Argentina nucleare, nunca mas!

La storia dell’opposizione all’utilizzo dell’energia nucleare in Argentina è molto lunga. Oggi il movimento antinucleare è riuscito a darsi un’organizzazione dal basso che coinvolge l’intero paese. Nella città di Zarate, a luglio, si è tenuto il primo incontro nazionale

di Giulio Nicola Soldani (*)

Lo scorso  luglio  nella città di Zarate (provincia di Buenos Aires) si è tenuto  il primo incontro del MARA, il Movimento Antinuvleare della Repubblica Argentina. Si tratta di una data molto importante, perché per la prima volta nella storia di questa repubblica latinoamericana, si costruisce un fronte nazionale dal basso contro l’avanzata dell’energia nucleare e di tutte le sue nefaste implicazioni socioambientali, geopolitiche e strategiche.
L’energia atomica è stato una specie di fiore all’occhiello dello sviluppo tecnologico argentino che, fin dagli anni Cinquanta, ha sognato, insieme all’allora presidente Perón, una produzione energetica potenzialmente infinita per i suoi sterminati territori allora ancora vergini.

Già nel 1948 Peròn si era lasciato convincere da Ronald Richter, un fisico austriaco, che a Berlino aveva lavorato per i nazisti, sulla possibilità della fusione nucleare. Nonostante quest’inganno costato moltissimo al governo di Perón, che aveva finanziato con cifre esorbitanti il famoso Progetto Hemul in Patagonia, l’energia nucleare ha goduto di una discreta fortuna nella storia dell’Argentina. Dagli anni Cinquanta, che hanno visto la fondazione della CNEA (Comisión Nacional de Energía Atómica), a oggi  c`è stato un alternarsi di auge e decadenza dei progetti nucleari. Sicuramente però il momento più importante della storia nucleare è stato durante la dittatura civico-militare, che è durata dal 1976 al 1983. A quell’epoca la giunta militare aveva scomesso sull’energia atomica  con l’obiettivo di afferarmarsi como potenza nucleare a livello internazionale.Era nata così l’azienda statale INVAP (Investgaciòn Aplicada), che produce ed esporta  ancora oggi il piccolo reattore nucleare modulare CAREM.

LE MINIERE D’URANIO

Durante i decenni trascorsi alla ricerca del progresso nucleare la CNEA ha intrapreso un vera e propria scalata verso l’estrazione dell’uranio e l’autosufficienza (non raggiunta) del prezioso minerale utile per essere trasformato in combustibile per le centrali nucleari di Atucha I e II (a Zarate, nella Provincia di Buenos Aires) e di Embalse (nell’omonimo paesino in provincia di Cordoba).
Questa ricerca ha significato uno sviluppo minerario interno quasi intensivo che si è concretizzato con l’apertura di molte miniere d’uranio: La Miniera Huemul(Mendoza), la Miniera La Estela (San Luis), la Miniera Los Gigantes (Cordoba), il Complejo Fabril di Malargüe (Mendoza), la Miniera Los Adobes e la pianta di concentrazione di uranio di Pichñan (Chubut), la Miniera Serra Pintada (Mendoza), senza tralasciare i giacimenti Don Otto, Los Berthos e M. M. de Güemes (Salta).

La maggior parte di queste miniere, gestite directamente dalla CNEA, sono al giorno d’oggi in disuso, ma non hanno ricevuto il trattamento adeguato di bonifica né di risaneamento ambientali; infatti costituiscono un gran foco di radioattività. Per far fronte  questa situzione nel 2005 è stato istitutito il PRAMU(Proyecto de Restitución Ambiental de la Minerìa de Uranio) finanziato dal IBRD (International Bank for Reconstruction and Development) per la cifra di 70 milioni di dollari, ciononostante i lavori di bonfica nei siti indicati devono ancora essere portati a termine. La situazione ha destato la preoccupazione di molti cittadini che da anni, sia a Mendoza, che a Chubut, che a La Rioja, si sono organizzati in assemblee autoconvocate di vecinos per far fronte al problema socio-ambientale. La lotta contro l’inquinamento radioattivo rappresenta uno degli aspetti più importanti della resistenza contro il nucleare, ma sicuramente non è l’unico.

DISCARICA NUCLEARE, REATTORI  OBSOLETI E DIOSSIDO D’URANIO.

