Assange, sempre in pericolo

una manifestazione per Julian Assange, il 3 luglio a Roma

Quando il silenzio diventa un omicidio – Vincenzo Vita

Caso Assange. Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell’informazione Lo scorso venerdì si è tenuto, presso il senato della Repubblica, un convegno sul diritto alla conoscenza. Promosso dalla biblioteca del senato medesimo diretta da Gianni Marilotti insieme all’associazione intitolata allo scomparso giornalista di inchiesta Mimmo Càndito (fu presidente dei Reporter senza frontiere dal 1999), il dibattito si è giustamente incentrato sulla tragica vicenda di Julian Assange. Il giornalista di origine australiana è il fondatore dell’agenzia WikiLeaks, oggi detenuto nel carcere speciale inglese di Belmarsh con il rischio solo rinviato dell’estradizione negli Stati uniti. L’iniziativa ha rotto un po’ il velo di silenzio attorno ad una vicenda dai contorni pericolosi ed emblematici. Grazie all’impegno di Marinella Venegoni, la compagna di Càndito, di Gian Giacomo Migone con l’Indice libri del mese, della federazione della stampa con Giuseppe Giulietti, della fondazione Basso e dell’omologa intitolata a Paolo Murialdi, nonché di Critica liberale il sipario si è strappato. Tuttavia, come hanno sottolineato gli interventi di chi (Raffaele Fiengo, Enzo Marzo, Nello Rossi) ha condotto per anni lotte incisive per la libertà di informazione e la trasparenza degli apparati, c’è moltissimo da fare. Fondamentale la documentata comunicazione di Stefania Maurizi de il Fatto Quotidiano, cui si deve in Italia il mantenimento la luce accesa su di una vicenda abnorme. Come sono risultati inquietanti gli interventi del padre del whistleblower John Shipton (con una sobria drammaticità, antitetica rispetto all’imbarazzante televisione del dolore di tanti talk) e dell’avvocato australiano dell’imputato Greg Barnes. Già, l’imputazione. Si tratta di un reato previsto dall’Espionage Act statunitense del 1917, in base al quale la pena prevista in caso di accoglimento dell’estradizione, visto che gli Stati uniti non demordono arriva a 175 anni di carcere. Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell’informazione. Qual è la questione, in sintesi? Mentre coloro che hanno promosso guerre sanguinose e terribili in Iraq o in Afghanistan o hanno controllato migliaia di cablogrammi e di telefonate con la National Security Agency (NSA) girano per il mondo con conferenze ben retribuite, l’eroe civile capace di illuminare la verità rischia di morire in prigione. Eppure, ora le cancellerie quasi si vergognano delle guerre di conquista volte ad esportare per così dire la democrazia. Visto che dall’Iraq distrutto è nato il terrore dell’Isis o di Al Qaida e che dal clamoroso insuccesso afghano ne hanno tratto vantaggio i talebani. Per non citare lo scandalo di Guantanamo, che è tuttora un buco nero del e nel mondo globale. Di tutto ciò non si sarebbe saputo pressoché nulla senza il coraggio di WikiLeaks supportato dalle fonti Edward Snowden ex tecnico della Central Intelligence Agency (CIA) in crisi di coscienza, e Chelsea Manning, il militare che ruppe il muro dell’omertà e ha tentato per tre volte di suicidarsi. Shakespeare ne avrebbe tratto uno dei suoi capolavori, essendovi in tali storie il racconto senza false retoriche del lato oscuro potere. Quest’ultimo si fonda sulla pratica (violenta) del segreto, perché la verità può essere eversiva. Ciò accade soprattutto quando vi sono misfatti di stato, azioni belliche contrarie ad ogni legge internazionale. Assange è sottoposto nella fortezza in cui è rinchiuso ad una vera e propria tortura, della stessa forma da lui denunciata con una controinformazione preziosa. Ha ricordato Migone, come aveva fatto del resto in vista delle elezioni americane Furio Colombo, che siamo al cospetto di un precedente insidioso. Non così accadde quando Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers (1967), disvelò le porcherie della guerra del Vietnam. Allora non si ebbero condanne, in virtù del principio fondamentale della libertà di informazione garantito dal primo emendamento della costituzione di Washington. Tant’è che il New York Times e il Post pubblicarono paginate e non vi fu censura, malgrado le pressioni del segretario della difesa McNamara. Basti, poi, leggere il duro documento stilato dallo Special Rapporteur on Torture delle Nazioni unite, Nils Melzer. Dove si stigmatizza pure il comportamento della Svezia, dove la drammaturgia cominciò, con accuse strumentali rivelatesi infondate. Perché il sipario si apra davvero, serve un atto formale, così come è accaduto in Gran Bretagna e in Australia su spinta di parlamentari di parti diverse. Una mozione delle camere rivolta al presidente del consiglio Draghi, affinché ponga il problema di Assange all’unione europea e a Joe Biden, è urgente e necessaria.

