Andare a scuola in «Paidobus»: una storia del 1956 che…

potrebbe far riflettere sull’abbandono (istituzionale) dell’oggi

di Daniela Pia

L’esperienza dei bus dell’istruzione, i Paidobus, che comparvero in Gallura a partire dall’aprile del 1956, mi era sconosciuta ma sono rimasta molto colpita per la lungimiranza di un progetto teso all’alfabetizzazione di fanciulli/e che altrimenti non avrebbero potuto accedere a un diritto fondamentale.

Il primo di questi bus comparve nella provincia di Sassari nel 1956: fu destinato alla zona di San Pasquale (Tempio-S. Teresa Gallura) e affidato all’insegnante Pietro Aresu. Si trattava di «un piccolo pullman lungo m. 5,50, che poteva essere utilizzato come aula perché disponeva di 20 posti a sedere, con scrittoi pieghevoli sugli schienali, una lavagna girevole, che poteva sostenere una carta geografica o uno schermo per proiezioni, una radio con microfono e altoparlante, un giradischi, una piccola biblioteca, una raccolta di dischi, un proiettore sonoro e altri sussidi didattici comuni. Disponeva, inoltre, dell’attrezzatura per la scuola all’aperto, consistente in venti banchi pieghevoli in ferro e un tendone che, sistemato su appositi sostegni che si ancoravano alla fiancata del pullman, poteva proteggere gli alunni dal sole».

I bambini e le bambine che avrebbero dovuto andare nelle classi dalla prima alla quinta elementare non potevano frequentare una scuola nel territorio perché le difficoltà, oltre che di carattere organizzativo – vista la parcellizzazione degli abitanti in un’area vasta e impervia – scoraggiavano i fanciulli delle campagne: difficoltà che erano anche di carattere economico e avrebbero richiesto un notevole dispendio per le casse dello Stato.

Per agevolare l’istruzione si dispose quindi una scuola mobile su iniziativa di Salvatore Cappai, allora Provveditore di Sassari, il quale era convinto che se gli alunni non avessero potuto raggiungere la scuola doveva essere la scuola ad andare da loro.

Così per garantire a tutti questo diritto fece allestire degli autobus speciali con la scritta «Scuola Mobile» sulla fiancata,

Di questa ammirevole esperienza si occupò anche il professor Manlio Brigaglia, che nel 1958 realizzò un’inchiesta per Radio Sardegna dal titolo «La scuola sulla spiaggia» dove racconta: «Avevo seguito una giornata tipo del Paidobus, ricordo un’atmosfera allegra, con bambini di età diverse che somigliava più a una gita che a una lezione di scuola, ma non c’era la sensazione di un gioco, piuttosto i ragazzi sentivano con serietà precoce l’importanza del servizio che gli era offerto. Un’iniziativa che aveva presto superato le aspettative e, limitatamente all’area, divenne un mezzo di integrazione sociale, nata in un clima di generale attivismo su temi socialmente importanti come la scuola e una generazione di insegnanti aperta a nuove sperimentazioni pedagogiche».

Paidobus cercò di fronteggiare l’analfabetismo diffuso: il suo punto di forza era l’innovazione del metodo scolastico introducendo la pluriclasse in un’area che da spopolata e disagiata si sarebbe poi trasformata nell’elitaria Costa Smeralda, come spiegava Giovanni Gelsomino, ex insegnante e animatore dell’Almanacco Gallurese: «Una scuola delle meraviglie, in un’area dove quasi non era finito il medioevo, niente strade carrozzabili, niente telefoni, spesso nemmeno l’elettricità, e chilometri e chilometri tra uno stazzo e l’altro, gente isolata dal resto del mondo che non sapeva cosa accadeva a poca distanza dalla propria casa».

Quei tre pullman cambiarono la vita di tanti/e: «un’opportunità unica per ragazzi svantaggiati, un mezzo di conoscenza in anticipo sui tempi, caratterizzato da un’atmosfera giocosa e dal dialogo aperto con gli insegnanti. I ragazzi non erano chiusi in un’aula, direi che era più simile a un cinema: dovevano parlare del mare? Ci andavano. Dovevano parlare del bosco? Ci andavano e lo vedevano di persona. Questi ragazzi hanno “visto” allora molto più di tanti loro coetanei». Trascorsero dieci anni e l’esperienza della scuola mobile finì. Complice l’esplosione del turismo e la nascita della Costa Smeralda, la Gallura subì il più profondo mutamento della sua storia: l’iniziativa turistica la trasformò provocando lo spopolamento delle zone interne e il rapido sviluppo degli insediamenti lungo la costa, la popolazione aumentò, sorsero villaggi e residenze che resero necessaria l’istituzione di scuole fisse.

