Berlusconi e il berlusconismo

Una recensione di Gian Marco Martignoni

Il saggio di Diego Giachetti Berlusconi e il berlusconismo”, rifuggendo da uno sterile antiberlusconismo, ha il pregio di allargare il campo della riflessione politica attorno alle cause che hanno determinato l’emersione di un personaggio che nel segnare negativamente sul piano della moralità e della prassi istituzionale e culturale un ventennio della storia della nostra repubblica, non ha peraltro eguali nel panorama europeo.

Innanzi tutto se per Giachetti il berlusconismo non è equiparabile al fascismo, comunque la metodologia utilizzata per interpretare il fascismo rimane tutt’ora valida per comprenderne la sua natura di fenomeno sociale inteso come “ modello antropologico e comportamentale estratto dalle viscere profonde dell’Italia”.

 

Partendo, però, a scanso di equivoci, da una domanda scomoda per il ceto politico catturato dalla logica perversa del sistema maggioritario e dell’alternanza : «è lui che vince o è la sinistra – nelle sue varianti moderate e radicali – che perde?».

Perchè quando l’offensiva delle destre sottopone a un attacco senza precedenti sia la Costituzione che lo Statuto dei lavoratori, per non parlare dei rischi concreti per l’autonomia della magistratura e dell’informazione, non si può continuare a procedere con le lenti del politicismo e del buonismo veltroniano, ma bisogna fare i conti con la regressione politica e culturale che ha investito drammaticamente il nostro Paese.

 

Ovvero, prendendo atto che gradualmente si è dissolta quell’egemonia culturale che la sinistra aveva esercitato dalla Resistenza nella società italiana, con una mutazione drastica dei rapporti di forza tra le classi che nella sconfitta alla Fiat del 1980 ha avuto il suo vero spartiacque storico.

Poi, per Giachetti nella transizione degli anni ’90 alla cosiddetta seconda repubblica una serie di errori hanno prodotto una tremenda “slavina” per le condizioni di lavoro e sociali del movimento operaio: dall’introduzione del sistema maggioritario, con il beneplacito della sinistra convertita all’ideologia della governabilità, o peggio del decisionismo di matrice craxiana, all’accordo catastrofico del 1993 sulla politica dei redditi; dal pacchetto Treu del 1997 relativamente alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, alla politica di privatizzazione delle partecipazioni statali, passando per la controriforma Dini sulle pensioni del 1995.

 

Pertanto, non solo il liberismo economico ha progressivamente egemonizzato la sinistra nella trasformazione avvenuta del Pci in Pds, giacchè non si spiegherebbe un arretramento di queste proporzioni, ma il venir meno della centralità del conflitto di classe è certamente da mettere in relazione con i mutamenti strutturali che hanno investito la classe operaia.

Con il decentramento produttivo e l’esternalizzazione dei servizi, la frammentazione del tessuto produttivo in una miriade di micro-imprese, piccole e medie imprese, nonché la diffusione di figure professionali non riconducibili al classico rapporto di lavoro subordinato, dalle prime ristrutturazioni industriali dagli inizi degli anni ‘70 è apparso chiaro l’obiettivo di minare la forza contrattuale, la coesione e la rigidità della classe operaia.

Sostanzialmente questi nuovi “rapporti di produzione producono un individualismo“ che nega le basi della solidarietà di classe, poiché in questa diversa configurazione del tessuto produttivo prevalgono sul piano economico i valori legati alla centralità dell’impresa (concorrenza, competitività, efficientismo ecc.) e di quell’interclassismo che, sfumando le distinzioni fra imprenditori e lavoratori, al contempo ha permesso soprattutto al Nord la crescita del consenso  nei confronti della Lega Nord. .

L’avversione nei confronti della burocrazia statale, l’antipolitica, la tolleranza verso l’evasione fiscale, l’esaltazione della meritocrazia e della libertà di “far da sé” sono quindi l’espressione più netta e immediata del prevalere di quell’individualismo egoistico che è alla base della cultura politica di Forza Italia e di quel “movimento sociale reazionario di massa” che Angelo Ruggeri aveva già segnalato nell’ anticipatorio saggio “Leghe e leghismo” (1997).

Una cultura, quella di Forza Italia, che per Giachetti non fonda il suo successo solo attraverso la manipolazione del mezzo televisivo e la capacità di seduzione del presidente del consiglio, a suo agio nelle competizioni elettorali ridotte a referendum sulla sua persona nell’epoca della personalizzazione della politica, ma “ ha radici e consenso nel tessuto sociale del Paese” .

È pertanto prevedibile che il berlusconismo,essendo il prodotto di una mentalità che lo ha generato e acclamato, non si estinguerà con il venir meno della figura di Silvio Berlusconi.

Semmai è probabile che nel caso di un berlusconismo senza Berlusconi ne possa trarre vantaggio il leghismo, che ha bisogno oggettivamente della coalizione con Berlusconi allo scopo esclusivo di realizzare il suo progetto di società, stante l’involuzione social-liberista della sinistra, da tempo subalterna politicamente e intellettualmente all’ideologia delle destre, come nel caso del secessionismo leghista spacciato per presunto federalismo.


Diego Giachetti
Berlusconi e il berlusconismo
Pagg. 182 € 12,00
Edizioni Arterigere

UNA BREVE NOTA

Chi legge codesto blog ha certo dimestichezza con Silvio Berlusconi anche se qui di solito preferiamo chiamarlo P2-1816 cioè il numero di tessera che aveva dentro la P2. (db)

 

Redazione
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