Avere e non avere

Fabio Troncarelli “a caccia” di Hemingway (e di passaggio “impallina” anche Sandro Veronesi)

Il 21 luglio del 1899 ad Oak Park, sobborgo di Chicago, nacque Ernest Miller Hemingway, figlio del medico Clarence Edmonds e della cantante lirica fallita Grace Hall. Oak Park era un quartiere riservato: le case, quasi tutte progettate da famosi architetti come Frank Lloyd Wright o Wesley Arnold, erano villette vittoriane ariose, eleganti, spaziose, con bei giardini e belle verande in cui si può sostare a lungo con gli amici, davanti a una caraffa di vetro con una limonata ghiacciata, che fa dimenticare i pomeriggi afosi dell’Illinois.

Gli Hemingway erano una famiglia-modello per i loro vicini. Anche la loro casa era un modello: basta pensare che fu la prima del quartiere ad avere la luce elettrica, l’avveniristica novità che trasformò la vita di tutti gli uomini dell’Ottocento. Già… l’Ottocento! E’ la prima cosa che viene in mente entrando nella casa-museo di Oak Park: una casa dell’Ottocento, per rispettabili signori dell’Ottocento, che mettono al mondo il loro amato Ernest giusto alla fine dell’Ottocento. Perché, sapete, tutto nella vita di Hemingway fa pensare proprio a questo, anche se nessuno, dico nessuno, ha mai avuto il coraggio di dirlo: lo scrittore era un uomo dell’Ottocento, figlio di uomini dell’Ottocento, capitato per caso nel Novecento. Perchè lo dico? Ma perchè tutta la ferocia vitalistica del personaggio-Hemingway e tutta la sua violenza iconoclastica di scrittore, che lotta strenuamente contro subordinate, congiuntivi, digressioni, sentimentalismi e si batte per il trionfo di uno stile telegrafico, perentorio, apodittico, pieno di frasi secche come fucilate, tutta questa ostentazione furibonda di odio per la “Letteratura” e amore per la Vita nuda e cruda, che ti piglia al bavero e ti sbatte sul muso la sua oscena autenticità più vera del vero, insomma tutta questa sceneggiata vuole dimostrare che l’autore è un ragazzaccio che dice le parolacce, un cattivone e un maledetto che fa svenire le signore durante il tè, e non avrebbe senso se lui non fosse stato un ragazzino dell’Ottocento tanto, tanto per bene, nato, cresciuto e pasciuto da genitori dell’Ottocento tanto, tanto per bene, che ti obbligano sempre a metterti le pantofole prima di entrare nel salotto buono. E ti esasperano al punto che l’unica cosa che pensi è ammazzarli nel modo più nudo e crudo, più vero del vero. Credete che esageri? Beh, vediamo qualcuno dei passatempi preferiti della coppia modello Clarence e Grace Hemigway. Il padre, medico probo e integerrimo, adorava picchiare il figlio con ogni cosa che gli capitava fra le mani e in particolare con la cinghia di cuoio con cui si affilavano i rasoi, con una tale furia selvaggia che il piccolo Ernest si acquattava nei buchi più introvabili, stringendo convulsamente in mano il suo fucile da caccia nuovo di zecca, col cane alzato, pronto ad accoppare papino, se solo avesse messo il naso nel sullodato buco. Quanto alla mammina, il suo divertimento preferito era vestire Ernest da bambina, chiamandolo davanti a tutti «la mia bambolina» o «la mia olandesina», fino a quando il piccolo Ernest, satanico, ruggì di fronte a malcapitati ospiti inorriditi, che lui aveva ammazzato la “bambolina” e si era sbarazzato del suo cadavere senza un briciolo di pietà.

Sballottato fra le cure assidue di questa coppia diabolica e i suoi furori omicidi, il piccolo Ernest crebbe in un modo a dir poco stralunato, divertendosi solo a sparare a qualunque essere animato poteva incontrare nel raggio di dieci metri, in particolare agli uccelli, così da riportare nella sua bella casa borghese sempre un carniere pieno di selvaggina, a dir poco incongrua con la vita al cloroformio dei suoi tranquilli abitanti e degli abitanti del tranquillissimo quartiere, in particolare con quella dei loro figli baciapile e conformisti. I quali, invidiosi dell’indipendenza del picolo tiratore di schioppo, non esitavano a riempirlo di botte appena lo vedevano, non solo per rubargli la preda, ma soprattutto per dargli una lezione di bon ton e di educazione, col risultato che l’unica ossessione del giovinetto, rintronato e malconcio, fu quella di prendere lezioni di boxe e diventare un professionista del pugilato, un’ossessione di cui troviamo traccia in celebri racconti dell’autore, nei quali, non a caso, il pugile spaccamontagne finisce sempre male.

