Asimov: Abissi d’acciaio

riprendo da www.scuolafilosofica.com questa recensione di Giangiuseppe Pili.

Nella città degli spaziali, Spacetown, viene ucciso un robotista importante, il dottor Sarton. E’ un periodo difficile per gli abitanti della Terra, i terrestri vecchio sangue lontani per vedute politiche e sentimenti dagli spaziali, abitanti degli altri pianeti colonizzati dai terrestri moltissimi anni prima. Gli spaziali si sono evoluti verso una razionalizzazione estrema delle emozioni: esseri molto longevi, privi di difese immunitarie naturali e, ormai, quasi del tutto a-emotivi. Pochi di numero ma dall’invecchiamento lentissimo, hanno fatto ampio uso di lavoro meccanico per sopperire al fabbisogno di manodopera, servendosi di automi estremamente intelligenti. I terrestri sono troppi per un solo pianeta e, per tanto, per vivere tutti insieme hanno dovuto raggiungere un livello di specializzazione estremo e di rigidità sociale paradossale. Gli individui vivono un’esistenza schematica e, soprattutto, definita da parametri prestabiliti e inviolabili, dove le colpe vengono pagate a carissimo prezzo e implacabilmente. Ma è un momento delicato nella storia della Terra perché mai come adesso i terrestri sentono di essere entrati in competizione con una nuova generazione di robòt e le tensioni con gli spaziali raggiungono il vertice. Il rischio è un’esplosione di violenza incontrollabile. L’omicidio del dottor Sarton inquieta le autorità terrestri e quelle spaziali, unite nel bisogno di evitare il peggio. Il poliziotto E. Baley e il robot spaziale R. Daneel sono chiamati al difficile compito di risolvere un problema di portata planetaria.

Abissi d’acciaio è il primo libro di Asimov sugli androidi evoluti. Gli spunti interessanti sono diversi: la presenza di una detective-story, lo scontro/incontro tra intelligenza umana e intelligenza artificiale, una prospettiva di evoluzione di massa conseguita a caro prezzo per la stessa collettività.

Il libro viene pubblicato tra il 1952-1953 su una rivista di fantascienza. Eppure, il senso di attualità e di arretratezza si avverte nello stesso tempo, in cui si rimane ammaliati dal senso estremamente scientista di Asimov e dalla sua prosa asciutta e priva di qualunque preziosismo. L’attualità dei temi è estrema: i problemi etici derivati dai problemi dell’Intelligenza Artificiale si pongono oggi come allora, probabilmente perché né oggi né ieri (e forse manco domani) si è raggiunta una perfezione sufficiente nella programmazione di esseri senzienti simili agli uomini quanto R. Daneel. Dunque, tutto quel che si può fare è rimanere in silenzio a fantasticare sul futuro e sul possibile.

Mentre è molto attuale, forte e veramente rilevante l’idea di una società ultrarepressiva, onnivora e onnipresente che annulla l’individuo sino a decostruire la vita privata per disegnarla in modo funzionale alla prassi sociale. Non solo quest’immagine della società ci conduce molto vicino a fenomeni tipicamente contemporanei, ma provoca disagio l’idea che questo livello di servilismo sociale sia anche condivisibile e uniformemente accettato. Un’inquietudine che pervade sin dal principio è l’accettazione dell’asservimento dell’individuo. C’è un limite o no? Se c’è, è talmente labile da essere messo in discussione facilmente. Asimov ridisegna i confini del singolo annullandolo: difficile dire cosa rimanga all’uomo di tipicamente umano, tra una dimensione collettiva che sembra condurre all’annichilimento personale e l’autodistruzione e, dall’altra parte, una dimensione individuale che deve fare i conti con intelligenze “più funzionali”, come quelle dei robot umanoidi alla R. Daneel.

