Ambrosini, Colucci, Manotti, Maralfa, Pugliese più Autori Vari e il duo Danowski-Viveiros de Casteo

7 recensioni di Valerio Calzolaio

Maurizio Ambrosini

«Migrazioni»

Egea

160 pagine per 11,90 euro

Un luogo in cui si immigra e da cui si emigra, l’Italia a esempio. Da molto e per sempre. Maurizio Ambrosini (Vercelli, 1956) è autore del miglior manuale di “Sociologia delle migrazioni” in circolazione, insegna a Milano e cerca spesso di intervenire in sedi pubbliche per correggere percezioni diffuse sul fenomeno migratorio con dati e informazioni, precisione e acume. In un volume recente ha riassunto schematicamente riflessioni accorte sui maggiori problemi connessi alle «Migrazioni», concentrandosi ovviamente soprattutto sulle immigrazioni in corso nel nostro Paese. I titoli dei 7 capitoli (con grafici e tabelle) consentono di capire l’utilità del volume: chi sono gli immigrati; il rapporto tra povertà e migrazioni; perché le politiche di contrasto dell’immigrazione non funzionano (tanto meno quelle avviate dal governo in carica); gli immigrati rubano il lavoro? (no); famiglie migranti: come l’immigrazione mette radici; la coesione sociale; la dimensione religiosa.

 

Déborah Danowski e Eduardo Viveiros de Casteo

«Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine»

traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri

Nottetempo (originale 2014).

292 pagine, 17 euro

Pianeta Terra. Antropocene. La fine del mondo è un tema apparentemente sconfinato (almeno finché non accadrà). Il registro etnografico restituisce una varietà di modi in cui le culture umane hanno immaginato la disarticolazione dei cardini spazio-temporali della storia. Oggi stiamo davvero rischiando: non sono solo le scienze naturali e la cultura di massa che se ne alimenta a registrare la deriva del mondo; religioni, metafisica, cinematografia, letteratura, immaginario e paure collettive riverberano questa diffusa inquietudine e le distopie proliferano. Antropocene è la denominazione proposta per designare la nuova epoca geologica che segue l’Olocene e che sarebbe iniziata con la Rivoluzione Industriale, per poi intensificarsi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una filosofa ecologista e un antropologo sociale, entrambi brasiliani, presentarono oralmente questo testo a Tolosa il 21 dicembre 2012 (giorno della Fine secondo un presunto “calendario maya”) poi divenuto anche saggio di una raccolta di scritti. L’edizione portoghese risale al 2014, la traduzione italiana al 2017 (la breve specifica prefazione segnala solo poche correzioni e aggiornamenti). Il primo capitolo illustra i termini oggettivi del problema: i confini planetari di nove processi biofisici in via di raggiungimento, l’accelerazione delle alterazioni ambientali con un tasso percepibile nell’arco di una o due generazioni, la prospettiva scientifica di una qualche estinzione di massa. E, sembra, come specie non abbiamo la minima idea di cosa dobbiamo fare per garantire a tutti sopravvivenza e riproduzione. Il tempo dell’Apocalisse è interessante, in effetti.

La migrazione dal mondo (l’attuale pianeta Terra) non è la principale delle alternative prese in considerazione negli ultimi decenni da ecologi, antropologi, filosofi per far fronte alla “fine del mondo”. Sono emersi ragionamenti, oltre che annunci, su: un mondo ancora (finalmente per qualche specie!) senza umani (come accadde oltre sei milioni di anni fa); un mondo senza più fattori biotici (come accadde oltre quattro miliardi di anni fa), tutti estinti dagli umani (senza che qualcuno di noi riesca a migrare e, nemmeno, a raccontarlo); un altro mondo ricreato popolato da un altro popolo o da altri popoli umani; un mondo diversamente resiliente. Vedremo (forse). Per elaborare una griglia critica di ipotesi e letture, i restanti sette capitoli del bel libro prendono in esame la letteratura no fiction (scientifica) e fiction sulla materia. Con notevole capacità di introspezione, di comparazione, di approfondimento. Sono molto attenti a termini e definizioni, evitano enfasi catastrofistiche e destinano saggiamente alle altre specie reti, luoghi, scale e dimensioni molto lontane dalla nostra giurisdizione epistemologica e immaginazione tecnologica. Peccato non citinoMargaret Atwood, la straordinaria competente scrittrice canadese che molto ha fatto riflettere sulle distopie e ha coniato il termine cli-fi, né il grande biologo Edward O. Wilson che un paio d’anni fa ha lanciato il progetto almeno “mezzo mondo”, Half Earth, lasciare i fattori biotici non umani “liberi” di evolvere come “credono” nel 50 per cento degli habitat. E nemmeno Leopardi. In fondo, prima di una ricchissima bibliografia interdisciplinare, si rivolgono alla sinistra, alla frattura fra chi punta un poco sull’intransigenza locale e chi fa troppo i conti con la complessità globale. Insistono però sulle innumerevoli entità, lignaggi e società non umane che costituiscono il pianeta, sui numerosi mondi nel Mondo, sulla possibilità di credere nel mondo attraverso un necessario “incessante ridivenire-indio” (soprattutto in Brasile).

Enrico Pugliese

«Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana»

Il Mulino

154 pagine, 14 euro

Italia. Ultimi decenni. Stanno cambiando profondamente i protagonisti anche dell’emigrazione, le loro condizioni di partenza e gli stessi fattori che li hanno spinti ad andarsene. Il sociologo Enrico Pugliese (Castrovillari, 1942) studia da tempo immemorabile, con acume e competenza, i flussi migratori. Qui dedica particolare attenzione verso gli italiani che sono partiti, stanno partendo, potrebbero partire. Nel trentennio dopo-guerra vi furono grandi migrazioni intraeuropee, l’emigrazione italiana era soprattutto proletaria e contadina. Poi negli anni Novanta hanno iniziato a partire molte persone con elevato livello di scolarizzazione. Ora, negli ultimissimi anni assistiamo a un picco quantitativo, nel 2016 il dato ufficiale (sempre sottostimato) è stato di 114 mila unità, il più alto dal 1970, un quadro appena inferiore riguarda il 2017, a un’età media aumentata e a maggiore ricerca di minore costo della vita e migliori condizioni climatiche. Nell’introduzione il cenno è al probabile avvio di un nuovo ciclo: si sta emigrando nelle grandi aree metropolitane accettando anche lavori precari, con catene migratorie più digitali solitarie che familiari amicali. Il primo capitolo è dedicato a “quanti sono, dove vanno, da dove vengono” valutando la parzialità e l’incompletezza delle statistiche, la fragilità dei nuovi inserimenti (tentati soprattutto in Germania, Svizzera, Francia, Regno Unito), la provenienza maggiore dalle regioni ricche (Lombardia e Veneto); il secondo “chi sono quelli che se ne vanno: cause, aspirazioni, figure prevalenti”, sulla base di indagini pure qualitative. Il terzo capitolo, dedicato a mercato del lavoro e occupazione, ruota intorno alla domanda: siamo di fronte a “una nuova classe di precari?”. Il quarto approfondisce l’individualità della scelta e del comportamento: “da soli o associati?”; il quinto gli emigranti meridionali; il sesto i nessi con l’immigrazione degli stranieri.

L’Italia ha sempre rappresentato un crocevia migratorio. Ora gli stranieri in Italia sono poco più di 5 milioni, gli italiani all’estero poco meno di 5 milioni. Pur attraverso fattori e fenomeni non sincronici, i due ordini di grandezza sono (da diversi anni) praticamente identici. E l’entità dei flussi in ingresso e in uscita tendono ad avvicinarsi. Immigrazione ed emigrazione non sono fenomeni del tutto indipendenti fra di loro, in vario modo riflettono il contemporaneo processo di internazionalizzazione e segmentazione del mercato del lavoro. Inoltre vi sono ritorni, trampolini e ribalzi, sia fra gli immigrati che fra gli emigrati, in una direzionalità che in parte dipende anche da norme e conflitti interni all’Unione Europea (Dublino o non Dublino, Brexit o non Brexit). Proprio a questo riguardo i numeri e le emozioni reali sono spesso diversi dai conteggi ufficiali e dagli studi teorici: in occasione delle trattative per l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa risultavano in quel Paese 260 mila italiani secondo noi, l’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) e 600 mila secondo loro (statistiche altrettanto “ufficiali”), cifre enormemente diverse. Il fatto è che non tutti i nostri ragazzi si iscrivono all’Aire, per svariate ragioni, pur risiedendo all’estero da più di un anno. E che l’ultimo Rapporto sulle migrazioni internazionali (Oecd, 2017) indica l’Italia all’ottavo posto nella graduatoria mondiale dei Paesi d’emigrazione (dieci anni fa eravamo tredicesimi). Eppure, i nostri governi si occupano solo di immigrazione e sicurezza, dimenticano esigenze di reciprocità per diritti e tutele dei nostri compatrioti stranieri in altre patrie, bistrattano i nostri giovani come cervelli in fuga invece che come liberi emigranti (non necessariamente per sempre). In entrata e in uscita, un flusso sano, informato, ordinato, regolare e sicuro, come previsto dal Global Compact dell’Onu, fa solo del bene alla specie umana (già meticcia) e ai singoli Stati.

