Ancora su «City» di Simak: per ripensare la fantascienza

di Giuliano Spagnul

donnaErmellino-versioneFS

Premessa o digressione.

Non oserei definire «City» uno dei migliori romanzi del ‘9001, ma credo che potrei spingermi a definirlo uno dei più importanti della letteratura di fantascienza. Sicuramente quello che meglio rappresenta il carattere peculiare del genere. «Di tutti gli elementi incomprensibili nei racconti che pubblichiamo (e ce ne sono molti) il più inquietante è l’allusione alla riconosciuta superiorità dell’uomo»2. L’enorme capacità di straniamento presiede tutta la narrativa fantascientifica e si condensa in quella capacità di renderci alieno l’abituale e viceversa. Un altro breve e semplice racconto che può stare alla pari con questo romanzo è «Sentinella» di Fredric Brown in cui un soldato descrive il suo nemico in termini orribili fino a che non ne evidenzia i particolari anatomici e si scopre che il suo nemico altri non siamo che noi, mentre lui – in cui ci eravamo riconosciuti fin lì – è l’alieno. Tutta la fantascienza gira intorno a questo asse straniante. Inevitabile che il genere nascesse negli Usa degli anni ’20, patria del consumismo e finisse negli anni ’80 con il cyberpunk, gli esseri più alieni e, appunto, stranianti, della nostra epoca.3 Suddetta fine del genere non vale ovviamente per chi vede nella presenza di un qualsivoglia robot o disco volante la garanzia di una continuità fantascientifica ipso facto. Comunque sia «Dal paragrafo d’apertura del primo racconto il lettore è forzato in una situazione che gli è del tutto estranea con protagonisti egualmente strani, che saranno presenti sino alla fine. Quello che va detto di questo racconto, comunque è che il lettore, una volta giunto alla fine di questo racconto lo troverà, in confronto, familiare». E sfido oggi chiunque a trovare qualcosa nella nostra vita quotidiana che non sia al contempo familiare e strana. Ogni giorno affrontiamo dispositivi (non solo tecnologici) che ci catturano4 e ci assoggettano in una situazione che non può non apparirci contemporaneamente consueta e straordinaria. Non c’è più una chiave puramente fantascientifica che possa darci una mano a tentare di districarci da questo sempre più stretto groviglio di reale e immaginario. Necessariamente il genere esaurisce e trasloca le sue parti ancora vitali in altre situazioni ibridandole e formando altri generi, altri immaginari più capaci di sondare il nostro presente privo di alcun futuro apparente. Ma ecco

City

«Il primo quesito, ovviamente, è se è mai esistita una creatura come l’uomo». Come un macigno questa è la domanda che ha assillato tutta la storia della filosofia, almeno quella occidentale. «La terminologia della parola Uomo è (…) stata ricostruita in modo abbastanza convincente. Il plurale di questa razza mitica è Uomini, la designazione specifica della razza è Umano».

«City» è il racconto mitico di una razza che ha abitato la Terra prima che i cani evolvessero e costruissero una civiltà basata sulla fratellanza di tutti gli esseri viventi e trasmigrassero negli infiniti mondi paralleli del pianeta Terra. La storia è tutto sommato semplice, un po’ fratta (il romanzo è il compendio di racconti scritti fra il 1944 e il 1951, riuniti nel 1953) ma efficace e di forte impatto emotivo. Cerca di colpire allo stomaco mirando direttamente all’immagine che noi abbiamo della nostra civiltà e di noi stessi come umani. Per ordine, vivisezionando il testo, troviamo:

1. la nostalgia di un tempo passato «superstite di un tempo che non esisteva più»;

2. la necessità di un «adattamento psicologico delle masse» alle mutate condizioni di un progresso tecnologico considerato inarrestabile;

3. l’idea di un censimento come «valutazione della popolazione umana. Ma che non si limita a contare quanti uomini esistano, ma vuole sapere come realmente sono, cosa pensano e cosa fanno». Il tutto per cercare di prevenire possibili novità non programmate, come ad esempio eventuali esseri mutanti;

