Ancora su Dick e «La svastica sul sole»

di Mauro Antonio Miglieruolo

Philip Dick nel celebre romanzo «The Man in the High Castle» (che è conosciuto anche con il titolo italiano «La svastica sul sole») immagina che i nazisti abbiano vinto la seconda guerra mondiale. Lo sviluppo dell’idea presenta, a mio parere, dati inattendibili. Contro l’opionione generale valuto che Dick non abbia dato luogo a un buon esempio di ingegneria sociale, di ucronia e anti utopia o di credibile espansione nelle possibilità del reale. L’ipotesi da cui parte Dick è una delle tante concepibili, può essere presa in considerazione. Quel che la rende alogica è la risultante; cioè una società pacificata, nazista senza nazismi (di suoi aspetti specifici) al cui approdo si arriverebbe in conseguenza della sola vittoria militare del Terzo Reich.

Il nazismo, sciagura immensa, avrebbe potuto – nel corso di secoli – emendarsi dalle sue orrende origini. Non però senza lasciare dietro di sé testimonianze sanguinose di ferocia, le stesse che comunque dovrebbero rendere contraddittorio il presente (ovvero il presente del tempo/dimensione ideato da Dick). Nel tempo lungo tutto si sana o può sanarsi; nel tempo medio e nel breve è impossibile la sparizione dei connotati di sadismo spinto, di malattia morale, che il movimento nazista presentava sin dalle origini. Impossibile anche la sparizione delle ferite inferte al mondo anche per la inevitabile resistenza che le masse avrebbero organizzato. Gli Stati Uniti non sarebbero caduti senza combattere. Né le città americane (le più grandi almeno) risparmiate.

Non è in questo modo che procede la storia, in special modo l’inversione storica detta nazismo: un po’ di subbugli e poi di nuovo il tranquillo scorrere dei giorni. La pur meno crudele inciviltà imperiale romana ha impiegato almeno un secolo, prima e dopo Cristo, per trovare una sia pur provvisoria pacificazione (punto di equilibrio). Ma lì si trattava di guerre civili, di lotte intestine, in un sistema che, per quanto predatorio e brutale, lasciava spazi alla manifestazione delle realtà locali. Bastava pagassero le tasse e adorassero l’Imperatore. Nel caso del nazismo si trattava invece di eliminare intere popolazioni, cancellare la cultura di altre e tenere tutti sotto un tallone di ferro. L’insieme dei tre elementi comportava un uso della repressione a livelli inimmaginabili, con distruzioni immani: una o più Armaggeddon scatenate contro l’umanità. Il che, ipotizzando comunque la vittoria dei barbari, avrebbe impresso tali ferite nella storia e conseguenti cicatrici alla Terra intera da non poter neppure immaginare un ritorno alla quotidianità. Ne sarebbe conseguita una società paranoica, nella quale l’infelicità degli stessi aguzzini avrebbe raggiunto livelli tali da portare al crollo totale. Solo l’esercizio continuo della crudeltà avrebbe avuto senso a quel punto. Unico piacere sostenibile. L’assassinio. Il sadismo elevato a sistema. Una regressione tale da non poter immaginare le forme che avrebbe assunto.

Elenco sommariamente le rese dei conti che, nel caso di vittoria, i nazisti avrebbero messo in atto: quella con una parte dei cattolici; con ogni traccia di cultura democratica; con i “mezzi uomini” tipo gli italiani e gli slavi; con i neri; e con gli asiatici (Hiroito permettendo).

Nel romanzo di Dick questo è assente. I nazisti hanno vinto e basta. L’America è stata assoggettata e basta. Così, con pochi colpi a ferire, con qualche tratto di penna…

Una grottesca rappresentazione che non ritengo degna della buona fantascienza. Non quella che preferisco. Per le ragioni sopra descritte e perché non solleva alcuna delle tante lapidi poste a copertura della verità. Compito invero fondamentale per un buon fantascientista.

Dell’altro è sfuggito all’intuito di Dick. Si tratta di una verità grande e significativa. Verità che non emerge e fonda un paradosso (che non è un paradosso, lo è formalmente). A tutti gli effetti, salvo quelli formali e militari, i nazisti non hanno perso ma vinto la Seconda Guerra Mondiale. O meglio, il nazismo borghese (non tedesco) è vincitore. E maschera questa vittoria accanendosi contro i suoi affiliati minori sconfitti (i nazisti veri e propri).

Lo fa di buon animo, la coscienza sporca continuamente ripulita da sistematici appelli al “carattere democratico” dei vincitori. Non però andando a fondo delle origini del pensare criminale dei nazisti e anzi riducendoli quasi a una caricatura dell’orrore che invece erano; trasformandoli in una serie di simboli e di eccessi che nascondono il carattere organico di un ruolo che, nel suo più intimo aspetto, era funzionale agli interessi dei vincitori. Conflitto interimperialista dovremmo più giustamente definirlo. Tant’è che sopravvive ancora dopo 70 anni; funzionale in quanto forma mentale estrema del pensiero (derivato dagli interessi del grande capitale). E oggi ancora funzionale tatticamente per l’esercizio di atti di minuscola “guerriglia” fisica e ideologica utili a distogliere l’attenzione del proletariato dai suoi veri obiettivi: la distruzione del rapporto di produzione capitalistico. Utile anche a stabilire una prima linea di difesa (apparentemente neutra, non statale) contro l’eventuale ritorno sulla scena della classe operaia. La prima linea: i mazzieri fascisti che la società sedicente democratica finge di subire mentre invece tollera e anzi promuove. Nel nome si differenziano; la fonte però è la stessa. Si chiama sfruttamento. Si chiama oppressione. Si chiama odio antiproletario.

Le formazioni di estrema destra sono nella sostanza ultima lo stesso dell’ideologia borghese. Portato all’estremo. Alla nuda sincerità repressiva del suo essere. Sono sopraffazione, violenza, intimidazione e guerra preventiva. Formuliamo allora la verità profonda di ciò che unisce la borghesia, i suoi ideologi, gli esecutori materiali: che – con nettezza nei confronti della classe operaia – costoro costituiscono una unica massa reazionaria. Senza attenuazioni, mediazioni e differenze riconoscibili. Questa verità è scomparsa nel testo di Dick.

PS: questo non impedisce, almeno non dovrebbe, di vedere il diverso atteggiamento che le masse devono tenere nei confronti dei differenti soggetti e diverse proposte politiche. Non è secondario se la borghesia si affida sistematicamente a formazioni paramilitari per ottenere l’ordine che persegue, o lo fa in modo occasionale; come non è indifferente se si ha a che fare con un governo moderato (socialdemocratico) o persino progressista (in teoria ma incoerente nella pratica). La necessità di mascherare i propri propositi crea un utile sottilissimo spazio dentro il quale le masse si possono inserire per difendere i propri interessi. Deve comunque essere chiaro che nel punto più alto dello scontro di classe, quando il potere del capitale è messo in discussione, la risposta sarà violenta, feroce, brutale, assassina. Saranno i socialisti rivoluzionari russi, al potere con Kerensky, a massacrare migliaia di lavoratori durante le giornate di luglio 1917 (e poi a rendersi complici del tentativo di colpo di stato di Kornilov); in Germania sarà il governo socialdemocratico dei Consigli a ordinare l’assassinio degli Spartachisti, i cui militanti fino a pochi mesi prima erano nello stesso partito di Noske che ordinò la strage.

Non a caso, nel 1989 cioè al termine della parabola del regime che fu detto “socialista” o “comunista” – il quale portava ancora le effigi di quel che era stato (colpa inestinguibile per i nostri nemici) – la borghesia trionfante ha decretato: la lotta di classe l’abbiamo vinta noi. Il che ci autorizza a leggere gli avvenimenti storici di tutto il ‘900, a parte la dovuta attenzione alle specificità, come la risposta del Capitale alla ribellione del lavoro. Includendo quindi anche l’esperienza nazifascista e la seconda guerra mondiale.

Non a caso è possibile individuare all’interno dell’ideologia nazista aspetti che sono prassi comune nei regimi democratici. Quelli adatti a spezzare i tentativi di resistenza delle masse popolari. Alcune le abbiamo già viste: le bande di assassini che eliminano gli elementi progressisti (anche moderati); l’uso specifico delle destre in funzione antioperaia; lo stesso utilizzo degli eserciti (che non a caso sono diventati prevalentemente mercenari); le repressioni di massa. Vale tornare con la mente a Genova, 2001: il Paese “più democratico del mondo” pone in atto atteggiamenti istituzionali di repressione che somigliano a quelli dei Paesi meno democratici del mondo (“la macelleria messicana”).