Dopo Butch Cassidy, la Patagonia è stata  da sempre il sogno proibito di ogni avventuriero. Così negli anni ’80 la CNEA aveva iniziato progettare un sito di stoccaggio di residui nucleari internazionale, che doveva essere il primo della storia planetaria. Sarebbe stato un gran affare perché avrebbe implicato un traffico di residui nucleari in un territorio con meno di un abitante per chilometro qaudrato. Quando l’affare sembrava fatto, nel 1986, ebbe inizio uno dei movimenti antinucleari più importanti del Sud America che ha resistito per ben dieci anni al “basurero nuclear”, fino ad affermarsi con la storica manifestazione di Gastre. In quell’occasione, più di quattromila persone hanno sfilato per 450 chilometri, dalle città costiere di Chubut, attraverso la steppa patagonica, fino all’altopiano arido, dove si trova il piccolo centro abitato di Gastre. La lotta di Gastre avrebbero rappresentato non solo una vittoria schiacciante del movimento antinucleare contro l’allora presidente Carlos Saúl Menem (e la lobby nucleare mondiale della OIAE), ma anche la fondazione di un nuovo modo di fare politica rispetto ai problemi socioambientali. Nasceva così l’ Unione di Assemblee Cittadine (oggi Unione di Assemblee e Comunità), la UAC, che si richiamava ai principi dell’orizzontalità partecipativa e a una strategia legata alla formazione popolare di saperi specifici.


Su questa stessa linea, alcuni anni dopo, è stato fondato il Movimento Antinuclear Zarate, nella località omonima dove si trova la centrale Atucha, che è provvista di due reattori nucleari. Il primo dei quali è stato comprato dalla Siemens nel 1968, e oggi si tratta di una tecnologia diventata obsoleta.
Il secondo reattore (chiamato Nestor Kirchner come l’ex presidente) ha rappresentato uan spesa incredibile di costruzione pari a 5 miliardi di dollari, quasi il doppio del prezzo di una normale centrale nucleare. Il Movimento Antinucleare Zarate, che combatte quotidianamente contro questo mostro atomico, dal 2011 cerca di visibilizzare i rischi e gli effetti di un sviluppo nucleare fatto sulla riva del Fiume Paraná, uno dei piu grandi dell’Argentina. Il Paranà e l’affluente principale del Rio della Plata l’unica riserva d’Acqua potabile per le quattoridici milioni di persone che abitano nel Gran Buenos Aires. Ma la lotta contro il nucleare si è data anche nell’estremo nord del paese, a Formosa. Nel 2013 il governo di Cristina Fernandez  aveva deciso di trasferire un impianto di produzione di diossido di Uranio, la statale Dioxitex, da Cordoba, dove era stata denunciata per irregolarità legate all’impatto ambientale, al confine con il Paraguay. Una decisione che a suo tempo ha scatenato l’ ira dei cittadini di Formosa, dei popoli originari di quella zona (Qom, Pilagá, Wichí y Nivaclé – QOPIWINI) e degli abitanti del Paraguay. Da questa situazione è nato un movimento antinucleare, binanzionale e pluriculturale che è riuscito a impedire la costruzione dell’impianto di produzione del carburante d’uranio.

Movimiento Antinuclear Rio Negro – Movimiento Antinuclear de la Republica Argentina

Sicuramente la sfida più grande vinta dagli antinuclearisti argentini è venuta di nuovo dalla Patagonia. Questa volta si è trattato di un’ immensa mobilitazione e una altrettanto grande protesta degli abitanti rionegrini contro il progetto di costruzione di una centrale nucleare di capitali cinesi sulla costa atlantica, che è sfociata nell’approvazione di una llege locale che proibisce la costruzione delle centrali nucleari nel territorio. Con il 2017 sembrerebbe chiudersi il ciclo delle lotte antinucleari di massa; invece alcuni attivisiti, durante una riunione tenutasi a Rosario nel marzo scorso hanno deciso di fondare un movimento nazionale  contro l’energia nucleare in Argentina, il Mara. Sabato 21 luglio nella località di Zarate, all’ombra della centrale nucleare Atucha si sono dati appuntamento molti attivisiti provenienti da tutto il paese per inziare a discutere e a condividere inquietudini e strategie per affrontre il Plan Nuclear Argentino. Un  progetto energetico che produce un misero 7% di tutta l’energia del paese, ha dei prezzi folli e mette a repentaglio la vita della popolazione e l’equilibrio dell’ecosistema.

Tra gli oratori, oltre agli attivisti di Formosa, La Rioja, Rio Negro e Zarate,  erano presenti Darìo Duch avvocato indigenista e ambientalista e il biologo Raúl Montenegro, presidente della ONG FUNAM e consulente dell’ONU per l’ambiente. Montenegro ha sottolineato l’immenso pericolo che corrono gli abitanti dell’area urbana della Gran Buenos Aires, perché al giorno d’oggi, non esiste un piano d’evacuazione in caso di incidente nucleare nel polo di Atucha; e perché ci sono quantitá di scorie radiattive pari a 35 volte la potenza di Chernobil,  custodite sottoterra nella località di Ezeiza nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale Ministro Pistarini. Queste due situazioni rappresentano il rischio piú grande per gli abitanti di Buenos Aires e proprio da qui bisognerebbe iniziare per risalire verso una de-nuclearizzazione progressiva ed efficace del paese, perché in realtà, aggiunge il biologo di Cordoba, “se si entra nel nucleare è impossibile uscirne del tutto”.

(*) tratto da Comune-info

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