Argentina: dieci anni e tre mesi senza Julio López

di David Lifodi
Difficilmente Julio López tornerà a casa ancora in vita, eppure sono ancora in tanti a chiedersi come sia possibile che il testimone chiave nel processo contro contro il capo della Bonaerense, Miguel Etchecolatz, possa essere divenuto il desaparecido n. 30.001, il primo dal ritorno del paese in democrazia.
Eppure, quel 18 settembre 2006, quando López scomparve nel nulla per la seconda volta, i suoi amici e compagni di militanza capirono subito cosa era successo. Il primo rapimento era avvenuto il 27 ottobre 1976, in piena dittatura militare. A farlo sparire, il grupo de tarea che faceva capo all’ex generale Ramón Camps, il quale agiva per conto di Etchecolatz nell’ambito del Proceso de Reorganización Militar varato dalla dittatura. López, che rimase sequestrato fino al 1979 in cinque diversi centri di detenzione clandestini, era il testimone chiave per ricostruire i crimini commessi dal famigerato circolo Camps e fu rapito, e probabilmente ucciso, poco prima che testimoniasse di fronte al giudice. Al momento del secondo sequestro López aveva 77 anni, ma ricordava benissimo le torture dirette da Camps e il suo girovagare per i centri di tortura di Pozo de Arana, Potrerismo, i commissariati 5 e 8 di La Plata e l’Unidad 9, da cui fu liberato dopo 812 giorni di carcere e torture. Il rapimento dell’uomo avvenne poco dopo che Congresso e Corte suprema di Giustizia cancellassero le leggi di Obediencia Debida e Punto Final, grazie alle quali numerosi torturatori erano riusciti a farla franca fin quando non è giunta l’era kirchnerista. Il 19 settembre 2006, il giorno dopo il rapimento di López, Etchecolatz fu condannato all’ergastolo: si trattò del primo caso in cui la giustizia argentina riconobbe la privazione illegale delle libertà e l’utilizzo della tortura come delitti di lesa umanità. Gli organismi per i diritti umani, i familiari e gli ex compagni di prigionia di Julio López indicarono subito come responsabili gli uomini legati al paramilitarismo e elementi parapolizieschi ampiamente presenti nella polizia Bonaerense nonostante i tentativi di democratizzazione effettuati dall’allora presidente Néstor Kirchner. Soltanto per far capire quanti simpatizzanti abbiano e di quante coperture godano ancora oggi i torturatori di allora, lo stesso Etchecolatz esibì, nel corso del processo, un foglio scritto a mano con le inequivocabili parole “Julio López, secuestrar”. Per questo motivo, l’ex capo della Bonaerense fu imputato anche per intimidazione pubblica e per aver ostacolato la giustizia argentina nello svolgimento della sua funzione pubblica. Non solo Etchecolatz non si è mai pentito per i reati commessi, ma nel 2006 riuscì ad ottenere due verdetti favorevoli che gli permisero di beneficiare degli arresti domiciliari. Attualmente, Etchecolatz si trova tuttavia in carcere per delitti di altra natura su cui sta investigando il giudice Ernesto Kreplak.
Dal rapimento del 18 settembre 2006, sono stati molti i tentativi di inquinare le prove del processo a carico di Etchecolatz, ma su un aspetto tutti concordano: a sequestrare López sono stati poliziotti della Bonaerense, che secondo l’associazione Justicia YA! ha almeno novemila uomini ancora legati all’apparato repressivo della dittatura militare. “La sparizione forzata rappresenta il crimine dei crimini, perché viola tutti i diritti di una persona”, ha detto Nora Cortiñas, delle Madres de la Plaza de Mayo, a proposito del caso López. I giornalisti Luciana Rosende e Werner Bertot, nel loro libro Los días sin López, hanno cercato di investigare sulla scomparsa dell’uomo, arrivando a sostenere la tesi della responsabilità della Bonaerense: secondo loro, il medico della polizia Carlos Falcone e la ex poliziotta Susana Gopar, il cui nome figurava nell’agenda di Etchecolatz, potrebbero sapere molte cose sul caso. Il giorno stesso della sparizione di López, Graciela Carballo, moglie di Etchecolatz, ebbe un colloquio con un ex militare della Marina, Jorge Boynak, il cui nome è stato rinvenuto nella cella dell’ex capo della Bonaerense, il quale proprio il 18 settembre 2006 gli aveva scritto una e-mail (poi apparsa su siti legati agli apparati repressivi della dittatura e all’intelligence) in cui sosteneva che le dichiarazioni rese da López erano false. Secondo i due giornalisti, Boynak non è l’unica persona con cui parla la donna, la quale avrebbe avuto un colloquio anche con il medico Carlos Falcone, denunciato da un familiare di López per aver partecipato al suo sequestro. Pare che l’auto su cui è stato costretto a salire López fosse dello stesso Falcone e che il corpo del due volte desaparecido sia stato gettato in mare a Mar del Plata. Quanto a Susana Gopar, è stata indicata come una delle ultime persone viste da López e conoscente dello stesso Falcone. Un altro uomo coinvolto nel sequestro López potrebbe essere Julio César Garachico, anch’esso ex esponente di primo piano della Bonaerense che ebbe contatti con Falcone e, poche settimane dopo il 18 settembre 2006, fece sparire le sue tracce senza essere mai indagato. A dieci anni dal rapimento di López l’ex detenuto-desaparecido Carlos Zaidman ha sottolineato che dal 1982 al 2006 si erano verificati altri episodi di sparizione, ma che il caso López è maggiormente significativo e inquietante perché è la prima sparizione a fini esclusivamente politici. L’intento dei rapitori è stato quello di intimorire ed impaurire la società argentina e, al tempo stesso, il loro messaggio intende far capire che ci sono ancora, sono organizzati e godono ancora di una certa impunità.
Nel corso degli anni molti giudici si sono dichiarati incompetenti sul caso López e anche lo Stato, durante il kirchnerismo, avrebbe potuto fare di più. La sparizione di López e l’impunità che aleggia sul suo caso, non solo uccide ancora di volta un testimone chiave, le cui possibilità di trovarlo ancora in vita sono davvero minime, ma rappresenta ancora oggi una minaccia e un avvertimento in stile mafioso nei confronti di tutte le organizzazioni popolari.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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