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RICONOSCERE LO STATUS DI RIFUGIATO A JULIAN ASSANGE

Abbiamo presentato una mozione che sarà discussa e votata in Aula la prossima settimana per impegnare il governo a intraprendere ogni utile iniziativa finalizzata a garantire la protezione e l’incolumità di Julian Assange da parte delle autorità britanniche e a scongiurarne l’estradizione.

Ad Assange bisogna riconoscere lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale, in virtù delle riconosciute e accettate disposizioni internazionali sul diritto d’asilo.

L’Alternativa c’è

Questo il testo della mozione:

La Camera,

premesso che:

il 28 marzo 2021 Stella Morris, moglie di Julian Assange, ha riportato la notizia di una lettera personale da parte di Papa Francesco recapitata al marito, incarcerato nel Regno unito dal 2019, per il tramite del prete del penitenziario;

Julian Assange, cittadino australiano, è al centro di un caso diplomatico e giuridico che dura ormai da undici lunghissimi anni;

giornalista, attivista e programmatore informatico, nel 2006 Assange ha fondato il sito wikileaks.org (WikiLeaks) con l’obiettivo di offrire uno spazio libero ai whistleblower disposti a pubblicare documenti sensibili e compromettenti, in forma anonima e senza la possibilità di essere rintracciati;

il sito, negli anni, è stato curato da molti giornalisti, attivisti e scienziati riscuotendo sempre maggiore attenzione nell’opinione pubblica, rivelando segreti e scandali, relativi, tra gli altri, a guerre, loschi affari commerciali, episodi di corruzione e di evasione fiscale;

le rivelazioni di WikiLeaks hanno contribuito ad aumentare la consapevolezza di larghi strati della pubblica opinione mondiale rispetto a governi, uomini di potere, reti di relazioni ed eventi, ben oltre la narrazione ufficiale;

nel 2010 Assange è assurto ad ampia notorietà internazionale per aver rivelato tramite WikiLeaks documenti classificati statunitensi, ricevuti dalla ex militare Chelsea Manning, riguardanti diversi crimini di guerra;

nell’ottobre del 2010, pochi mesi prima delle accuse avviate contro Julian Assange in Svezia, WikiLeaks pubblicò video e documenti diplomatici relativi alle guerre in Afghanistan e in Iraq. Fu una delle più grandi fughe di notizie della storia che documentarono abusi delle forze americane, compresa l’uccisione di decine di civili, compresi due giornalisti della Reuters, da parte di un elicottero da guerra statunitense Apache a Baghdad nel 2007;

WikiLeaks, attraverso il così denominato “Cablegate”, diffuse più di 300 mila documenti riservati dell’esercito statunitense che rivelarono gravi inadempienze della autorità nel perseguire abusi, torture, violenze perpetrate durante le guerre in Afghanistan e Iraq;

durante le primarie presidenziali del Partito Democratico statunitense del 2016, WikiLeaks pubblicò e-mail inviate e ricevute dalla candidata Hillary Clinton dal suo server di e-mail privato quando era Segretario di stato dimostrando, tra l’altro, il coinvolgimento dell’Arabia Saudita e del Qatar in varie azioni di supporto alla formazione dello Stato Islamico in Siria e in Iraq (ISIS) e ponendo concreti dubbi sul coinvolgimento statunitense in esse;

per le sue rivelazioni Julian Assange ha ricevuto svariati encomi da privati e personalità pubbliche, onorificenze (tra cui il Premio Sam Adams, la “Gold medal for Peace with Justice” da Sydney Peace Foundation e il “Martha Gellhorn Prize for Journalism”), ed è stato ripetutamente proposto per il Premio Nobel per la pace per la sua attività di informazione e trasparenza;