Dunque Hitler e la banda di criminali che lo sosteneva sono finiti male anche perché hanno tentato di mordere la mano che li aveva nutriti. E Dick ha scritto un ottimo romanzo. Ma né lui, né tanti commentatori hanno saputo prendere le misure esatte di quello di cui parlare nell’anti libro. Né, per altro, saputo delineare con giusta crudezza gli sconvolgimenti che sarebbero nati nel caso di una affermazione militare di quel regime. I nazisti non hanno potuto piegare la sola Russia. Possiamo immaginare quali e quanti conflitti avrebbero dovuto affrontare per piegare l’intera America del Nord e il resto del mondo? No, non possiamo. Possiamo solo essere certi delle cicatrici ravvisabili. Che non sarebbe state poche, né facilmente occultabili. E allora: che errore Philip, potevi scavare meglio.

 

Miglieruolo
Mauro Antonio Miglieruolo (o anche Migliaruolo), nato a Grotteria (Reggio Calabria) il 10 aprile 1942 (in verità il 6), in un paese morente del tutto simile a un reperto abitativo extraterrestre abbandonato dai suoi abitanti. Scrivo fantascienza anche per ritornarvi. Nostalgia di un mondo che non è più? Forse. Forse tutta la fantascienza nasce dalla sofferenza per tale nostalgia. A meno che non si tratti di timore. Timore di perdere aderenza con un mondo che sembra svanire e che a breve potrebbe non essere più.

4 commenti

  • antonella selva

    ma, veramente, a me sembra che Dick racconti proprio quello che dici tu – al netto dei miei ricordi annebbiati dal tempo, perché ho letto la svastica sul sole qualche decennio fa: in pratica l’universo u-cronico del romanzo è in buona sostanza uguale al mondo reale, nei rapporti sociali, tranne che al vertice troviamo dei personaggi tedeschi e poco sotto dei giapponesi, anziché americani ed europei… cioè Dick ci dice appunto che il nazismo “profondo” la guerra l’aveva vinta in realtà.
    Che poi la riscrittura della storia richieda necessariamente tempi lunghi non è sempre vero: dipende da chi tiene in mano la penna – di norma i vincitori. Se pensi alle devaatazioni e ai genocidi perpetrati dalle potenze coloniali che, senza fare una grinza, si ergono a baluardi della democrazia e dei diritti!
    Semmai il romanzo pecca di una visione troppo sbilanciata sul versante yankee: potrebbe avere una logica (u-cronica) che il confronto con gli USA fosse stato vinto dai nazisti, magari il grande capitale nordamericano poteva credibilmente decidere che fosse più vantaggioso un accordo che non il proseguimento di un conflitto sanguinoso, ma dall’altra parte c’era l’Unione Sovietica, che è stata il vero scoglio contro cui i nazisti si sono scornati

