Amore? Possibile al 33,333 per cento

Recensione a «L’alfabeto delle spezie» di Anita Nair (*)


AlfabetoDelleSpezie

C’è sempre un Oriente che le persone più pigre non si aspettano. «L’alfabeto delle spezie» (Guanda: 180 pagine per 15 euri; traduzione di Francesca Diano) dell’indiana Anita Nair si apre con una citazione del romanzo «L’isola» di Aldous Huxley, piuttosto sottovalutato in Italia (non in bottega, cfr “L’isola” di Aldous Huxley e Ancora sull’Isola di Huxley).

Una bella storia d’amore che conferma – scrive Claudio Gorlier – come Anita Nair si collochi «nel filone maestro della narrativa indiana che fonde, con assoluta naturalezza, modernità e tradizione, cielo e terra, realtà e simbolo, umano e divino».

L’alfabeto del titolo è un intrigante pretesto, un doppio amo.

Ecco il primo. Attraverso i nomi di alcuni piatti la cuoca Komathi impara finalmente l’alfabeto: «non devi far altro che abbinare le lettere dell’alfabeto a nomi di verdure, condimenti o pietanze. In questo modo non te ne dimenticherai più». E infatti Komathi commenta: «Il cibo lo conosco. Il cibo non scappa via da me, come invece è stato per tutto il resto. Che fossero uomini, benessere, felicità e, a quanto pare, le lettere dell’alfabeto».

Il secondo pretesto è consentire una cornice o un commento agli sviluppi dell’imprevista storia d’amore fra Lee ovvero Lena Abraham e Nave cioè Shoola Pani Dev, «attore in fuga». L’una si era sposata volutamente senza amore perché innamorarsi vuol dire perdere il controllo e dunque correre pericoli; l’altro è in fuga (temporanea?) dai riflettori, dalla celebrità, dalle sue paure.

Molte delle 25 ricette susciteranno in chi legge qualche liquidità nell’area delle papille: niente paura, in coda al libro ci sono dettagliate istruzioni e dosi. Non sono certo un esperto di alimenti ma a memoria direi che l’80 per cento degli ingredienti si trova anche in Italia. Sono rimasto sorpreso scoprendo come ciò che noi chiamiamo curry non abbia alcune relazione con la definizione omonima nella cucina indiana. E naturalmente ignorava tutto della “cattiva” Karuvepilla, foglia del curry, che «non è amica delle donne». E siccome sono ignorantello anche in zoologia mi chiedo se da noi ci sia qualcosa di simile al «tordo fischiatore».

I tre personaggi principali “catturano” chi legge.

L’attore che «non ha mai avuto bisogno di nessuno». Sa che «non è la morte a indossare un mantello nero ma la paura». Ma forse c’è ancora un’Arcadia da trovare.

La donna così impaurita da convincersi che è meglio sposare chi non si ama. Così è diventata «gentile. Ragionevole. Dignitosa. E morta come uno zerbino».

La cuoca (e nutrice di Lee, quasi una sorella maggiore) ha un dolore segreto che forse può essere sanato. Anche con la cucina? «Se una pietanza potesse rendere una donna forte abbastanza da ignorare il richiamo del suo cuore, al mondo comanderebbero le donne» .

Come non esistono «modi compassionevoli» per cucinare i granchi, così accade con gli amori? Ovviamente non rivelerò il finale. Ma forse «sono i nostri sogni a fare di noi ciò che siamo». O forse le possibilità di un “lieto fine” sono del 33,333 per cento.

(*) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Grazie Daniele per questa bellissima recensione del libro di Anita. E grazie di aver sottolineato l’utilità di certe note di traduzione, come quella sul curry.
    Francesca Diano

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