Il povero Ernest, insomma, ha avuto un’infanzia di merda e una giovinezza ancora peggiore, nella quale ogni tentativo di autonomia è stato sempre crudelmente stroncato. Emblemtico, ad esempio, è il taglio drastico di ogni aiuto economico paterno su istigazione forsennata della madre, quando iniziò la sua collaborazione al giornale canadese Toronto star. Anche se Ernest se n’era andato di casa (o quasi) e sbandierava ai quattro venti che lui adesso non era più un figlio di mamma, ma un giornalista duro e puro, nonostante questo o forse proprio a causa di questo, il giovane Ernest era e restava il figlio di mamma che era sempre stato, anche se la mammina cara era quella di Psycho. Ragione per cui, ritrovarsi all’improvviso senza mammà lo fece sentire improvvisamente, rabbiosamente orfano oltre che miserabilmente digiuno. Risultato? Come disse Dos Passos: «Mai nessuno al mondo ha mai odiato tanto la madre come Ernest». E fosse solo questo. I buoni frutti dell’educazione degli Hemingway lo perseguitarono per tutta la vita, come perseguitarono tutti gli altri membri della famigliola modello Oak Park. Non è un caso se il fratello Leicester e la sorella Ursula si suicidarono seguendo il buon esempio di Ernest stesso, cosa del resto che aveva avuto la decenza di fare anche il “babbino caro”, che ebbe il buon gusto di togliersi dalle scatole nel 1929, con un ben assestato colpo di Smith and Wesson, liberando finalmente la vedova inconsolabile, la quale non tardò ad affliggere l’umanità con la sua nuova passione, la pittura – perseguita con lo stesso dilettantismo e lo stesso furore maniacale che metteva nel bel canto – sfornando, in men che non si dica, 600 quadri, tutti dedicati al paesaggio che vedeva dalla finestra e basta.

Detto in altre parole: Hemingway, vittima della sua famiglia, era fasullo. Sì, sì, per carità, lui ammazzava bufali e leoni, sparava contro i fascisti, beveva come una spugna, andava volontario in guerra, se la spassava in mezzo ai tori selvaggi, se la faceva con i pescatori di Cuba, cadeva con l’aereo e si rimetteva in piedi come un grillo, saltava in aria colpito da una bomba e ritornava a galla più vispo di prima, fustigava i vigliacchi, esaltava i proletari, pigliava la Morte a pesci in faccia, ma… era fasullo. Non solo perché credeva di essere un ammazzasette ed era solo un bulletto. Ma perché, accecato dai suoi incubi e dalla sua furibonda reazione per esorcizzarli, non capiva assolutamente nulla di sé stesso e di chi gli stava intorno, compresi i poveri pescatori di Cuba che lo veneravano come un Padre.

L’ha spiegato bene uno scrittore cubano contemporaneo, Leonardo Padura Fuentes, autore di uno struggente romanzo che si chiama «Addio Hemingway» (Milano, Marco Tropea, 2002) che esprime lo sgomento e la delusione di chi ha amato Hemingway alla follia ed è restato folgorato scoprendo la meschinità e la falsità della sua vita.

Tutto questo, per quanto doloroso, non sarebbe poi così grave se Hemingway non fosse stato considerato un modello. Di uomo. Di eroe. E per questo un modello di stile. Il suo stile asciutto e vigoroso è stato giudicato adatto all’eroe moderno, che non si perde in stupidi sentimentalismi, disprezza i vigliacchi e le donniciole e vive una vita spericolata, “di quelle che non dormi mai”, sfidando la morte e vivendo come un guerriero con il destino ai suoi piedi.

Quest’onnipotenza mitica ha avuto un’importanza particolare in Italia. Per la generazione di Vittorini e della Pivano, lo stile di vita e di scrittura di Hemingway fu un toccasana, vaccino universale contro tutte le sbavature tardoromantiche. Hemingway è stato il prototipo dell’uomo vero, a cui si contrappongono gli “ominicchi”. Ora non meraviglia che questa saga di «Uomini e no» possa aver imbambolato letterati cronici come gli italiani, tutti orfani del gran Papà D’Annunzio. E non meraviglia neppure che una generazione di presunti autori “moderni” abbiano preso esempio dallo stile senza fronzoli della letteratura americana, sognando di emulare eroi antieroici, che sbattono al muro Morte, femmine e maschi, con lo stesso piglio guascone.

