ARCHIVIAZIONI SPECIALI

ARCHIVIAZIONI SPECIALI
di Mauro Antonio Miglieruolo
da: Storie Malsane
Ignoro con quali parole definirmi, se con il linguaggio della lode o quello della denigrazione, essendo ambedue specchio parziale di quel che sono, del meglio e del peggio di me. So bene in compenso della necessità che mi attanaglia, CHE URGE, che può condurmi alla rovina: la difficoltà che trovo nel regolare gli impulsi che periodicamente mi colgono. Non che il mio vizio

sia di quelli che rendano socialmente pericolosi, o per il quale debba nutrire particolari imbarazzi (io certo non li provo: al contrario ne sono orgoglioso tanto da menarne vanto). È il non saperlo conciliare con il rigore della disciplina del lavoro a inquietarmi (le esigenze mie contrapposte a quelle di colui che, questo sostiene, mi dà da mangiare – quasi che me lo propinasse gratis, e non al caro prezzo della vita, che sono costretto a svendere alle sue brame di imprenditore); è questa sua singolare tendenza a manifestarsi proprio sul posto di lavoro, dove non dovrebbe, a darmi l’insonnia (il trascorrere del tempo e il moltiplicarsi delle ripetizioni, mi espone inevitabilmente alla delazione malevola del primo importuno che, servo della fatalità o della propria personale perfidia, riesca a cogliermi in flagranza).
Ho provato a impormi una disciplina, Dio lo sa se ho provato! ma finora ogni sforzo si è mostrato vano. Per questo ricorro ora al consiglio di un estraneo, nella speranza che l’ausilio di una forza esterna (da solo non posso) mi salvi da me stesso prima che sia troppo tardi. Lo so, dovrebbe bastare la mera consapevolezza dei pericoli a cui sono esposto, ma ogni vittima delle proprie inclinazioni conosce bene le difficoltà che incontra nel sottrarsi alla loro inflessibile tirannia. Mille volte ho programmato la rinuncia, altrettante ho saggiato l’amaro sapore della sconfitta. Ormai sono alla disperazione. Non tento più in pratica. Mi limito a sognare e a evocare miraggi. Rimettersi all’impossibile, ecco tutto, confidare nella stravaganza del caso… che so, uno spavento, un qualche improvviso che cogliendomi sul più bello del piacere (un terremoto, un’alluvione, un’esplosione forte inattesa, cose così, nebulose fantasie di “redenzione”) me ne distolga definitivamente.
Le ho provate tutte, credimi. Ho tentato di interessarmi persino alle donne, lasciandomi volutamente irretire dagli occhi dolci della segretaria particolare del Direttore di Produzione, due settimane di schermaglie inutili e poi la noia di un appuntamento il cui unico frutto è stato quello di mettere in chiaro la reciproca incompatibilità; mi sono anche rivolto alla benevolenza interessata di un’addetta alle pulizie, maestosa, ampia cinquantenne, la sigaretta sempre tra le labbra, l’indole docile e accondiscendente, è stato un piacere manipolarla, ma giunti al dunque non ho meritato altro che il suo femmineo disprezzo (una risata rauca e l’agghiacciante “lascia perdere, dai, questa non è roba per te!” che mi riecheggia tuttora nelle orecchie); ho finanche provato a sfinirmi preventivamente, al mattino presto, non appena sveglio, ancor prima di alzarmi dal letto o poco dopo, sotto la doccia; con l’unico tangibile risultato di giungere sul lavoro con certe occhiaie da far paura. Entrare nell’ufficio al Primo Seminterrato ed essere rapito da subitanei urgenti desideri era (ed è) tutt’uno.
Non appena dentro, infatti, neppure il tempo di togliersi il soprabito (il bisogno incalza), son già davanti agli scaffali, scartabellando alla ricerca di un nome che mi ispiri (a volte, invece, la prima in cui mi imbatto che non sia stata deflorata). La sfilo destramente e la poggio sul tavolo. La apro. È un attimo. La copertina ruota verso sinistra ed espone impudica l’ambìto dono delle pagine interne, il gran libro della vita, quei fogli eloquenti su cui è stato tracciato il riassunto particolareggiato, redatto tramite testimonianze, attestazioni e sentenze, di un’intera vita. Tizia è iscritta, non iscritta al sindacato. Partecipa, non partecipa attivamente agli scioperi. Ha, non ha un’amante. Nubile, oppure sposata da un certo numero di anni con il Signor Tal dei Tali (tipo raccomandabile – poco raccomandabile). Senza precedenti penali. Conosciuta come persona affidabile, non affidabile. Taccheggiatrice nei Grandi magazzini. Foglio di Via il giorno 15 del mese di maggio dell’anno 1979. Questo o quel vizio, questa o quella inclinazione sessuale. Nessuno, uno, due, tre aborti. Esiti cicatriziali di origine pleurica. La dà via gratis… Lo stesso per Caia, Sempronia e Mevia e via via tutte le altre (e altri). A volte, quando si tratti di Funzionarie di un certo peso, il fascicolo è corredato da foto di famiglia e se possibile anche da quel tipo particolare di immagini piccanti che i mariti acquisiscono per preparare un vagheggiato divorzio.