nel 2012, per sfuggire all’arresto da parte della polizia britannica, Julian Assange trovò asilo presso l’ambasciata dell’Ecuador, il cui governo gli avrebbe riconosciuto in quello stesso anno lo status di rifugiato politico e il diritto d’asilo;

l’11 aprile 2019, la polizia britannica ha arrestato Julian Assange all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londa, con il consenso delle autorità ecuadoriane dopo che, in seguito al cambio di governo, le stesse gli avevano revocato lo status di rifugiato;

nella serata del 11 aprile, Julian Assange è stato condotto dinanzi alla Westminster Magistrates’ Court, dove sembrerebbe sia stato riconosciuto colpevole ipso facto d’aver violato nel 2012 i termini della cauzione: ovvero quando aveva deciso di rifugiarsi nell’ambasciata ecuadoriana e di non comparire di fronte a un giudice britannico che lo aveva convocato per conto della magistratura svedese nell’ambito di una controversa inchiesta per presunto stupro e molestie avviate contro di lui a Stoccolma, accuse poi archiviate;

oggi quindi Julian Assange risulta essere detenuto nel Regno unito per aver violato le condizioni di una libertà vigilata imposte sulla base di un mandato poi revocato, ma la motivazione reale della sua detenzione parrebbe risiedere nella richiesta di estradizione da parte degli Stati uniti;

le autorità di Washington asseriscono infatti che Julian Assange e WikiLeaks avrebbero messo a repentaglio la sicurezza nazionale degli Stati uniti. Con questa stessa accusa Chelsea Manning, che a WikiLeaks fornì i documenti nel 2010, è stata dapprima condannata a 35 anni di prigione e successivamente graziata dal Presidente Obama;

l’estradizione nei confronti di Assange troverebbe una ragione di fondamento in un atto di accusa segretamente depositato ad Alexandria, nello stato del Virginia, che consisterebbe di un solo capo di imputazione, insieme a Chelsea Manning, relativo al reato di pirateria informatica, anche se sembrerebbe che il ministero della giustizia statunitense abbia contestato ad Assange altri reati, tra cui quelli di cospirazione e spionaggio;

dopo quasi undici anni, quello in atto contro Julian Assange assume i contorni di una persecuzione contro la persona e di una ritorsione contro il progetto WikiLeaks, ma rappresenta anche un pericoloso precedente per attivisti, giornalisti e whistleblower negli Stati uniti così come in qualunque altro Stato;

la detenzione di Julian Assange – i cui presupposti erano già stati respinti nel 2015 dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria e rivelatasi anche avvenire in condizioni gravosamente severe – nonché le eventualità di estradizione e persecuzione a vita negli USA, hanno suscitato forte protesta e appelli per il rilascio da parte dell’opinione pubblica e di svariate organizzazioni per i diritti umani;

nel novembre 2019 il relatore Onu sulla tortura ha dichiarato che Assange avrebbe dovuto essere rilasciato e la sua estradizione negata, dichiarazione successivamente fatta propria anche dal Consiglio d’Europa, di cui il Regno unito è peraltro Stato membro fondatore;

nel dicembre 2020 lo stesso relatore Onu sulla tortura, oltre a rinnovare l’appello per l’immediata liberazione di Assange, ha chiesto, senza esito, che questi venisse almeno trasferito dal carcere ad un contesto di arresti domiciliari;

il 5 gennaio 2021 la giustizia inglese ha negato l’estradizione di Assange per motivi di natura medica, nello specifico per il bene della sua salute mentale per l’alto rischio di tendenze suicide;

tuttavia, nonostante quanto espresso in precedenza e nonostante le precarie condizioni di salute, Julian Assange risulta ancora detenuto in condizioni gravosamente severe presso la prigione di Belmarsh;

per questa ragione è opportuno esercitare la massima pressione sul Regno unito affinché comprenda la gravità della situazione e garantisca la protezione di Julian Assange, accogliendo quanto richiesto dal relatore Onu sulla tortura e quanto fatto proprio dal Consiglio d’Europa, massima istituzione per lo stato di diritto e per la tutela dei diritti umani di cui il Regno unito è membro fondatore;

finché a Julian Assange non verrà riconosciuta la piena libertà, lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale, il rischio che egli possa andare incontro a violazioni dei diritti umani sarà sempre concreto e incombente, oltre a condizioni detentive che violerebbero il divieto assoluto di tortura e di altri maltrattamenti e un processo iniquo che, negli Stati Uniti, potrebbe essere seguito dalla pena di morte, a causa del suo lavoro con WikiLeaks;

impegna il Governo:

ad intraprendere, anche in aderenza alle Convenzioni internazionali e specificatamente alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ogni utile iniziativa finalizzata a garantire la protezione e l’incolumità di Julian Assange da parte delle autorità britanniche e a scongiurarne l’estradizione;

a riconoscere lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale a Julian Assange, in virtù delle riconosciute e accettate disposizioni internazionali sul diritto d’asilo.