Quello che meraviglia è che nessuno si sia accorto che tutta quest’ostentazione di vigore era molto superficiale e tutto questo rifiuto della Letteratura era molto… letterario.

Guardiamo in faccia la realtà nuda e cruda o, per dirla col nostro caro Hemingway (in «Per chi suona la campana»), restiamo fermi all’idea che «Se una cosa è giusta nella sostanza, le menzogne di contorno non contano». Bene, se ripartiamo dallo stile letterario “giusto nella sostanza” non basta dire che uno scrittore non deve essere “sentimentale” per partito preso. Bisogna avere la lucidità di capire, seguendo Hemingway, che c’è una differenza netta tra «avere e non avere». E’ facile recitare la parte dell’eroe. Ma bisogna avere la stoffa di un eroe per esserlo veramente. Se si passa la vita ad atteggiarsi e pavoneggiarsi si finisce col divenire squallidamente esibizionisti. E gli esibizionisti sono stucchevoli e retorici anche se recitano la parte del maledetto da salotto. Sbattere sul grugno del malcapitato lettore e/o malcapitato spettattore battute come: «Ma che ci vengo a fare in questa casa con te? L’amore?» e «No, diciamo che ci vieni perché ti piace scopare» («Ultimo tango a Parigi») è solo la sbruffonata di una ranocchia, che si gonfia per sembrare più grande.

Vabbè abbiamo capito” direte voi: “ma che ci frega di uno che è morto e sepolto e oggi non se lo ricorda nessuno?”. Bravi polli. E’ proprio su questo che contano i neoconformisti-neoliberisti-veterofascisti. Che nessuno ricordi più niente. Così si può tranquillamente, gattopardescamente, ipocritamente riproporre sempre la stessa pappa nauseante, rivoltante, avvilente, sfiancando chi osa avere anche solo una ideuzza nuova e ripristinando a colpi di inossidabile banalità del male il disordine stabilito. E’ vero: oggi come oggi nessuno ripropone più l’antiletteratura farlocca di Hemingway come modello, anche se ha tenuto banco fino all’epoca di «Ultimo Tango». Ma tutti si affannano e vanno in estasi per altri modelli di antiletteratura falsa con cui intontire il lettore. Ecco allora nuovi vecchi modelli di altri giovani-vecchi conformisti finto trucidi, più finti dei finti legionari romani al Colosseo.

Leggiamo ad esempio le alate parole che Christian Raimo dedica all’ultima fatica (sic!) di Sandro Veronesi, «Il Colibrì», vincitore trionfale dell’ultimo Premio Strega: «Se uno scrittore italiano vuole imparare a scrivere, deve leggere Veronesi. Il colibrì, oltre a essere un romanzo coinvolgente e commovente, è un manuale di scrittura. L’uso dei tempi verbali è semplicemente ammirevole, i dialoghi sono sticomitie oliatissime, l’uso delle anafore è magistrale, e più di tutto la sapienza sulle ellissi è tanto calibrata da poter generare solo incanto, una suspension of belief sempre più rara quando ci si mette con un libro davanti» (www.iltascabile.com/letterature/la-vocazione-di-sandro-veronesi/).

Il giudizio di Raimo è condiviso da una valanga di recensori. In un articolo su Il fatto quotidiano del 24 dicembre scorso, Daniela Ranieri ha contato 43 fra recensioni positive o menzioni elogiative del romanzo «Il colibrì» solo su «Il corriere della sera» e i suoi inserti. In altri giornali e trasmissioni radiofoniche o televisive gli osanna a questo romanzo si sono sprecati, provocando il visibilio di quella che è stata chiamata «la specie letteraria protetta». Il successo travolgente ha imposto ai membri di questa specie in via di estinzione e ai loro recensori di riproporre con estremo vigore il mito del modello di stile da imitare, invocando il ritorno ai bei tempi in cui si scriveva solo se ci si conformava a un modello e tutti zitti e mosca.