Non è a queste foto che miro, non almeno con marcata libidine. Neppure dei mezzobusti mi interesso. Quel che mi emoziona e quel penetrare furtivo, violando i doveri d’ufficio e ogni regola di correttezza personale, nella vita intima delle persone; quella possibilità di acquisirne e manipolarne i segreti, di arrivare a conoscerle probabilmente meglio di quanto sia conosciuta dai propri familiari. Sotto i miei occhi, pagina dopo pagina, annotazione dopo annotazione, scorre l’essenziale d’una vita, esposta senza pudori e senza riguardi. L’emozione mi prende, diviene pronta esaltazione.
Non occorre mi accanisca molto. Ansimando sui documenti, che rimescolo con mani tremanti, pochi secondi di investigazione intorno ai particolari più eclatanti e sono pronto. Faccio appena in tempo a tirare giù la lampo, a volte neppure quello, e mi libero del tormento erotico che mi domina.
Per alcuni istanti almeno. Istanti di sollievo e di affanno. Istanti di trionfo. La mia essenza d’uomo è sparsa sul tavolo, gocce assassine che umiliano le carte, ne moltiplica il disordine. Lo rende irreparabile. Ogni regola è violata, le convenzioni derise. Una risata irrefrenabile mi cresce dentro, ogni volta lo stesso, continua a crescere finché non sgorga simile a un’esplosione. Non una risata simile a quella della cinquantenne fumatrice pazza, nessun sarcasmo in essa, niente furore, solo gioia, gioia, esaltazione e sollievo. Sono quelli istanti magici che vivo sospeso tra cielo e terra, come in un sogno.
Il sogno termina e arriva il risveglio. Il ritorno in me stesso, alla considerazione dei pericoli a cui sono esposto. Mi rimprovero per le precauzioni non prese (neppure ho chiuso a chiave la stanza!). Valuto le conseguenze riprovevoli del mio sfogo. Il fascicolo è semidistrutto e invano, utilizzando diversi fazzoletti di carta, cerco di ripristinarne l’integrità. Gli attestati se ne sono prontamente imbevuti. Una volta chiuse, le pagine aderiranno le une alle altre, rendendo impraticabile la consultazione.
Impraticabile anche per me, che però non me ne dolgo, in quanto uomo di una sola volta. Mi duole però il pensiero che presto i dossier illibati si esauriranno e non avrò altro con cui procurarmi sollievo. Da un po’ di anni non si effettuano assunzioni e l’enorme riserva storica, pur grande, appare tutt’altro che inesauribile. Passa il tempo e le probabilità che l’assenza prima d’uno e poi di più fascicoli, o la loro manomissione venga notata e provochi una ispezione. Che farei in quel caso, come dissimulare? E tenere ugualmente a bada i miei bisogni?
Che dici? Hai un suggerimento da offrire, una buona idea? Ma come, invece di rimproverarmi, e invitarmi a desistere, a cambiar strada, mi incoraggi? Cosa, cosa? Accade anche a te il medesimo, nella tua personale postazione in un oscuro Seminterrato! Ma non mi dire! Che coincidenza inaudita! Cosa fai? Fotocopi preventivamente ogni pratica? Massì, sì, ecco la soluzione! Come ho fatto a non pensarci? Era tanto semplice, tanto evidente! Lasciami tirare un sospiro di sollievo, amico, mio salvatore. Non corro più pericoli. Né quello dell’astinenza forzata, né quello dell’indagine, la derisione pubblica e il licenziamento… a costo di lavorare anche di notte, duplicherò in breve tutte le pratiche residue e me ne potrò servire senza alcuno scrupolo, senza più timori.
Ma non le copie, eh!? Non sono uomo da attenersi al poco, io! Solo il meglio per i miei piaceri, SOLO L’ORIGINALE. Capirai, che soddisfazione sarebbe contentarsi di uno squallido surrogato… i surrogati per gli archivi, non per le persone.

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