4. una razza diversa, quella canina, che possa sviluppare un parallelo percorso evolutivo simile a quello dell’uomo;

5. l’idea della mutazione umana come motore del progresso e parimenti come adattamento e costrizione delle capacità mentali superiori di alcuni individui «entro schemi d’azione accettabili» ai più;

6. l’uso parziale, minoritario delle potenzialità del cervello umano e un corpo male attrezzato per pensare, deficitario e mancante;

7. l’esistenza di una “bellezza” al di fuori delle nostre capacità immaginative, una sua esistenza autonoma;

8. la limitazione di un linguaggio incapace di “toccare”, fondersi con l’altro;

9. la mancanza congenita di un scopo da parte dell’essere umano, come limite della specie;

10. la ripugnanza di noi stessi in quanto umani;

11. l’idea di un sapere preesistente al sapere stesso, «i cani sapevano. I cani sapevano già prima di avere una lingua per parlare»;

12. l’utopia di «una civiltà più mite», «ma non troppo pratica. Una civiltà basata sulla fratellanza animale… sulla comprensione psichica (…) Una civiltà della mente e del cuore , ma non troppo positiva. Senza fini precisi, con una meccanica molto limitata…»;

13. l’uomo che contiene il male in se stesso e che decide di scomparire sigillando i pochi terrestri rimasti in una cupola che impedisce l’entrata quanto l’uscita. Il tentativo della nuova specie pensante, i cani, «non doveva essere inquinato dall’alito fetido del pensiero umano»;

14. l’universalità dei valori, «l’antico modo umano di pensare» potrebbe essere una minaccia anche per i cani evoluti;

15. l’assoluto dualismo tra mente e corpo, con la conseguenza che si possa dire: «un robot era un uomo, non fatto di carne e sangue, è vero, ma in tutto il resto un uomo»;

16. e se infine si può concludere «che tutte le forme di vita avevano un valore» allora per un essere umano «è meglio perdere un mondo, che ricominciare a uccidere».

CliffordSimak

In definitiva «City» dispiega una visione pessimistica dell’essenza umana ma in grado ancora di trovare una via d’uscita, se non per il genere umano almeno per altre specie capaci forse di progredire in armonia col mondo. Cioè abbiamo qui una torsione teorica che essenzializzando l’umano (esiste una natura umana in quanto tale) lo condanna come incapace di assumersi in fieri valori universali e al contempo lo salva proiettando in specie affatto diverse, viventi o non viventi che siano.

Quante cose si sono dette sinora sulla fantascienza come letteratura di genere capace al suo nascere di seguire l’entusiastico progredire della tecnica e in seguito di denunciarne gli eccessi e la pericolosità intrinseca. Entusiasmo, denuncia e senso del futuro nei suoi molteplici aspetti carichi di profezie positive e negative ma comunque sempre una forma letteraria di fondo progressista, se non proprio rivoluzionaria. E se poi non fosse proprio così? Se guardando meglio, questo genere, avesse come prerogativa quella di accompagnare il secolo che ci ha lasciati verso una visione dell’umano in sintonia con la costituzione di un nuovo soggetto umano? Un nuovo essere assoggettato a una visione del mondo decisa da enti e dispositivi che si sono costruiti nella quasi totale inconsapevolezza dei diretti interessati. Partire da «City» per ripensare a tutto questo potrebbe essere una buona occasione.

 

1 http://www.labottegadelbarbieri.org/city-un-libro-i-m-p-e-r-d-i-b-i-l-e/

2 Da City, come tutte le altre citazioni in corsivo che seguono.

3 Antonio Caronia, La FS è morta, viva la FS. Hamelin n. 22 , marzo 2009 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_

4 Chi ha letto Schiavi degli invisibili di Eric Frank Russell può averne un’immagine efficace.

 


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