Michele Colucci

«Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ai nostri giorni»

Carocci

244 pagine, 18 euro

Italia. 1945-2017. L’immigrazione straniera in Italia ha periodi di alti e bassi, non è un fenomeno in crescita costante e di andamento unidirezionale. Arrivi di lavoratori, studenti, profughi ci sono stati in tutti i decenni, di numero maggiore negli Settanta e a partire dalla fine degli anni Ottanta per circa 25 anni. L’emigrazione verso l’estero c’è pure sempre stata, suscitando analogo intenso dibattito culturale e politico. Lo storico Michele Colucci è ricercatore presso il Cnr. Da molto tempo studia e scrive rispetto ai flussi immigratori nel nostro Paese. Il volume ripercorre cronologicamente la storia italiana dal dopoguerra, fin dai movimenti di popolazione provocati dalle conseguenze del conflitto e dai nuovi confini (di pace), innanzitutto verso campi profughi, centri di smistamento, piccoli e grandi alloggiamenti collettivi, spesso in continuità con gli spazi realizzati per rinchiudere i prigionieri durante gli scontri armati. Fa un cenno al dibattito nell’Assemblea Costituente e si dedica alle prime analisi statistiche nel periodo della ricostruzione. Il secondo capitolo riguarda gli anni Sessanta e i primi Settanta, evidenziando come nel 1969 gli stranieri erano prevalentemente americani, tedeschi, svizzeri, inglesi, residenti qui perlopiù per ragioni di famiglia, lavoro, studio. Con la crisi economica (terzo capitolo) un aumento dell’immigrazione convive con altri tre differenti crescenti dinamiche: la migrazione di ritorno, le migrazioni interne, l’emigrazione all’estero. La fine della guerra fredda fa iniziare una nuova stagione, ovunque frontiere più aperte. La svolta si colloca fra il 1989 e il 1992 (quarto cap), con nuove leggi anche a livello europeo, svariate contingenze e i primi sbarchi dall’Albania. Negli anni Novanta l’immigrazione straniera si consolida (quinto) e comincia a cambiare l’origine – molti da Marocco e Romania – e la composizione; cresce ancora nei Duemila (sesto) fino allo scenario recente di crisi e cambiamenti (settimo capitolo).

L’illustrazione di ogni periodo preso in esame valuta il contesto economico-sociale, l’evoluzione delle normative, le indagini quantitative e sociologiche (corredate spesso di tabelle e grafici), la distribuzione nelle varie aree e regioni, le parallele polemiche e politiche (con una ricca bibliografia finale). La prima intuizione sulla centralità dell’immigrazione straniera per l’avvenire della società italiana può essere fatta risalire alla Profezia, componimento inserito nella raccolta pubblicata nel 1964 da Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa, rimasto a lungo poco conosciuto. Nelle conclusioni Colucci sottolinea proprio il ritardo, l’incomprensione, la mancanza di consapevolezza all’interno della società italiana rispetto al ruolo dell’immigrazione straniera, tradottisi sia in continue rincorse (le sanatorie) che in diffidenza xenofoba. Oggi in Italia vivono più di 5 milioni di persone che sono nate all’estero o sono nate in Italia da genitori nati all’estero. Se a questi si aggiungono coloro che hanno acquisito nel corso del tempo la cittadinanza italiana capiamo le dimensioni di una grande epocale trasformazione, strutturale e fondante la meticcia convivenza contemporanea, essenziale per la struttura economica del nostro Paese. Fra i 5 milioni ci sono poi grandi differenze di generazione, reddito, integrazione, che si aggiungono a quelle di genere o di provenienza e che vanno a formare un mosaico sfaccettato e plurale. In base alla nostra Costituzione queste differenze non possono riguardare diritti e tutele e dovrebbero far riflettere anche sul futuro civile e demografico di italiani e italiane. La quasi totalità di chi è arrivato (profugo o meno) è stato all’altezza e ci ha dato una mano, a futura memoria.