Già in quegli anni si stava incominciando a riflettere sul problema della densità demografica ma, almeno in Asimov, con un giusto distacco ottimista sebbene, forse, un po’ troppo ingenuo ma, senza dubbio, preferibile all’isteria tutta contemporanea. L’idea che troppa popolazione implichi un’evacuazione di massa dalla Terra è molto semplice e ricalca la storia antica e meno antica dove le persone in eccesso emigrarono in cerca di fortuna: dalla Grecia all’Italia, dall’Europa all’America e ancora dai singoli paesi europei alle americhe e, oggi, dall’Asia e dall’Africa al così detto “primo mondo”. Ma è molto interessante che si dia per scontato, per così dire, che l’umanità sia sempre destinata ad espandersi nella lunghezza dello spazio (sia verticale, gli abissi d’acciaio che sono le città; sia in orizzontale, verso la conquista di nuovi mondi): e se lo spazio non fosse infinito, se i pianeti altri non fossero in alcun modo colonizzabili e la madre terra non avesse un giardino abbastanza ampio da soddisfare le esigenze di tutti? Questa domanda è molto più inquietante perché profondamente vera. Asimov, in realtà, è un ottimista metafisico col suo senso di grandezza cosmica e storica dove è la specie a valere più della massa, dove la ricerca comunitaria scientifica conduce necessariamente al meglio e dove la storia trova sempre i suoi sistemi per non condurre ad un autocollassamento generale. Questo ottimismo è figlio dei suoi tempi, degli anni cinquanta, quando si respirava l’idea di un’espansione infinita del capitalismo scientista là dove l’importante è la moltitudine a scapito del singolo: ma quando tutti i singoli si sacrificano, cosa ne sarà del benessere sociale? Non c’è niente di male nell’ottimismo cosmico e metafisico di Asimov, anzi, a volte se ne sente proprio l’esigenza, ma il dubbio che sia troppo ingenuo e che si paghi ad un prezzo irrealistico conduce ad un senso emotivo di paradossalità estremo durante la lettura del libro: i terrestri non riescono pienamente convincenti perché isterici ma proni totalmente al sistema. Ma la repressione fino a quei livelli, come si vede oggi dopo una struttura sociale costruita sul puro dominio dell’individuo, fa scattare un rifiuto netto per la legge istituita e per i suoi presunti valori che fanno ricadere la fede collettiva in un nichilismo brutale, vuoto ed insensibile.

Giusto come spunto di riflessione: Asimov è l’espressione fantascientifica dell’Occidente scientista e razionalista sino al midollo. L’immagine risultante è una deformazione di alcune caratteristiche culturali occidentali estremizzate nella formazione di un mondo totalmente dominato dalla razionalità della scienza al minuto e della storia razionale hegeliana nella massa. Questa concezione a-individuale e indifferenziata, incurante delle variazioni sociali importanti, può essere un’immagine positiva dello stesso Occidente? Asimov riesce nella difficile operazione di rappresentare in piccolo una cultura grande: la discussione slitta facilmente dal romanzo al significato generale della cultura Occidentale. Un grande pregio, vien da dire, per un libro che risulta datato proprio per i dettagli scientisti di Asimov!

Da un punto di vista “filosofico” e di “storia della scienza” possiamo osservare come la concezione dell’Intelligenza Artificiale ricalchi pienamente il sentimento comportamentista secondo cui l’intelligenza (e non solo) è definita nei termini delle prestazioni manifeste, cioè dalla risposte a degli stimoli. Asimov ingenuamente prende per buona ogni teoria scientifica corrente e ne sviluppa narrativamente gli spunti. Ma proprio negli anni tra 1953-1954 arrivarono le peggiori critiche al comportamentismo, sebbene nello stesso tempo, ci fu la nascita del programma di ricerca dell’Intelligenza Artificiale che, per semplicità di fini, si accontentò dal principio del paradigma fissato dalla “vecchia psicologia” destinata a crollare su se stessa da lì a qualche anno. Comunque, gli automi di Asimov sono limitati non da regole fisiche ma da euristiche comportamentali di alto livello (per un approfondimento su questo tema interessante si può vedere l’articolo “Kant e la legge 0 della robotica” in www.scuolafilosofica.com nella categoria “Filosofia”, “Approfondimenti e spiegazioni).

Tutto questo in un libro mistery/fantascientifico. Molto in non moltissime pagine. Abissi d’acciaio è un libro interessante e dalla lettura spedita. La conoscenza scientifica e storica di Asimov lo conduce alla costruzione di un mondo alternativo dominato da tante contraddizioni e, di ciò, l’autore era pienamente consapevole, come ben si evince dalla lettura intera del libro e dalla sua conclusione.

Un libro da leggere tra una pausa e l’altra dello studio o del lavoro, piacevole e intrigante ma senza grandiosità letteraria. Lineare negli intenti, nella prosa e nella trama ma dall’indiscutibile piacere fisico e dal valore prospettico e retrospettivo da non sottovalutare.

ASIMOV ISAAC, ABISSI D’ACCIAIO, MONDADORI, PAGINE 220, EURO 9

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *