Bolivia, 1967: Barrientos e la strage dei minatori

Tra il 23 e 24 giugno 1967 si consumò il massacro di San Juan. L’esercito boliviano fece irruzione nel centro minerario di Siglo XX, uccise i minatori e i loro familiari. Il sacerdote Gregorio Iriarte definì la mattanza compiuta dai militari come “l’anticamera dell’inferno”. Per la dittatura si trattò di un’operazione necessaria per mettere un freno ai presunti piani sovversivi dei minatori.

di David Lifodi

                                     Foto: https://www.la-epoca.com.bo/

In Bolivia il 24 giugno 1967 richiama subito alla mente il massacro di San Juan, quando l’esercito inviato dal dittatore René Barrientos sparò sui minatori e i loro familiari nel centro minerario Siglo XX. Il numero di morti, feriti e desaparecidos non si è mai conosciuto con certezza. Le cifre ufficiali parlarono di 27 morti e 80 feriti, ma in molti ritengono più probabile una cifra intorno alle 200 unità, tra cui donne e bambini.

La mattanza avvenne tra la notte del 23 giugno e le prime ore del 24. Barrientos ordinò la mattanza nell’ambito della cosiddetta Operación Pingüino allo scopo di combatir el proceso subversivo dei minatori nel timore che gettassero le basi per un foco guerrillero sul modello guevarista.

Fin dal golpe del 4 novembre 1963, quando Barrientos, in qualità di vicepresidente, aveva spodestato Víctor Paz Estenssoro, iniziò la persecuzione della Federación Sindical de Trabajadores Mineros de Bolivia e della Central Obrera Boliviana. Alle assemblee dei minatori doveva assistere obbligatoriamente un membro del Ministero del Lavoro e gli accampamenti dei minatori finirono sotto la giurisdizione del codice penale militare per scoraggiare qualsiasi forma di sciopero. Inoltre, i salari dei minatori furono abbassati.

Nel libro 1967: San Juan a sangre y fuego, Carlos Soria Galvarro, José Pimentel Castillo e Eduardo García Cárdenas hanno ripercorso la storia della resistenza dei minatori, costretti a far fronte a processi e denunce dovuti alla partecipazione a scioperi, assemblee e rivendicazioni salariali.

Probabilmente, a convincere definitivamente Barrientos a scatenare la repressione del 23-24 giugno 1967 fu la pubblicazione, sulla rivista Fedmineros, della Federación Sindical de Trabajadores Mineros de Bolivia, di un articolo dal titolo Frente guerrillero, in cui si imputava al governo la fame, lo sfruttamento e la violenza dei militari, si ammetteva che i minatori guardavano con simpatia alla lotta guerrigliera e i membri dell’esercito erano definiti dei “gorilla”. Era il 25 maggio 1967 e pochi giorni dopo, il 6 giugno, un’assemblea generale convocata dai mineros di Huanuni, Siglo XX e Catavi proclamò una Marcha de la Unidad Obrera contro Barrientos, dichiarando l’intenzione di appoggiare moralmente e materialmente la guerriglia.

Il governo rispose imponendo lo stato d’assedio, proibendo tutte le manifestazioni e denunciando la presenza di un piano sovversivo messo in atto dai lavoratori. Furono le premesse che condussero al massacro di San Juan.

Fu così che, nel centro minerario Siglo XX, mentre i minatori stavano festeggiando la notte di San Giovanni, i militari fecero irruzione e iniziarono a sparare. La luce venne tagliata per evitare che, tramite la radio La Voz del Minero, gli operai delle altre miniere giungessero in soccorso dei loro compagni. Il dirigente sindacale Rosendo García Maisman cadde ucciso dai militari nel tentativo di difendere la radio con un vecchio fucile.

Il sacerdote di Siglo XX, Gregorio Iriarte, descrisse così l’attacco: «El campamento se convierte en la antesala del infierno y está envuelto en un espantoso tiroteo y el arma de cada soldado vomita ráfagas de muerte en cualquier dirección (…) Las balas penetran en las casas por las ventanas».

Domitila Chungarafemminista, dirigente sindacale ed esponente del Comité de Amas de Casa del Distrito Minero Siglo XX, racconta che una decina di giovani militari che si rifiutarono di sparare sui minatori furono uccisi per ordine dei loro superiori.

I sopravvissuti furono costretti ad aprire le porte delle loro case all’esercito, che rubò quel poco di cui disponevano le famiglie del centro minerario.

Catavi, Huanuni e Siglo XX vennero dichiarate zone militari e isolate dagli agenti del Departamento de Investigación Criminal in modo tale che i giornalisti non potessero far sapere al mondo quanto era accaduto. Nei giorni successivi alla mattanza gran parte dei minatori perse il lavoro e fu inserita in una lista nera affinché non potessero più essere assunti, i sindacati vennero sciolti e molti dirigenti di Siglo XX, dichiaratosi “territorio libero” per sottolineare l’irriducibile opposizione dei mineros alla dittatura, entrarono in clandestinità.

In Bolivia le lotte dei minatori rappresentano tuttora la punta di lancia del movimento operaio. La strage di San Juan è ricordata, ancora oggi, dai versi della canzone Los mineros volveremos:

No volverán a sangrar las calles del campamento / ni se escucharán lamentos en las Noches de San Juan / y si nos quitan el pan a fuerza de dictaduras / nuestra lucha será dura por pan y por libertad”.

 

 

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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