Bene africani alle maratone, ma lo sport va riformato

Una riflessione sul caso della maratona di Trieste corsa pochi giorni fa e inizialmente vietata agli atleti africani.

di Filippo Fossati (*)

Lo Sport è straordinario. Produce simboli, crea parole, fissa nel tempo e nello spazio emozioni forti, fa capire quello che succede. Non solo chi vince e chi perde. Ce ne sono centinaia di Maratone come quella di Trieste. Ma un organizzatore che ha “bloccato i porti” delle iscrizioni alla gara di atleti africani “per difenderli” dai trafficanti l’ ha messa al centro di una ondata di sdegno che ha superato i confini di qualsiasi manifestazione contro la chiusura dei porti veri.

Ne hanno parlato tutti, l’hanno saputo tutti, hanno protestato tutti. Il povero organizzatore è rapidamente rimasto solo nella vergogna e ha fatto penosamente marcia indietro. Va bene, sia chiaro, che si voglia ristabilire l’idea dello Sport come competizione aperta, basata sulla lealtà e sul talento e su nient’altro, senza esclusioni di nessun tipo. È bene che lo si gridi, e che si ottengano risultati come questo. Ma. Qualcosa non convince, lascia l’amaro in bocca. La stessa sensazione che si ha spesso alla fine delle manifestazioni per l’accoglienza dei migranti. Per cosa dobbiamo lottare? Ora che qualche ragazzo Keniano o qualche ragazza etiope avranno corso a Trieste, le cose vanno bene? Chi si occuperà di che cosa succede davvero nel mitico mondo sportivo?

Io sono stato in Kenia, a organizzare una corsa negli slums di Nairobi, la Uisp insieme a Libera. Voleva essere il finale popolare del Social Forum Africano. Da dove possiamo passare, chiedevamo, per arrivare al centro di Nairobi? Domanda sbagliata, rispondevano, la questione è : “sopra cosa” volete correre. Si partiva da Korogocho, l’immensa discarica dove vivono scavando fra i falò dei rifiuti migliaia di persone ( e viveva padre Zanotelli), si passavano enclave di baracche con scarichi putridi, rifiuti umani ed animali, macerie e fosse. Centinaia di ragazzi lottarono come leoni per conquistare una maglietta della gara, ma non avevano scarpe. Avevano gambe. Quelle sì, eccome. E Il sogno di diventare campioni, vincere le grandi Maratone, diventare belli e ricchi. E qui scatta il meccanismo. Un “classico”.

Facemmo qualche indagine per capire. Ci raccontarono. Qualche occidentale apre “scuole”, rastrella un po’ di ragazzi dell’altopiano, seleziona i più utili, li porta in Europa. Il modo si trova, sono atleti! Alcuni verranno a fare le “lepri” per allenare i nostri aspiranti campioni, molti saranno inseriti nel giro delle Maratone di seconda o terza fascia, i documenti li tiene il procuratore, gli ingaggi se li prende lui, le gare sono anche due o tre alla settimana. Una volta spremuti si perderanno da clandestini o torneranno falliti a casa loro. Non migliora quando sono le autorità sportive Keniote a gestire parte del giro. C’è stata fra l’altro una enorme questione di doping, laggiù. E chi direbbe di no a doparsi per avere una chance? Ricordate : la questione è “sopra cosa” volete correre….Ovviamente uno su mille ce la fa, e la giostra continua.

Noi lo dicemmo, già da allora. Per battere il razzismo nello sport bisogna cambiare lo Sport. Rendere tracciabile e organizzare e tassare (e colpire il sottofondo di speculazione che sta dietro) tutto lo Sport che diventa per numeri, notorietà e giro d’affari fenomeno commerciale e professionale (questo ormai è una parte del Running). Regolare quella palude che si chiama “dilettantismo “ e che è invece speculazione e lavoro sportivo precario e in gran parte sottopagato. Una riforma che parlerebbe a tutti, a partire dagli sportivi italiani. Poi: dotarsi di regole per la attività degli atleti “dilettanti” stranieri che si fondino sul controllo delle condizioni di dignità della loro presenza nel paese e di certezze sulla loro prospettive di vita. Stabilire condizioni eque e rapide per l’integrazione a pieni diritto di chi lo volesse nello sport Italiano. E dare più spazio e risorse allo sport di base, quello del volontariato, l’unico che si occupa davvero, senza clamore , anche dell’integrazione dei ragazzi di tutti i colori.

Attenzione : queste sono questioni politiche. I principi su cui si fonda un’attività diffusa e importante come lo Sport riguardano il Parlamento e le Istituzioni, la legge e il Governo. Non possono esserci deleghe. Eppure tutti quelli che hanno strepitato sul caso di Trieste hanno fatto sempre orecchi da mercante, tutti i governi hanno trattato lo Sport come vetrina o serbatoio di consensi contro favori, salvo indignarsi a singhiozzo per la violenza o per il razzismo. Niente riforme, troppi interessi in gioco. E noi, che ancora amiamo quella parola, Sinistra, perché allora non riusciamo a parlare di cambiamento, di un mondo (anche sportivo) diverso da costruire? Perché affrontiamo anche noi, col coro degli ipocriti, le questioni per la coda? Le strade per correre devono essere aperte a tutti, certo, ma su troppe strade correre è un inferno, questo ci dissero e a me sembra ancora l’ingiustizia più grossa.

(*) articolo tratto da Striscia rossa

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