America Latina: governi progressisti di fronte a un bivio

di David Lifodi

“Governi progressisti e società in basso: iniziate le pratiche di divorzio”: è questo il pensiero espresso dal sempre aggiornato e ricco di analisi Mininotiziario America latina dal basso, curato da Aldo Zanchetta. Nell’edizione di inizio 2015 il Mininotiziario propone una serie di riflessioni stimolanti, anche se non da tutti condivisibili, sulle speranze che avevano suscitato i governi rosa e rossi all’inizio degli anni Duemila. Adesso le cose sono un po’ cambiate, forse l’opinione espressa dal Mininotiziario può sembrare fin troppo dura, ma sono alcuni tra i più prestigiosi intellettuali sudamericani, che pure avevano condiviso ed appoggiato in maniera entusiasta la svolta del socialismo del XXI secolo, ad aprire un dibattito su ciò che non va tra certi governi che rappresentavano il cambiamento per coloro che li avevano votati, senza per questo voler dire che sono uguali agli esecutivi liberisti che in America Latina hanno lasciato solo macerie.

Il nodo dirimente è il neosviluppismo che, in misura minore o maggiore, ha finito per contagiare molti governi autodefinitisi progressisti pur avendo finito per abdicare, volenti o nolenti, al richiamo capitalista. In un articolo scritto per http://comune-info.net/ pochi giorni prima del ballottaggio che avrebbe sancito la conferma di Dilma Rousseff alla presidenza del Brasile, Frei Betto parla apertamente di “impasse dei governi progressisti”: criticano il capitalismo finanziario, usano una retorica progressista, ma non riescono a fare a meno del capitale transnazionale. “Il modello neosviluppista monitorato dalla sinistra”, riflette Frei Betto, “si sforza di rendere l’America Latina un’oasi di stabilità  del capitalismo in crisi senza cercare di sfuggire all’equazione che coniuga la qualità della vita e la crescita economica secondo la logica del capitale”. Se è vero che mai, prima d’ora, buona dei paesi del continente latinoamericano sono amministrati da governi di sinistra, è altrettanto innegabile che questa favorevole congiuntura politica finora non sia stata sfruttata al meglio: le disuguaglianze sociali in America Latina restano notevoli, nonostante il raggiungimento di innegabili conquiste, sempre in campo sociale, a partire dalla riduzione della povertà estrema. Eppure non si può fare a meno di notare che quei movimenti sociali che hanno spinto al potere i governi spesso siano stati oggetto di una vera e propria criminalizzazione che, soprattutto in Ecuador (vedi il tentato sgombero della Conaie dalla propria sede o il brusco stop imposto all’iniziativa Yasuní-ITT), ma anche in Bolivia e Brasile (solo per citare i casi più paradossali) ha raggiunto dei livelli preoccupanti con l’accusa di terrorismo solo per aver contestato delle politiche contrarie a quanto è sancito in Costituzioni all’avanguardia (ma inapplicate) che in teoria dovrebbero tutelare il bien vivir e la plurinazionalità degli stati. In un articolo pubblicato su http://www.alainet.org/ e intitolato Por qué la ultraizquierda ha fracasado en América Latina, Emir Sader, sociologo, docente universitario e tra i fondatori del Forum Sociale, sostiene che i governi postneoliberali latinoamericani rappresentano il polo progressista in una situazione economica e sociale mondiale in cui il neoliberismo la fa ancora da padrone. È senz’altro vero, come del resto Sader ha ragione quando sostiene che non si può paragonare l’Argentina kirchnerista a quella menemista, il Brasile di Fernando Henrique Cardoso a quello di Lula e Dilma Rousseff, o l’Uruguay del Frente Amplio agli esecutivi blancos o colorados, però in un certo senso lo stesso Sader elude il problema prendendosela con la sinistra radicale che secondo lui predica l’autonomia dei movimenti sociali senza però riuscire a costruire una forza minimamente significativa in alcun paese del continente. Si potrebbe rispondere che la Conaie in Ecuador, i Sem terra in Brasile o la miriade di movimenti