a casa nostra e quindi andiamo dove ci pare» sembra dire la folla alle forze dell’ordine impreparate a fronteggiare una simile onda umana.

Si canta, si balla, le donne lanciano in continuazione gli jujù tradizionali: strilli di gioia, di tristezza, di rabbia, di sfida. E negli striscioni c’è scritto: «Algeria algerina» (in risposta allo slogan “Algérie française”), «Viva l’indipendenza», «viva l’FLN», «Viva il GPRA» (il governo Provvisorio della Repubblica Algerina, in esilio)… Numerose sono anche le bandiere del movimento di liberazione, spesso cucite in fretta e male, perfino sbagliate. Oltre che ad Algeri, la gente scese in strada anche a Orano, Chlef, Blida, Constantina, Annaba… e molti altri piccoli centri. Ovunque si gridava viva la libertà, viva l’indipendenza. E in faccia al colonialismo si urlò che il Fronte di Liberazione Nazionale non era un volgare branco di criminali come scriveva la stampa ufficiale ma il vero rappresentante delle aspirazioni del popolo algerino a una vita dignitosa.

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(*) Ogni tanto nel fecondo caos del blog una «scordata» si perde, di solito accade per colpa mia che mi perdo il post o cose del genere. Questa di Karim Metref è rimasta bloccata ma siccome è proprio una bella storia… l’ho recuperata. Eccola qua, fuori data ma comunque ritrovata. (db)

 

Karim Metref
Sono nato sul fianco nord della catena del Giurgiura, nel nord dell’Algeria.

30 anni di vita spesi a cercare di affermare una identità culturale (quella della maggioranza minorizzata dei berberi in Nord Africa) mi ha portato a non capire più chi sono. E mi va benissimo.

A 30 anni ho mollato le mie montagne per sbarcare a Rapallo in Liguria. Passare dalla montagna al mare fu un grande spaesamento. Attraversare il mediterraneo da sud verso nord invece no.

Lavoro (quando ci riesco), passeggio tanto, leggo tanto, cerco di scrivere. Mi impiccio di tutto. Sopra tutto di ciò che non mi riguarda e/o che non capisco bene.

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