Ma, come sempre succede, in mezzo alla folla maleodorante dei leccapiedi, si leva sempre la vocina di un fanciullo che osa esclamare «Il re è nudo!». In questo caso la vocina è quella di Giulio Milani, direttore della casa editice Transeuropa, che ha scritto: «Nel segnalare di passaggio che la suspension of belief non esiste, mentre esiste la suspension of disbelief – la «sospensione della credulità» è secondo me un lapsus formidabile, circa l’idea di lettore “da istruire” che in genere si coltiva –, io credo che parlare di questo romanzo come di un “manuale di scrittura” non rappresenti esattamente un complimento: proprio la scrittura “da manuale” (inflazionata per statuto, altro che “oliatissima”) ha reso il canone nazionale sempre meno interessante, innovativo… Più che modello per i giovani scrittori e per il futuro del romanzesco, infatti, questo libro appartiene a una linea epigonale novecentesca – secondo una schiatta che lo stesso Raimo individua in Moravia & Co. –, ampiamente superata sia dal punto di vista tecnico che tematico.Vi sopravvivono, infatti, tutti i cascami e le tare che… dobbiamo lasciarci alla spalle se vogliamo creare un’esperienza di lettura nuova, quella che i lettori più giovani ormai disperano, dannazione, di poter trovare» (www.imperdonabili.org/2020/01/02/recensione-n-44-al-colibri-di-sandro-veronesi-come-e-perche-liberarsi-del-vecchio-romanzo-italiano/)1.

Milani ha fondato nel novembre 2019, insieme alla scrittrice Veronica Tomassini ed altri, il movimento degli Imperdonabili, che si propone di abbattere la tirannia estetica ed editoriale dei letterati fintospregiudicati e veroconformisti e l’oligopolio promozionale e distributivo vigente, imposto da pochi gruppi editoriali. Il movimento di questo manipolo di visionari, nella sua furia iconoclasta, si rivolge contro editori malvagi, agenti letterari corrotti, autori perversi e giornalisti corruttori, radendo al suolo il mostruoso rampicante parassita che hanno seminato sul fragile muro della poesia e dell’arte vera. Si può essere d’accordo con loro o dissentire. Ma, certo, come possiamo non avere almeno un moto di simpatia, quando leggiamo, esterrefatti, sentenze degne di Pascal o di Montaigne come queste: «Mi chiedo: ma il male – hai presente? Ha dei circuiti preferenziali, il male, o si accanisce a caso?» («Il colibrì»). E’ questo vigoroso “pensierare” che ha assicurato la vittoria al Premio Strega al suo autore. Beh, ma allora non hanno ragione gli Imperdonabili ad auspicare la nascita del “Premio Megera” che magari, come la Megera dei miti greci, urli e terrorizzi chi ha commesso un delitto, scuotendo i serpenti che formano i suoi capelli; o piuttosto, come vorremmo noi, un “Premio Medusa”, in omaggio alla Medusa dei tempi belli, che ammutoliva e riduceva in pietra chi osava alzare lo sguardo dal fango per fissarla negli occhi?

1 Oltre a Milani anche altri hanno manifestato dissenso rispetto al coro sperticato di lodi a dir poco sospette che ha preceduto la scalata allo Strega del romanzo di Veronesi: ne scegliamo una embematica, apparsa il 20 dicembre 2019: ”Tornando a parlare di volgarità del pedestre, tremendo dall’inizio alla fine è Il colibrì di Sandro Veronesi. Davvero un mistero il fatto che la gente si metta là a criticare Fabio Volo, a dirgliene di tutti i colori, e poi non spenda nemmeno una cattiveria per Veronesi, con il suo libretto melmoso, tutto sorretto (sospeso in volo) su questa continua metafora che richiama ovviamente la precarietà dell’esistenza contemporanea, il tempo liquido dell’esserci, dove poi alla fine – grande e commovente sorpresa – arriva questa bambina che ridà forza e senso al protagonista e gli ricorda che la vita è una lotta (la dannata resilienza, che è richiamata pure nella quarta di copertina) che vale sempre la pena di essere vissuta. Altro che volare come un colibrì, qui si resta schiacciati a morte dalla gravità della banalità. Banalità candidabile allo Strega, ovviamente. Stiamo più o meno agli infimi livelli di In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, un altro libro da evitare come la peste, con le sue falsissime e scontatissime verità universali, con il suo piatto tentativo di suonare crudo e autentico. Chi me lo ha fatto fare di leggerlo? Non lo so: c’è chi ha un istinto buono, e va al Papete a divertirsi e a farsi potente, e chi ha un istinto negativo, e sta in casa a offendersi con letture volgari, dozzinali e ipocrite. “http://odiletterari.blogspot.com/2019/12/i-libri-piu-brutti-del-2019-e-poi-pure.html