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La Bottega del Barbieri

5 commenti

  • Francesco Masala

    ecco il video del convegno venerdì 25 giugno 2021 il convegno “Il diritto alla conoscenza. I Whistleblowers. I casi Ellsberg, Assange, Snowden”, tenutosi al Senato venerdì 25 giugno 2021:

  • RICEVIAMO QUESTA PRECISAZIONE
    Scrivo a nome del gruppo Italiani per Assange che organizza l’evento di sabato 3 luglio in Piazza Trilussa a Roma.
    Volevo anzitutto ringraziare per lo spazio che avete dato sia alla vicenda di Assange- una vicenda tanto significativa, quanto purtroppo avvolta da un silenzio impenetrabile e omertoso- sia alla nostra locandina.
    Ci permettiamo tuttavia di far notare all’interno del Vostro articolo, una piccola inesattezza che è però gravida di conseguenze per la comprensione della reale portata di questo caso: Assange non è un whistleblower. E’ un giornalista.
    Incriminandolo ai sensi dell’Espionage Act, il Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump, e ora quello della presidenza Biden, ha compiuto un passo decisivo nei confronti della criminalizzazione del giornalismo d’inchiesta, cosa che non era avvenuta, fintantoché sul banco degli imputati sedevano Ellsberg, Manning, Kiriakou, Snowden, ecc… La differenza, come certamente comprenderete, è sottile, eppure al tempo stesso enorme; lo è nella misura in cui un giornalista non è legato da vincoli di fedeltà e riservatezza nei confronti dell’agenzia per la quale lavora (sia essa il Pentagono, la CIA, l’NSA o altro), ma dal principio morale, prima ancora che deontologico, di informare il pubblico e lo è ancor più, nel caso in cui il giornalista in questione – com’è appunto per Assange – non sia nemmeno cittadino di quel Paese che lo vuole estradare e rinchiudere per 175 anni in una prigione di massima sicurezza.
    Volevamo inoltre segnalarVi un altro dettaglio che ci è parso alla stregua di una svista (se non lo fosse preghiamo di scusarci): Edward Snowden, al momento delle sue rivelazioni nel 2013, non era più consulente della CIA, bensì della NSA.
    Nel rinnovare i ringraziamenti (e nello scusarci per la puntualizzazione circa la qualifica di Assange, che ci è sembrata tuttavia doverosa) cogliamo l’occasione per invitare al nostro evento sabato 3 luglio a partire dalle ore 17 in piazza Trilussa a Roma e per chiedere se avete piacere di inviarci un contributo a mezzo video o attraverso un breve testo scritto.
    Con la più viva cordialità,
    Serena Ferrario – “Italiani per Assange”

  • Francesco Masala

    IL CASO ASSANGE: RICERCA DELLA VERITÀ E LIBERTÀ DI INFORMAZIONE

    Il prossimo 8 settembre si svolgerà a Roma, alle 11 del mattino, a
    Montecitorio, una manifestazione a favore del giornalista Julian
    Assange, detenuto nelle prigioni britanniche, e perseguitato dal
    governo statunitense che ne chiede l’estradizione. Parteciperà il
    deputato Pino Cabras, uscito da 5Stelle e fondatore del movimento
    “l’alternativa c’è”. Cabras presenterà alla camera un progetto di
    legge in cui si chiede che ad Assange, che rischia 175 anni di galera
    se estradato negli USA, sia concessa la cittadinanza italiana.

    Il caso Assange riguarda la ricerca ed il concetto stesso di verità,
    oltre che la libertà dell’informazione. Possiamo definire la verità –
    sia in campo scientifico che politico, morale, psicologico, ecc. –
    come un’affermazione o un’informazione espressa con il linguaggio, o
    con altri mezzi di comunicazione, che corrisponda alla realtà. Se non
    c’è questa corrispondenza si tratta di bugie e manipolazioni.