AAVV (a cura di Marco Brunazzi e Marco Gobetti)

«Conflitti, lavoro e migrazioni. Quattro “lezioni recitate”»

Edizioni Seb 27

96 pagine per 12,50 euro

Narrazioni culturali contemporanee, ovunque si possa ascoltare (anche). Si stanno sperimentando metodiche di trasmissione orale della storia: una (a Torino) ha visto già una decina di spettacoli senza scenografia (in modo che fossero praticabili in un bar come in un circolo) con un attore che recitava testi accurati, colmi di notizie e riflessioni su un argomento ascrivibile a differenti discipline. In questo volume ritrovate la versione scritta e stampata (con relative note bibliografiche) di “Meridione, lavoro, migrazione, guerre ed esilio, Salvemini e i conflitti del Novecento” (Leonardo Casalino), “Enea profugo” (Franco Pezzini), “Conflict Archaeology: quel che resta della Grande Guerra” (Valentina Cabiale), “Armare il confine per aprirsi al conflitto: retorica e propaganda delle trincee ai tempi di Frontex” (Anna Delfina Arcostanzo). Chi si nutre di conoscenza deve porsi il problema di come il pensiero si trasforma in narrazione, azione e reazione. Ottimo risultato.

 

Dominique Manotti

«Vite bruciate»

(originale Lorraine connection 2006; prima edizione italiana 2009)

traduzione di Claudio Castellani

Sellerio

298 pagine, 14 euro

Lorena e Parigi. Anni novanta. Prima parte in provincia, in una piccola fabbrica della zona siderurgica del Nord-Est. È metà ottobre, c’è un cortocircuito, operaie rischiano la vita, un manager si comporta in modo arrogante, proteste e occupazione, vertenza e accordo, ma scoppia un drammatico incendio. Dalla seconda parte in avanti: nella capitale il 15 ottobre il governo deve scegliere l’acquirente della Thomson, la maggiore impresa pubblica francese di elettronica militare, da privatizzare. L’Alcatel si propone, c’è di mezzo anche la Daewoo Lorena e uno scontro senza esclusione di colpi. Crimini e morti, armi e droghe, corruzione e ricatti, vizi e guerre ammorbano gli affari politico-finanziari. Ogni romanzo di Dominique Manotti (Parigi, 1942), storica ed ex sindacalista, è lì a dimostrarcelo. Ancora in terza varia al presente, ben documentato sul capitalismo reale, aromatizzato anche in luoghi di caccia. Bellissimo questo “Vite bruciate”, ora opportunamente riedito da Sellerio.

 

Chicca Maralfa

«Festa al trullo»

