Ando Gilardi: lo scatto è anche sociale

Un ricordo di Chief Joseph a partire dalle riflessioni sulla «fotografia di guerra»

Il 5 marzo 2012 muore Ando Gilardi: fotografo, giornalista, scrittore e autore – fra l’altro – del libro «Storia sociale della fotografia». Era nato l’8 giugno 1921

«La fotografia di guerra diffusa dopo molto tempo che un fatto è avvenuto costituisce uno dei più grandi crimini commessi dall’uomo. Infatti essa serve solo a giustificare il potere che si e instaurato sulle ceneri di quello precedente, nascondendo dietro la denuncia che nulla è mutato e che la commemorazione del passato serve a giustificare i nuovi carnefici». Questa constatazione è nel bellissimo libro di Ando Gilardi «Storia sociale della fotografia». La pubblicazione, pur non essendo recente (1976), è ancora di una straordinaria attualità. Infatti proviamo a pensare ai giorni della memoria, della commemorazione e riconduciamoli al significato attuale: ricordare che non dovrà mai più succedere è cosa ipocrita e falsa.

GILARDI: autoritratto con la Leica allo specchio.

In che senso Gilardi parlava di nuovi carnefici? Non dimenticare lo sterminio di milioni di ebrei è sacrosanto ma questo ricordo stride fortemente se lo mettiamo in relazione alla sua storicizzazione. Perché, a esempio, il governo israeliano si fa scudo di milioni di poveri ebrei per riservare una triste sorte ai palestinesi. Perché la Shoà serve a evitare il confronto sull’oggi e a porsi, surrettiziamente piangenti, come vergini immacolate. Perché si sente tanto la necessità di un giorno della memoria per le vittime ebree e non c’è memoria per i nativi americani che sono stati scientificamente annientati? Coloro che sostengono, semplicisticamente, che negli Usa non sono mai stati messi in piedi campi di sterminio dimenticano di esaminare i risultati: alla fine sono rimasti pochissimi “indiani”… relegati in riserve, a uso e consumo dei turisti. Mi sembra chiaro che quello iniziato dai colonizzatori europei e completato dagli USA fu uno spietato genocidio per cancellare 120 milioni di nativi con pulizia etnica e distruzione dell’habitat, sterminio dei bisonti, diffusione organizzata di malattie mortali e dell’alcol, sterilizzazioni, marce forzate di trasferimento. E per cancellare la memoria un genocidio culturale: proibizione agli amerindi di parlare le loro lingue e rapimento di bambini. Non mi risulta che i governi statunitensi (così sensibili nei confronti di Israele) abbiano mai pensato di allestire un giorno della memoria per i veri figli di quella terra. E non capisco perché mi venga immediatamente appiccicata l’etichetta di antisemita quando chiedo perché i vari governi israeliani non rispettino le risoluzioni dell’Onu.

Ai margini della storia c’è ancora chi rifugge dalla demagogia delle celebrazioni, che crede nel pensiero autoprodotto in grado, ad esempio, di gridare senza paura che la purezza della razza è la prima causa di massacri e guerre e che questo “valore” non ha avuto origine con Hitler e non è terminato con lui. Se non si accetta la logica della contaminazione potremo fare mille giorni della memoria, ma l’io il tu, il noi e il voi non si parleranno spianando la strada verso nuovi campi minati e steccati di filo spinato.

Torno al grande Ando Gilardi. Nonostante una parziale invalidità dovuta alla poliomielite contratta da bambino, fu partigiano nelle montagne al confine fra Piemonte e Liguria. Si chiamava in realtà Aldo, ma da partigiano prese il nome di Ando e lo mantenne tutta la vita.

Ha dichiarato Patrizia Piccini, che è stata una sua collaboratrice nel gruppo Foto/gram, «Ando era una persona decisamente fuori dal comune… Anche nel senso che si teneva fuori dai cosiddetti salotti mondani, fuori dalla comunità di intellettuali organici, intimamente libero e incapace di allinearsi a qualsiasi corrente di pensiero precostituita. Su ogni cosa aveva un suo punto di vista originale, spesso spiazzante e si divertiva molto a difenderlo dal cosiddetto senso comune».

Nella terza foto (probabilmente del 1957) un autoritratto di Gilardi con la Leica allo specchio: era uno degli apparecchi fotografici con la quale fu eseguita la campagna al seguito di Ernesto De Martino.

 

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

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