    Assange si è assunto il compito di dire la verità sulla politica del
    governo statunitense partendo da una serie di fatti accertati e
    citando – a questo proposito – una serie di documenti ufficiali, ma
    secretati, di vari settori governativi degli USA (Dipartimento di
    Stato, Pentagono, ecc.). Questi documenti sono stati forniti da suoi
    informatori di fede pacifista e democratica, come l’ex-soldato Chelsea
    Manning, che ha passato 7 anni in galera prima di essere graziato dal
    presidente Obama. Grazie alla pubblicazione di questa documentazione è
    stato smascherata la realtà della politica estera statunitense che –
    sotto le false voci di “lotta al terrorismo”, “difesa dei diritti
    umani” ed “esportazione della democrazia” – si è in realtà resa
    responsabile di aggressioni imperialiste ad interi paesi, distruzioni,
    stragi, imprigionamenti arbitrari, torture. Sono state quindi
    smascherate le politiche di umiliazioni disumane e maltrattamenti
    sistematici inflitti a oppositori della politica statunitense, a
    prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib, o a prigionieri
    afghani nella base di Bagram, ecc. Sono state documentate le uccisioni
    illegali sistematiche di presunti terroristi e semplici civili fatte
    con missili, droni ed elicotteri. Sono state denunciati i rapimenti e
    le detenzioni illegali (a Guantanamo o in altre sedi) ai danni di
    esponenti di vari paesi, come quella effettuata a carico dell’imam di
    Milano, per il cui rapimento agenti di servizi segreti USA sono stati
    condannati persino dalla stessa magistratura italiana (ovviamente
    senza conseguenze visto lo stato di vassallaggio del nostro paese).

    Un esame accurato di tutti questi episodi è stato fatto nell’ottima e
    documentata trasmissione del 30 agosto scorso “Presa diretta” a cura
    del giornalista Riccardo Iacona, con cui pure in passato non sempre
    siamo stati d’accordo. È probabile che lo spunto per essere così
    chiaro e coraggioso sia stato dato a Iacona, con l’approvazione di
    altri responsabili del Terzo Canale TV, dalla ignobile figuraccia
    fatta dagli USA e dalla NATO nel contemporaneo caso dell’Afghanistan,
    che ne ha scosso profondamente l’immagine presso la pubblica opinione.
    Iacona ha ricordato anche con molti dettagli la storia della lunga
    persecuzione nei riguardi di Assange, non ancora conclusa. Il primo
    colpo infamante è stato dato al coraggioso giornalista da una denuncia
    per stupro (opportunamente pilotata?) fatta dalla polizia svedese dopo
    che Assange aveva avuto in Svezia rapporti sessuali con due ragazze
    locali (già sue sostenitrici). Una di queste, nel tentativo di indurre
    Assange a fare un’analisi HIV (qualcuno le aveva suggerito che potesse
    essere malato di AIDS?), aveva denunciato un rapporto senza
    preservativo, che per una legge svedese equivale a stupro. Una
    seconda, forse influenzata dall’altro caso, aveva dichiarato che, pur
    avendo avuto un rapporto protetto, aveva avuto “l’impressione” che il
    preservativo si fosse rotto durante l’amplesso per colpa di Assange.

    In seguito queste accuse (in verità piuttosto capziose e ridicole)
    sono completamente cadute e le denunce ritirate, ma intanto il
    giornalista era stato costretto a spostarsi in Inghilterra. Qui è
    stato ampiamente perseguitato e braccato dalla magistratura e dalla
    polizia inglese su istigazione del governo USA. Rifugiatosi
    nell’Ambasciata dell’Equador grazie all’appoggio del presidente
    Correa, uno dei presidenti dell’ondata di sinistra nell’America
    Latina, Assange è rimasto relegato ed assediato in una stanzetta
    dell’ambasciata per 6 anni. Ma in seguito ad un colpo di stato di
    destra organizzato in Equador dai partiti conservatori legati alla CIA
    contro Correa con la solita ingiusta accusa di “corruzione” (la stessa
    usata per mettere fuori gioco Lula in Brasile), lo stesso Correa è
    stato costretto a chiedere asilo politico in Belgio. Il nuovo governo
    di destra ha allora consegnato Assange alla polizia britannica,
    ignorando il diritto di asilo già concesso. Ora il giornalista, ormai
    malato e ridotto quasi ad una larva dalle persecuzioni, attende che la
    magistratura britannica risponda alla richiesta di estradizione da
    parte degli USA (pur essendo ormai caduta l’infamante accusa di
    stupro). Non è retorico chiedere a tutti i cittadini democratici ed
    amanti della verità e della libertà di espressione, di manifestare e
    chiedere finalmente la liberazione di Assange.