ecologisti di questi due paesi, solo per fare un esempio, non sono proprio una minoranza, e che comunque vivono sotto il costante fuoco incrociato di governi un tempo ritenuti amici, o che comunque sono al potere principalmente grazie a loro. Sader, sotto certi aspetti, rischia di fare di tutta l’era un fascio, sostenendo che la sinistra radicale non è in grado di percepire e comprendere a fondo “gli straordinari progressi dei governi postneoliberali sul piano sociale” che, certo, ci sono stati, ma affiancati anche da una visione che considera l’estrattivismo minerario o la costruzione delle centrali idroelettriche come l’ultima frontiera dello sviluppo, senza curarsi troppo delle resistenze di campesinos, comunità indigene e movimenti sociali. Due esempi su tutti: in Nicaragua la detenzione di alcuni contadini che protestavano contro l’espropriazione delle terre necessarie a costruire il canale interoceanico che dovrebbe collegare i due oceani, ordinata da Daniel Ortega in persona e le proteste dei cocaleros del Chapare nei confronti di Evo Morales. A questo proposito, osserva Aldo Zanchetta: “Se Evo ha ottenuto una netta vittoria nelle ultime elezioni, è bene notare che fra i suoi elettori sono sensibilmente calati gli indigeni, sostituiti dall’elettorato conservatore di Santa Cruz e della mezzaluna. Significa nulla?” Eppure, non appena i movimenti sociali cercano di evidenziare le contraddizioni dei governi progressisti, spesso al solo fine di spronarli, o si limitano a mettere in dubbio la linea politica esclusivamente a livello teorico, vengono tacciati di essere controrivoluzionari o tacciati di essere infiltrati dagli Stati Uniti, come è successo a lottatori sociali stimatissimi anche al di fuori del continente latinoamericano, vedi il caso del boliviano Oscar Olivera. “Essere di sinistra”, precisa Frei Betto, “non è un problema emotivo o di mera adesione ai concetti formulati da Marx, Lenin e Trotsky. Si tratta di una scelta etica, con fondamento razionale. Una opzione che mira a promuovere, in primo luogo, gli emarginati ed esclusi”. È proprio in questo contesto che alcune scelte dei governi progressisti risultano incomprensibili, sebbene si tratti degli stessi esecutivi che hanno promosso con pieno merito l’integrazionismo latinoamericano attraverso istituzioni quali Unasur, Alba e Celac. Ad esempio, scrive Atilio A. Borón su Rebelión, Dilma se entregó sin luchar. Se nei giorni precedenti al ballottaggio con Neves, tutta la sinistra si era compattata per evitare il ritorno al Planalto della destra neoliberista, la nomina di un Chicago boy quale è Joaquim Levy al Ministero del Tesoro rappresenta una sorta di resa incondizionata al grande capitale senza nemmeno provare a svolgere alcuna opera di contrasto, al pari dell’offerta del Ministero dell’Agricoltura rivolta a Katia Abreu, leader della lobby dell’agrobusiness e acerrima nemica dei Sem terra, che ha accettato l’incarico senza farselo ripetere due volte. Va riconosciuto, al tempo stesso, che spesso i governi progressisti hanno un raggio d’azione assai limitato perché condizionati da alleanze con partiti di centro decisivi per la loro sopravvivenza alla guida del paese e  alleati del grandi capitale, un aspetto, questo, che li costringe spesso a cedere a ricatti di ogni tipo, soprattutto dal punto di vista economico.

Di fronte alle incertezze, alle contraddizioni e alle difficoltà dei governi progressisti, in alcuni casi spostatisi decisamente a destra, l’analista politico uruguayano Raúl Zibechi sottolinea una ripresa delle lotte sociali dal basso: il suo giudizio, El ciclo progresista en Sudamerica ha terminado, mette però i brividi. Governi e movimenti all’inizio degli anni Duemila si sono autoalimentati a vicenda: il fatto che in alcuni casi quegli stessi esecutivi cerchino di disarticolare le organizzazioni popolari o tentino di cooptarle non è un bel segnale.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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