Alluce e allucinazioni

di Mark Adin

Ho scoperto un legame semantico tra alluce e allucinazione grazie a una scomposta manovra pedicurativa che mi ha procurato una infezione, appunto, all’alluce destro. Mario l’infermiere mi aspetta al pronto soccorso e mi dà una sistemata, sotto l’occhio attento del medico di guardia.

Durante la notte il dito mi aveva fatto così male da impedirmi persino il mio abituale, intermittente dormiveglia, immettendomi in un lungo tunnel allucinatorio, dal quale trarre vaghi presagi.

Ho sognato che morire non mi faceva paura, il cielo sopra di me andava allargandosi a dismisura, fino all’eternità. Non c’era dimensione alcuna, la vastità era tale da avvolgermi completamente e andava oltre la mia percezione stessa. Mi attraversava. C’era una musica con la quale provavo una sorta di esperienza tattile, voglio dire che la toccavo e ne ricevevo calore, come un neonato avverte quello del seno materno, ma era musica, soltanto musica, se così potevo chiamarla. Era, più precisamente, una proporzione geometrica, una relazione numerica calcolata per mezzo di un metodo che non mi era stato insegnato, perfettamente intuitivo, che destituiva la razionalità dalla sua storica funzione. Perché il tempo non c’era, dunque non c’era la storia, con i suoi prima e i suoi dopo. E non esistendo più il tempo, la felicità era possibile: riempiva ogni vuoto, pur essendomi estraneo il procedere del bimbo che riempie il secchiello di sabbia quando il secchiello è infinito e la sabbia troppo fina per avere corpo e sostanza. Non credevo, non sapevo, non volevo. Ero identico al vuoto, ero purissima consapevolezza. Senza alcun turbamento.

Infine ritornai in me e mi scossi per riassaporare quel lento, progressivo dolore del vivere invecchiando, contando i giorni e le ore nel solo unico verso-direzione possibile, quello senza ritorno. E anche la paura ritornò a essermi familiare e maligna, rivennero il sonno e la veglia, fare figli e lavorare, e sfuggire con tutto me stesso, strenuamente, al piacere.

Cosa videro, scrutando tra gli amichevoli numeri, Majorana e Caccioppoli, del nesso astrattamente numerico e sfuggente? Quale inno volle, Albert Einstein,  intonare scrivendo formule-spartito che ci innalzassero presso Dio? Sì, ancora lo chiamavamo tutti così, Dio, non rendendoci conto che era l’unico nome che contenesse, nel nostro codice simbolico, quanto appena potevamo intuire. Tutto, pian piano, si inscriveva in quella ben congegnata macchina allegorica delle grandi sapienze rivelate. Ma rivelate da chi, se non dallo stesso intuito a cui siamo tutti condannati da quando abbiamo la vitale esperienza del mondo? Che per effetto del tempo non siamo più in grado di interrogare?

Neppure la felicità era più necessaria, era tutto risolto da sè.

Qualcosa deve pur accadere, qualcosa che non ci è dato capire, se riprecipitiamo al presente, gravati e zavorrati di volgarissima paura. E’l’infezione che passa, e con essa l’allucinazione. Maledetti antibiotici. Maledetta normalità ristabilita.

Ora che sono guarito, ora son ritornato mortale.

E tutto questo con la complicità del Servizio Sanitario Nazionale.

Redazione
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2 commenti

  • ilaria bianchi

    Brillante! Era tanto che non mi divertivo leggendo qualcosa di itelligente !

  • Cosa non riesce a fare un’infezione! Non tutto il male vien per nuocere. E’ la quarta volta che leggo questo pezzo, ed ogni volta mi lascio rapire più facilmente dalla dimensione onirica che descrivi: vedo il vuoto infinito, odo la vibrazione che tu chiami musica, sento il calore confortante di un nido quale quello della dimensione in cui siamo. Grazie.

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