  • Mariano Rampini

    Ancora una volta colgo la “provocazione” dell’amico Miglieruolo. Partendo da un fatto specifico: il mio poco amore, accompagnato da una grande ammirazione, per P.K. Dick. Tutto di personale: a destarlo è il tifo calcistico che l’autore – meritevole senza alcun dubbio – riscuote a discapito di altri autori che forse avrebbero anche maggiori crediti letterari rispetto alla produzione dickiana. Per tornare però alla disamina che Mauro propone de l’Uomo nell’alto castello, credo sia giustissima nel suo contenuto ideologico. Meno nel reale dove troviamo – oggi ma da almeno una ventina di anni – forme di nazismo adottate proprio da chi lo stesso nazismo dovrebbe combattere a spada tratta. Il proletariato è il pallido fantasma di quello del quale vagheggiava Marx. Anzi è la fonte primaria alla quale attingono le forze di destra che spingono sulle sue paure per ottenerne in cambio una visione distorta del nemico. Che, appunto, è sempre il “diverso” (per sesso, razza, religione ecc.) visto come una minaccia all’esistente e all’esistenza. A fronte di tutto questo la famosa classe operaia (che pure non si è minimamente sognata di sostenere forze libertarie come quelle citate a proposito di Genova o, per citarne altre, quelle di Bologna quando la parola d’ordine era: “Riprendiamoci la città”) è rimasta inerte finendo col frammentarsi in forme di aggregazione più simili alle corporazioni del ventennio che a un’unione di idee e di interessi. Chi sostiene il concetto di solidarietà oggi? Sono pochi rispetto a coloro che avevano trovato in uomini da poco (lo dimostra la sua inevitabile parabola discendente) come Salvini o in temibili donne (in forte ascesa) come la Meloni, le loro ragioni d’essere. In un quadro simile la “parabola” di Dick tesa più a guardare nel cuore degli uomini e delle donne che vivono in una realtà alternativa che alla realtà stessa, un qualche valore lo ha e lo mantiene. Certo, se lo si esamina dal punto di vista sociale diventa forse più attendibile la sua versione seriale dove l’eutanasia dei giovani è norma e regola, anzi, viene premiata da onorificenze postume. O dove gli alleati di un tempo finiscono con l’essere sempre in pericolo di subire lo stesso orrore nucleare con cui i nazisti hanno piegato l’America (guarda caso unica forza in campo nell’arco degli ultimi settant’anni circa ad avere davvero usato l’arma atomica su civili per piegare un nemico ormai allo stremo). Resta il poco che ci circonda: la divisione terribile ed esiziale delle sinistre (ma perché siamo costretti sempre a usare il plurale) contro una destra che non ha un piano politico quanto piuttosto una serie di cavalli di battaglia tutti sellati in nome di una fantomatica sicurezza (contro gli emigranti, contro i sessualmente diversi, contro l’aborto e via dicendo). L’analisi di Mauro, lo ripeto, mi sembra ineccepibile nella sua inevitabile conclusione. E Dick, probabilmente non avrebbe potuto fare di più se non chiamare in causa un deus ex machina che altri hanno utilizzato: un bell’attacco alieno (Turtledove insegna) che spazzasse via tutto e tutti, lasciando del nazismo un’idea edulcorata come quella di un passato irripetibile…

  • Cara Antonella, mi rendo conto di non essere stato sufficientemente chiaro. Probabilmente qualcosa mi è rimasto nella penna.
    Confesso anche che ho trovato difficoltà a capire il senso ultimo di determinate tue obiezioni. Trascrivo un esempio: “cioè Dick ci dice appunto che il nazismo “profondo” la guerra l’aveva vinta in realtà.”
    Non comprendo bene cosa intendi per nazismo “profondo”. Se è lo stesso che intendo io, il nazismo come forma estrema dell’ideologia borghese, che ama nascondersi dietro nuna facciata di perbenismo; ebbene mi sembra che Dick parli di tutt’altro. Di vittoria della Germania nazista.
    Metto in conto in ogni caso di aver capito fischi per fiaschi.
    Comunque grazie del commento. Spero che tu voglia tornare a questo post per aiutarmi a capire questo e altri punti del tuo commento.
    Grazie.

  • Carissimo Mariano, al solito il tuo intervendo meriterebbe un altro paio di post di contro commento. Ti dispiace se questa volta mi limiterò a un solo spunto? quello che ritengo più imnportante e decisivo.
    Parto da questa tua affermazione (parto e subito arrivo): “Chi sostiene il concetto di solidarietà oggi? Sono pochi”
    Immagino che tra quei pochi includi te stesso, che appunto di quella scarsità ti lamenti. Ti garantisco che anche io vorrei essere incluso in quella categoria. Se poi abusiamo e aggiungiamo il nostro ospite, Daniele Barbieri, saremmo già in tre a crederci. E chissà quanti altri, sparsi negli immensi desolati labirinti metropolitani. Io ho l’impressionje che si tratti di legione.
    Purtroppo siamo sparsi, slegati gli uni dagli altri, sotto il tallone di ferro dell’ideologia dominante. Isolati, ma non soli.
    C’è tanto materiale pronto a ardere nel mondo. Non più solo in Europa: nel mondo.
    Prima o poi scoccherà la scintilla che darà fuoco alla prateria. Non credo che il momento sia poi tanto lontano quanto la nostra impazienza suggerisce.
    Un saluto affettuoso.

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