La diminuzione degli abitanti nelle zone interne fu facilitata dal miraggio del più facile guadagno nella attività dell’edilizia o del turismo.

Molti abbandonarono gli stazzi e si trasferirono a S. Teresa, a Palau, ad Arzachena o sulla Costa Smeralda dove trovarono lavoro, risolvendo così anche il problema scolastico.

Per comprendere meglio la portata positiva di quel progetto, alla fine degli anni ’70, il maestro Pietro Aresu volle ripercorrere l’itinerario della Prima Scuola Mobile, con l’intento di raccogliere notizie sugli ex alunni. Ne risultò che su ventidue alunni di cui riuscì ad avere notizie, quattro conseguirono la laurea (Pedagogia, Agraria, Lettere, Giurisprudenza) e fra questi vi era Paolo Serreri – divenuto docente universitario a Roma 3 – che sul Paidobus aveva frequentato la 4° e la 5° elementare fra il 1956 e il 1958. Serreri ricorda: «Da un giorno all’altro siamo stati proiettati nel futuro, è stata un’accelerazione del tempo, in una zona dove l’analfabetismo e la dispersione scolastica erano altissimi. Io, ad esempio, venivo da una famiglia di contadini semianalfabeti, mio padre ne soffriva tanto da definirsi “cieco” e sognava che io potessi studiare; mia madre, invece, sapeva leggere e scrivere grazie a suo padre, che aveva imparato offrendo ospitalità a mendicanti “istruiti” in cambio di lezioni di lettura e scrittura… Mi ritengo fortunato, ho beneficiato di una congiunzione astrale favorevole, questa struttura era un’opportunità straordinaria. Avevamo per maestro l’unico insegnante che in tutta la direzione didattica della provincia di Sassari fosse iscritto al magistero – e infatti si sarebbe laureato poco dopo, diventando poi avvocato – e i metodi non erano autoritari come quelli della scuola canonica, la cosiddetta “pedagogia del terrore”, aggravata dal fatto che molti alunni parlavano solo il sardo e molti insegnanti venivano dal continente».

Degli altri alunni tre presero il diploma (Abilitazione magistrale, Scuola professionale agraria, Scuola professionale alberghiera), cinque si dedicarono alla conduzione di un’azienda agricola con capacità operativa e criteri moderni, due divennero operai specializzati, uno si arruolò in marina, sette le donne che rimasero a occuparsi della famiglia

Il fatto che non pochi abbiano proseguito gli studi e che anche gli altri abbiano, in linea di massima, migliorato la propria situazione superando quell’atavico atteggiamento di rinuncia che li teneva legati allo “stazzo”, conferma che il Paidobus contribuì a trasformare la vita di quei bambini e bambine delle loro famiglie e del territorio rappresentando un unicum di cui essere orgogliosi.

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

4 commenti

  • Meraviglioso!
    Anch’io non ne sapevo niente perché vengo da un territorio più “fortunato” (il Logudoro di Ozieri).
    Davvero meraviglioso.
    Qui si dimostra che l’intelligenza e l’umanità sono comunque più forti della burocrazia.

  • Grazie per questo contributo informativo che diminuisce, ma solo un po’, la mia non conoscenza (eufemismo)

  • Valeria Taraborelli

    Mi viene da piangere! Garantire la costruzione di edifici scolastici era un progetto esoso per lo Stato? Perché non garantire il diritto allo studio era ed è ancora una chimera?

  • Rispondo a Valeria Taraborelli, concordando sul suo e nostro pianto. La considerazione non è mia, forse non sono stata sufficientemente chiara, e me ne scuso, ma riportavo quanto allora si diceva sui costi da sostenere per la costruzione di edifici scolastici in luoghi così poco abitati.
    Su quanto si investa poco sulla scuola e sull’istruzione in generale lo tocco ogni giorno con mano da docente e da essere umano, purtroppo.

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