    Roma 2 settembre 2021, Vincenzo Brandi

  • Francesco Masala

    un appello di Amnesty

    https://www.amnesty.it/appelli/annullare-le-accuse-contro-julian-assange

    I tribunali di Londra tengono ancora in esame la richiesta di estradizione da parte degli Usa, anche se si basa su accuse che derivano direttamente dalla diffusione di documenti riservati nell’ambito del lavoro giornalistico di Assange con Wikileaks. Rendere pubbliche informazioni del genere è una pietra angolare della libertà di stampa e del diritto dell’opinione pubblica ad avere accesso a informazioni di interesse pubblico. Tutto questo dovrebbe essere oggetto di protezione e non di criminalizzazione.

    Se estradato negli Usa, Assange potrebbe affrontare 18 capi d’accusa: 17 ai sensi della Legge sullo spionaggio e uno ai sensi della Legge sulle frodi e gli abusi informatici. Rischierebbe ischiato gravi violazioni dei diritti umani tra cui condizioni detentive, come l’isolamento prolungato, che potrebbero equivalere a maltrattamento o tortura. Assange è stato il primo soggetto editoriale a essere incriminato ai sensi della Legge sullo spionaggio.

    Gli Stati Uniti d’America devono annullare tutte le accuse contro Julian Assange, incluse quelle di spionaggio relative alle attività di pubblicazione di documenti nell’ambito del suo lavoro con Wikileaks.

    Gli incessanti tentativi del governo Usa di processare Julian Assange per aver reso pubblici documenti riguardanti anche possibili crimini di guerra commessi dalle forze armate statunitensi non sono altro che un assalto su larga scala al diritto alla libertà d’espressione.

    Julian Assange è attualmente detenuto nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito, sulla base della richiesta di estradizione degli Usa per accuse che derivano direttamente dalla pubblicazione di documenti segreti nell’ambito del suo lavoro con Wikileaks.

    Ci opponiamo fermamente all’eventualità che Julian Assange sia estradato o trasferito in ogni altro modo negli Usa, dove rischia di subire gravi violazioni dei diritti umani, tra cui condizioni di detenzione che potrebbero equivalere a tortura e altri maltrattamenti, come un prolungato isolamento. Il fatto che sia stato obiettivo di una campagna ostile promossa da funzionari Usa fino ai più alti livelli compromette il suo diritto alla presunzione di innocenza e lo espone al rischio di un processo iniquo.

    La pubblicazione di documenti da parte di Julian Assange nell’ambito del suo lavoro con Wikileaks non dovrebbe essere punita perché tale attività riguarda condotte che il giornalismo investigativo svolge regolarmente nell’ambito professionale. Processare Julian Assange per questi reati potrebbe avere un effetto dissuasivo sul diritto alla libertà di espressione, spingendo i giornalisti all’autocensura per evitare procedimenti giudiziari.

    Proteggi il diritto alla libertà di espressione. Chiedi alle autorità statunitensi di annullare le accuse contro Julian Assange derivanti solo dalle sue attività di pubblicazione di documenti con Wikileaks. Firma il nostro appello al Procuratore Generale degli Stati Uniti William P. Barr.

  • Francesco Masala

    Perché il processo a Julian Assange riguarda anche il nostro futuro

    Nella cella di una delle più famigerate prigioni di massima sicurezza del Regno Unito, la Belmarsh prison di Londra, Assange lotta contro alcune delle più potenti istituzioni della Terra, che da oltre un decennio lo vogliono distruggere.

    http://www.osservatoriorepressione.info/perche-processo-julian-assange-riguarda-anche-nostro-futuro/

    Assange ostaggio del cinismo occidentale

    Assange ha fatto quello che ogni giornalista dovrebbe fare. Se il giornalismo si misura con gli effetti prodotti dalle indagini e dalle rivelazioni, allora non c’è dubbio che Julian Assange è, semplicemente, il più grande giornalista di tutti i tempi
    http://www.osservatoriorepressione.info/assange-ostaggio-del-cinismo-occidentale/

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