Les Flâneurs

190 pagine, 14 euro

Puglia, alto Salento, valle d’Itria, Ostuni, contrada Pascarosa. D’estate, forse proprio venerdì 12 agosto 2016. C’è una gran bella festa al C-Trullo: trenta ettari di terra, cancellata antica sul viale di pini verso l’edificio padronale (ancora non ben ristrutturato) con balconcino, a cento metri ampia piscina non senza idromassaggio, dietro la casa dei custodi contadini (ora anche per ospiti) con corte, poi soprattutto la trulleria (a sei coni) con una nuova magnifica area residenziale e quattro altri coni diroccati più distanti, l’agrumeto con venti piante di aranci, dieci di limoni, tre di mandarini, un cedro, e ancora la vite, gli ulivi, i grilli. Tutto stasera è un set cinematografico: la proprietaria è originaria dei luoghi, 45enne di Cisternino, famosissima influencer, mammasantissima della moda internazionale, Chiara Laera, in gioventù modella di successo, ora fashion blogger e stylist editor, sorridenti occhi azzurri e lunghi capelli biondi, volto lentigginoso ed esile, non classica bellezza ma fascinosa e magrissima; la festa serve a lanciare l’emergente 27enne fasanese (Pezze di Greco) Vanni Loperfido; per la sua nuova collezione hanno scelto il nome ciceri&tria, il piatto tipico a km0 (base di ceci e pasta fritta), squisito (se ben preparato, come ora). Piccole casse ben nascoste trasmettono musica a volume altissimo per tutti i gusti, i circa trecento agghindati ospiti passano da un artigiano figurante all’altro (mozzarelliere, cartomante, cestaio), ballando e mangiando prodotti biologici (qualcuno molto bevendo, facendo sesso o altro), mentre un drone e vari addetti riprendono e fotografano il lecito in diretta su ogni social possibile, in vista pure di un film. Fra palme, ombrelloni e fuochi d’artificio l’architetto del restauro sembra proprio rilassato nella poltrona gonfiabile in acqua.

La giornalista pugliese – e girovaga – Chicca Maralfa (Bari, 1965) esordisce nella fiction con un testo di scoppiettante prorompente modernità, letto socialmente prima dell’edizione (campagna di comunicazione teaser). Non finisce qui, sono già pronti altri due romanzi. La narrazione è in terza varia al passato, l’incedere originale ed elegante, un poco ripetitivo verso la fine, con una chiusura peraltro ben congegnata. Opportuni divertenti e certificati gli innumerevoli brevi detti e proverbi fasanesi (tradotti in nota). Pur debordando inevitabili anglismi, è un testo consigliabile pure a colleghi lettori antiquati, sconcertati da parlamentari che fanno spettacoli più che norme, da ministri che con tweet e post si sentono più influencer che servitori pubblici. Tutto avviene in una notte, anche se a ogni personaggio significativo e a ogni relazione vitale sono poi dedicati spunti e narrazioni di flashback o backstage. Sullo sfondo uno scontro di civiltà, il conflitto tra vecchio e nuovo, culturale e generazionale (ai tempi della terribile Xylella, questione fitosanitaria e maledizione biblica, tornata purtroppo oggi attuale): i nativi contro gli invasori del Nord e gli stranieri, chi resta ancorato ai vecchi contenuti dell’esistere e chi asseconda ormai solo una modellistica dell’apparire e dell’avere. Il nuovo è la corte di Chiara, succubi e professionisti che le ruotano intorno e dipendono dal suo stile; il vecchio è rappresentato dal custode contadino residente nel podere (e geloso della memoria) Mimmo Montanaro, 65enne figlio del colono della vecchia proprietà, sposato con Memena (titolare della ricetta riportata in fondo come brand), padre di due ragazze, per vent’anni operaio specializzato licenziato quando la fabbrica aveva chiuso. Durante i due tre anni della ristrutturazione era entrato in aperto aspro continuo screzio con l’architetto Sante D’Elia, omosessuale milanese grande amico di Chiara, la quale (presunta colta indigena) cerca comunque sempre di far conciliare gli opposti. Mimmo si sente minacciato dallo sbarco invadente di presenze aliene (manageriali e turistiche) dentro spazi, valori e tradizioni che considera sacri; e medita una qualche rivalsa per salvare il proprio ecosistema, naturale ed esistenziale. Rosé di primitivo e negramaro rosso. Colonna sonora variegata e spumeggiante (la compilation è sul sito dell’esperta autrice).

Redazione
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Un commento

  • Gian Marco Martignoni

    Sono segnalazioni importanti e significative quelle di Valerio Calzolaio, che sul tema delle migrazioni ha scritto un testo di una certa rilevanza con Telmo Pievani “Libertà di migrare “. Proprio per questa ragione mi preme annoverare tra i testi di denuncia del razzismo diffuso e di destra il libro di Sandro Veronesi “Cani D’Estate” (pagine 107 €7 La nave di Teseo), che termina emblematicamente con questa frase di Oscar Camp (il timoniere dell’Acquarius): “Ci sono organizzazioni che difendono il mare dalla plastica, che difendono la flora e la fauna marina, ma una vera organizzazione che difenda i diritti umani nel mare non c’è.”

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