«Anelante»

     recensione di Susanna Sinigaglia allo spettacolo di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

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Antonio Rezza è una forza della natura, un inventore di battute bulimico e inarrestabile, dal fisico esile ma potente; un Pulcinella stranulato e straniante che guarda al Marty Feldman di «Frankenstein Junior» – l’indimenticabile “Aigor” – e si avventura sulle sabbie mobili di un Teatro dell’assurdo, o dell’impossibile, reinventato a uso e consumo di una realtà che non potrebbe essere raccontata altrimenti.

In uno spazio delimitato da una struttura irregolare dipinta a strisce orizzontali e verticali, con aperture che formano una sorta di finestre, e da una croce sghemba sul lato destro, irrompe Antonio Rezza mentre i suoi attori sbucano con gambe e braccia dalle “finestre”. Prima si piazza sulla croce sghemba poi, con un espediente disarmante (il desiderio di sodomizzare il primo malcapitato a portata di mano), “scende” dalla croce e occupa il centro dello spazio. Diventa allora un matematico alienato che mette sotto radice o eleva a potenza frasi sconclusionate, che seguono tuttavia la logica ferrea dell’alienazione. E siamo solo agli inizi. Rezza tira in ballo a sorpresa e a sproposito Freud con effetti esilaranti, poi i cosiddetti “grandi della terra” che, non riuscendo a fare il G20, in mancanza d’altro si riducono a riunire il G5 (tanti sono gli attori in scena); disquisisce sulla fede in Dio o nel “culo” (nel senso che s’intende quando si dice “che botta di culo!”) molto esibito dagli attori attraverso le finestre della struttura e in modo molto eloquente; celebra il funerale di Enzo (uno dei grandi della terra) visto che, non avendo funzionato né Dio né il culo, l’aereo su cui viaggiavano i 5 si sfracella. Scene di sodomia generalizzata il cui desiderio coinvolge anche l’unica ragazza presente in scena.

In un crescendo delirante, tutti parlano ma nessuno ascolta e solo chi legge sta zitto, costretto al silenzio da chi scrive. Infine Rezza compare con una strana struttura a soffietto avvolta da un velo verde che gli ricopre interamente la testa, una specie di scafandro. E mentre due attori disegnano nello spazio con una corda la superficie-bordo del mare, Rezza si adagia sul fondo marino come una balena colata a picco e parla, parla, parla – emettendo le parole da una fessura dello “scafandro”, la bocca della “balena” – sino allo sfinimento di un pubblico che non ha smesso di ridere sin dall’inizio ed è ormai esausto; l’attore a tratti s’interrompe e si crede che sia arrivato alla fine, ma no aveva solo ripreso un attimo il fiato.

Be’, anche questo spettacolo ha visto la sua conclusione: grandi appalusi, ovazioni, Rezza si slancia su per i gradini della sala e li ridiscende trionfante, poi decide che basta e lascia il palco ai suoi attori. Ultimi applausi, buio in scena, luci in sala, il pubblico comincia a infilarsi il soprabito e ad avviarsi verso l’uscita quando prorompe improvvisa la voce di Rezza, beffarda, che ammette di non potersi trattenere e di voler tormentare ancora un po’ il suo pubblico prima di lasciarlo andare fuori dal teatro: ovvero, quando si tocca con mano come il crinale fra il riso e il pianto sia davvero sottile…

Infine, una menzione speciale per la scelta dei materiali e le scenografie – “l’habitat” – di Flavia Mastrella sempre minimal ma fantasiose e originali, sorprendenti come le battute acrobatiche di Antonio Rezza.

con Antonio Rezza, Ivan Bellavista e tre attori-performer

Per maggiori informazioni, vedi al link: http://www.elfo.org/stagioni/20152016/rezzamastrella.html

 

Susanna Sinigaglia
Non mi piace molto parlare in prima persona; dire “io sono”, “io faccio” questo e quello ecc. ma per accontentare gli amici-compagni della Bottega, mi piego.
Quindi , sono nata ad Ancona e amo il mare ma sto a Milano da tutta una vita e non so se abiterei da qualsiasi altra parte. M’impegno su vari fronti (la questione Israele-Palestina con tutte le sue ricadute, ma anche per la difesa dell’ambiente); lavoro da anni a un progetto di scrittura e a uno artistico con successi alterni. È la passione per la ricerca che ha nutrito i miei progetti.

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