Argentina: nessuna giustizia per il massacro di Pergamino

Ad un anno e due mesi dall’incendio del commissariato in cui bruciarono vivi sette giovani, gli agenti che non si adoperarono per salvarli se la sono cavata con gli arresti domiciliari.

di David Lifodi

Non c’è pace per i familiari dei sette detenuti  morti nell’incendio divampato nel commissariato di Pergamino (città della provincia di Buenos Aires), avvenuto il 2 marzo 2017. Le indagini sono ad un punto morto, i cinque agenti responsabili di non aver fatto niente per salvare i detenuti se la sono cavata, per ora, con i domiciliari, e il responsabile si è dato alla fuga, ha lasciato perdere le sue tracce e attualmente è latitante. Questa è una delle tante storie dove a rimetterci la vita sono i dannati della terra, quelli che vivono nelle periferie urbane abbandonate dell’Argentina, ma al tempo stesso quanto accaduto sembra uscito da uno dei reportage di Rodolfo Walsh, in particolare quello intitolato La secta del gatillo fácil.

Quel 2 marzo 2017  Alan Córdoba, Fernando Latorre, Franco Pizarro, Juan Cabrera, Jhon Carlos, Sergio Filiberto e Federico Perrota si trovavano nelle celle del commissariato di Pergamino, quando un piccolo incendio divampato al suo interno si trasformò in un rogo. Le grida dei giovani, tutti tra i 18 e i 27 anni, furono udite in tutto l’isolato, ma i poliziotti non si adoperarono per salvarli. Il commissario Sebastián Alberto Donza è tuttora ricercato, mentre gli ufficiali Alexis Eva, Carolina Guevara ed Ezequiel Giuglietti, il sergente César Carrizo e il tenenti Juan Rodas godono degli arresti domiciliari, una pena ridicola di fronte all’abbandono al loro destino dei sette giovani. Dal caso più recente di Santiago Maldonado a quello del giovane Luciano Arruga, in tutto il paese sono in crescita gli episodi in cui la polizia è responsabile della morte di giovani. In Argentina il metodo di far sparire le persone era utilizzato prima dell’avvento del regime militare che prese il potere con la forza il 24 marzo 1976, ma continua ad essere adottato anche da quando è tornata la democrazia, per questo, a fianco dei familiari delle vittime di Pergamino, si sono subito schierate le Madres de la Plaza de Mayo. “Lo Stato ancora una volta è responsabile”, hanno evidenziato le Madres, sottolineandone la sua natura terrorista e ribadendo che i sette detenuti bruciati nel rogo si aggiungono ai trentamila desaparecidos fatti scomparire per mano del triumvirato militare Massera-Videla-Agosti.

Come ha riconosciuto lo stesso governo della provincia di Buenos Aires, la quantità di persone detenute nei commissariati è triplicata rispetto al numero di posti previsti, solo 177 sarebbero abilitati ad ospitare detenuti e ben 281 sono stati chiusi su ordine della magistratura. Anche i sette giovani rinchiusi nel commissariato di Pergamino si trovavano costretti a vivere in una struttura che non era in grado di garantire le condizioni minime di sicurezza e la Commissione provinciale per la memoria ha evidenziato che, a partire dal 2014, il numero dei detenuti all’interno dei commissariati di polizia è cresciuto costantemente.  Il massacro di Pergamino non è un episodio isolato. Il sistema repressivo architettato dalla dittatura nel  1976 gode ancora di ottima salute e di numerosi estimatori. La Coordinadora Contra la Represión Policial e Institucional (Correpi), ha evidenziato che i desaparecidos di ieri rappresentano i giovani ed i poveri di oggi ed ha insistito, una volta di più, sull’estrema violenza della polizia argentina, che si attiene ad un asolo ordine per il quale non c’è bisogno di traduzione: disciplinar o matar. Inoltre, nel corso delle manifestazioni organizzate per chiedere verità e giustizia per i sette giovani rimasti uccisi, molti poliziotti si sono dichiarati pronti a compiere altre operazioni di pulizia sociale contro i giovani delle periferie.

La madre di uno di loro, Sergio Filiberto, ricorda che l’incendio divampò mentre i familiari si stavano recando dai giovani per portare loro del cibo. In pratica se li videro morire quasi in faccia. Per i sette, come per ogni desaparecido, durante le manifestazioni viene scandito il suo nome e la folla risponde: “Presente”. Si tratta di un modo per mettere lo Stato di fronte alle proprie responsabilità, ma in realtà le carceri argentine si riempiono costantemente di giovani poveri a cui quelle stesse istituzioni che si dovrebbero adoperare per tutelarli dichiarano loro guerra.  I vertici della polizia, come accaduto più volte in situazioni simili, serrano le fila per difendere i torturatori, per questo la famigerata Bonaerense, la polizia di Buenos Aires a cui Néstor Kirchner aveva dichiarato guerra, continua impunemente a rappresentare una sorta di esercito di occupazione nelle periferie e ad agire secondo una logica paramilitare come negli anni Settanta.

Ogni giorno che passa senza che i sette giovani abbiano giustizia, per i loro familiari significa dover sopportare un ulteriore umiliazione.  Cómo a los nazis les va a pasar, a dónde vayan los iremos a buscar, gridano i manifestanti ogni volta che ricordano il massacro di Pergamino, ma per adesso, ancora una volta, a vincere è il terrorismo di Stato.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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