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

La Bottega del Barbieri

4 commenti

  • Pierluigi Pedretti

    Grande articolo. Grazie Troncarelli

  • Gian Marco Martignoni

    C’è sempre da imparare nella nostra bottega : bella la chiusura su Sandro Veronesi, che per la cronaca, pur non essendo neanche lontanamente accostabile a uno scrittore come Paolo Volponi, con il ” Colibrì ” ha vinto il secondo premio Strega. A proposito del quale riprendo quanto nel 2012 a Varese ci raccontò Luciana Castellina, che con ” La scoperta del mondo ” era entrata nel 2011 nella cinquina dello Strega .Purtroppo, quel formidabile libro era stato pubblicato per Nottetempo.Ve la immaginate una piccola casa editrice che vince lo Strega, quando la giuria, si può dire, risponde alle grandi case editrici.Testardamente sono andato ad acquistare e leggere ” Storia della mia gente ” di Edoardo Nesi, che in quell’anno vinse lo Strega.Non me ne voglia Nesi, ma la lettura del suo libro non mi ha per nulla appassionato.Un testo scolastico, senza grandi fronzoli, niente a che vedere con la prosa accattivante ed entusiasmante di Luciana Castellina.Per questa ragione sono più che prevenuto rispetto allo Strega, e dunque non leggerò Sandro Veronesi.

  • angelo Ruggeri

    Troncarelli “inquadra” come meglio non si potrebbe Hemingway che da sempre considero non solo un “gonfiato” specie dalla critica, ma un autentico falsario, che ha copiato da altri sia la forma letteraria che la vita e il modo di vivere. Il suo cosiddetto e decantato “stile” ritengo lo abbia copiato da D. Hammett che è l’originale di cui Hemingway è una brutta copia. E da Hammett ha copiato parecchie cose, tra cui ad esempio l’incipit di “avere e non avere” (a parte il suo essere già di per sé , marxianamente, criticabile…) che sembra pari pari l’incipit di “Piombo e sangue” di D. Hammett. Quanto al fatto di avere tanto influenzato gli autori, la critica e la letteratura italiana fanno parte di quelle antinomie che accompagnano la capitalizzazione della letteratura di cui la letteratura americana è una antesignana. Altrettanto condivisibile e particolarmente appropriato aver “collegato” la critica ad Heminway a quella a Sandro Veronesi e al suo “colibri” che di tale letteratura e della prezzolata critica rappresenta un autyentico balocco a disposizione di tutte quelle tendenze pseudo poetiche e letterarie che sono al servizio del capitalismo. Cosa meglio di “Colibri” per per chi è abituato ad ogni genere di additivo irrealistico, a sfuggire dalla realtà baloccandosi con artifici narrativi, con sofisticatezza a basso costo, irrimediabilmente semicolta ? Quanto ad essere un “manuale di scrittura” o scrittura da manuale, si è proprio di chi considera la letteratura come decorazione e puro consumo, dove il dire non è mai dire il vero ma tutto diventa pura letteratura chic, spettacolo e sostituto della realtà, idea che tutto sia manipolabile con le parole utile ad addomesticare la critica e l’editoria affinche pubblichi il proprio romanza pur di soddisfare in qualsiasi modo la propria ansa di esserci. Una semicultura che si alimenta di letterarietà astratta come alibi, cioè di finzionalità, snobismo, che ci fanno perdere il gusto della realtà, stravolgendola con una architettura di parole abusivamente e falsamente celebrata come “creatività”. Tutto va bene per l’editoria purchè serva ad oscurare il falso concetto che l’uomo della società borghese, l’uomo come la letteratura si infrangono miseramente contro la brutale prepotenza della vita nella società capitalistico di cui tale c.d. “tipo” di letteratura diventa il balocco con cui distrarsi. E questo tanto più vero oggi, ancor più dell’800 e ottocentesco di Hemingway , in quanto la concezione della società e dell’ARTE sorte dall’evoluzione borghese, cioè i più alti prodotti ideologici dell’evoluzione borghese, si riducono a mere illusioni venendo a contatto con la realtà dell’economia capitalistica un tipo borghese di poeta e o di letterato, labile, disorientato ed esposto a tutti i venti del mercato che mette in luce la sua capacità di rapidamente prostuirsi…

  • angelo Ruggeri

    Errata CORRIGE … : pressato da fattori esterni mi scuso, preciso e correggo in maiuscolo “errori” nei due ultimi capoversi:
    <>

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *