Bonura, Lansdale, Mura, Pennac più le coppie Assuntino-Goldkorn e Bonini-De Cataldo

    6 recensioni – non solo giallo/noir – di Valerio Calzolaio

Frida Kahlo Mosè o Nucleo Solare, 1945 Olio su faesite, cm 61 × 75,6 Houston, Texas, Collezione privata © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2014

Stefania Bonura

«Frida Kahlo. Arte, amore, rivoluzione»

NdAPress

96 pagine per 8,90 euro

Messico. 1907-1954. Magdalena Carmen Frieda Kahlo (cognome padre) Calderòn (cognome madre) nasce il 6 luglio a Coyoacán, terza di 4 sorelle, circa tre anni prima l’inizio della rivoluzione messicana (nel centenario dell’indipendenza). A 6 anni la poliomielite provoca una menomazione permanente alla gamba destra, a 18 è coinvolta in un incidente stradale, con fratture a entrambi i piedi, spina dorsale, bacino e gravi traumi al ventre. Diventa comunista, s’innamora del famoso pittore Diego Rivera (lui 21 anni di più, una relazione eterna e altalenante), inizia a dipingere e scolpire (spesso a letto). Avrà sempre una vita dolorante e tormentata la grande bella vitale disinibita (con uomini e donne) Frida Kahlo ben raccontata dalla brava siciliana Stefania Bonura (1973), scienze politiche a Firenze, vita e lavoro (editoriale) a Roma.

 

Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo

«La notte di Roma»

Einaudi

Roma. 8 aprile 2015. Il giovane Sebastiano Laurenti, alto elegante ironico, figlio di un onesto ingegnere suicida per debiti, educato nei migliori collegi, contempla lo spettacolo del caos, in cinque giorni è riuscito a far bruciare Roma: rivolta contro i centri di accoglienza per immigrati, caccia allo zingaro, sistematica devastazione da parte degli ultras, sciopero selvaggio dei trasporti, blocco della raccolta rifiuti, militari in strada, unità di crisi permanente al Viminale. Ora che il Samurai è in carcere tocca a lui gestire gli affari del crimine organizzato. Non beve e non si droga, ma si sarebbe innamorato della magnifica fredda deputata Pd Chiara Visone e l’alto biondo vizioso Fabio Desideri vorrebbe fargli le scarpe, così è costretto a reagire per non restar fuori dagli affari della linea C della metropolitana e del nuovo giubileo, gestiti da delegati nuovi e forse sani, l’irreprensibile monsignor Daré per il Vaticano e l’ex senatore comunista Polimeni per il Comune. Il pestaggio di un geometra il 12 marzo e il suicidio di don Paolo il 13 marzo aprono per quasi tre mesi una guerra senza esclusione di colpi, di cui il vice del Sindaco prova a essere il regista pubblico.

Il giornalista Carlo Bonini (Roma, 1967) e il magistrato Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956) dopo l’Ostia di «Suburra» (settembre 2013 il libro; ottobre 2015 il film; 2017 la serie televisiva) continuano a raccontare la criminalità fuori e dentro l’amministrazione pubblica capitale. Sembra di rileggere gli ultimi giorni di Ignazio Marino. Qui il sindaco è il coetaneo professionista prestato alla politica Martin Giardino, detto “er Tedesco”, gira in bici, permaloso e sospettoso, molto onesto, estraneo al vero Governo della città: Maggioranza, Opposizione, Partito dei Costruttori. Il Samurai assiste alla lotta di successione dalla sua cella di detenuto al 41bis in un carcere del Nord. Il romanzo è in terza varia, personaggi principali e comprimari (alcuni presenti anche nel precedente successo) sono un miscuglio di personalità che vediamo tutti i giorni in tv, forte la tentazione di abbinar loro nomi reali. La colonna sonora rincorre i conflitti: Wagner, Donizetti (a Seul), Bach (al funerale), De Gregori e il jazz di Adriano, che è un ottimo casalingo cuoco al Ghetto (carciofi alla giudia e rigatoni con pajata). Vino bianco ma anche Chateauneuf-du-Pape Croix de Bois 2006.

 

Gianni Mura

«Non c’è gusto. Tutto quello che dovresti sapere prima di scegliere un ristorante»

Minimum fax

Ristoranti, trattorie, osterie. Da una vita. Come fare a non farsi fregare se si mangia fuori casa? Esistono piccole attività preliminari per divenire guida di noi stessi prima di sedersi a tavola e poi lì maturare, migliorare, affinare con curiosità gusto e memoria gastrica. La prima cosa è sapere cosa ci piacerebbe mangiare, orientandosi così su costi e contesti. Se saremo fuori dal nostro orizzonte abituale e abbiamo tempo, non è male leggere e comparare qualche guida cartacea (ben sapendo che anche le loro affidabilità e completezza sono verificabili) e frequentare il web con pulito giusto buon spirito critico (vari siti sono esagerati, parziali, mal gestiti; alcune recensioni risultano inventate, taroccate, commissionate). Imparare a leggere un menù e una carta dei vini fa bene: la struttura, l’italiano, la lunghezza delle voci, il succo delle informazioni. Chiedere non fa mai male, come usare olfatto e vista. Mangiare è conversazione, comunicazione, condivisione; dar da mangiare un lavoro di squadra. Meglio fiori che candele, tovagliette e tovaglioli di carta che tavoli nudi, piatti e posate comodi che strumenti in mostra, ogni cosa che ci faccia stare a nostro agio.

Il grande giornalista e intellettuale milanese Gianni Mura (1945) collabora a «Repubblica» dal 1976, ha girato i continenti seguendo eventi internazionali, da 25 anni cura con la moglie una rubrica settimanale di enogastronomia sul «Venerdì». Non è stato mai solo un inviato sportivo, racconta culture ed ecosistemi (rivolto “a umani ring”), mescola cronaca agonistica e informazione sociale, ha firmato romanzi e interviste. Dopo mezzo secolo di mangiate e bevute girando l’Italia e il mondo, con il breve testo sul pre-gusto insegna a districarsi tra cibi preparati da altri (rivendica di non saper cucinare). I misurati cenni personali e le frequentazioni colte (verbali e letterarie) servono a motivare giudizi. Il volume è dedicato a Veronelli, acute le pagine sul gastronomo ed editore, come pure su Carlo Petrini (che firma la presentazione), Franco Colombani, Barthes e Ceronetti, su ingredienti e ricette, produttori e annate, cuochi e locali. Emergono un filo e deliziose digressioni, consigli a clienti e proprietari, amori (gli anagrammi, per andare fuori tema) e gli odi (lo sproposito di termini stranieri, per restarvi). Segnalo che l’accenno ai costi delle verdure andrebbe riarticolato.

 

Joe R. Lansdale

«Honky Tonk Samurai»

traduzione di Luca Briasco

Einaudi

LaBorde, East Texas. Estate 2015. Hap Collins e Leonard Pine vivacchiano oltre i 50 facendo lavoretti per un investigatore che chiude bottega perché diventa il capo della polizia locale. Hap è un bianco di buon cuore, castano, un metro e ottanta, pigro e orgoglioso, ha fatto obiezione di coscienza lottando con la galera contro il Vietnam, brevemente sposato, buon psicologo di uomini, esperto di Hapkido e arti marziali, arsenale nascosto in casa, vota democratico quando ci va, vive d’amore con la bella acuta rossa naturale, infermiera professionale Brett. Leonard è nero macho grosso, ateo megachecca, luce maligna negli occhi, decorato in guerra, appassionato di Dr Pepper e biscotti alla vaniglia, manovalente per lavorare e menare, magro ordinato pulito atletico, brizzolato ormai, si arrangia da Hap e Brett quando non convive con amanti (John è molto credente, va e viene), elettore repubblicano se vota. Hap e Leonard non fumano e sono come fratelli, si allenano insieme, dividono tutto. Brett rileva l’agenzia di Marvin e accetta da una vecchia signora l’incarico di ritrovare la nipote scomparsa cinque anni prima. Sarà dura affrontare la rete di prostituzione e ricatti.

Dopo cinque anni dal precedente esce il nono romanzo della divertente serie noir di Joe Lansdale (Gladewater 1951): i due protagonisti hanno ormai smesso di invecchiare e sono in gran forma. È sempre Hap a raccontare in prima persona, narrando qua e là fra uno scoppiettante dialogo e l’altro, lui che legge molti gialli. All’inizio salvano la cagnolina Buffy da un padrone violento, ben presto vengono alle prese con la Dixie Mafia di Houston e con i feroci Distruttori, motociclisti nazisti assassini a pagamento che ammazzano crudelmente, tagliando pure i testicoli alle vittime. E si presenta una graziosa ragazza dalla pelle scura che dice di essere la figlia di Hap, fa il test del Dna e si affeziona a Brett. Il corposo romanzo è uscito prima in Italia che negli Usa e frequenti sono i riferimenti al nostro Paese (dove l’autore è molto amato e ha vari amici, premio Chandler 2015): Leonard cucina spaghetti con famosa salsa, vengono da noi quelli che acquistano auto vintage con ragazza inclusa e l’amica killer Vanilla Ride ormai si è trasferita qui (anche se poi vola per dare una mano). Per altro, si mangia proprio male. Musica country e rock, segnalo «Restless» di Kasey Lansdale.

 

Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn

«Il guardiano»

Sellerio

220 pagine,13 euro

Polonia. 1919-2009. Marek Edelman è stato un grande ebreo socialista rivoluzionario. Prima della guerra era militante del Bund (partito nato a Vilnius nel 1897, Lega dei lavoratori ebrei della Russia, della Polonia e della Lituania), durante l’occupazione nazista fattorino all’ospedale del ghetto di Varsavia (440mila abitanti segregati), vicecomandante della Zob durante l’insurrezione, dopo la guerra medico cardiologo all’ospedale di Lodz, guardiano delle tombe, icona dell’opposizione, leader di Solidarnosc, attivo in Europa ovunque sentisse odore di fascismo e di odio verso altri esseri umani. Nel 1997 Assuntino e Goldkorn (che firma anche un’ottima lunga chiara introduzione) raccolsero i suoi ricordi, «Il guardiano», mettendo in appendice quattro interventi ufficiali. Sellerio ben ripubblica tutto ora nella collana “La memoria”. Notevole.

 

Daniel Pennac

«Signor Malaussène»

traduzione di Yasmina Melaouah

Feltrinelli

Belleville, Parigi. Luglio. Arrivano gli ufficiali giudiziari e il Piccolo Malaussène, 6-7 anni, occhiali rosa, fa finta di inchiodarsi alla porta; i sette “cattivi” recidivi sono turbati ma capiscono il trucco e sfondano la porta mentre lui scappa dai complici. Secondo trucco: finiscono per sfrattare lo sfruttatore. Confusi e arrabbiati, distruggono e depredano l’appartamento (pieno di 2667 pannoloni colmi) della vedova proprietaria dell’immobile. All’ultimo cinema del quartiere il racconto diverte i 18 commensali e solo in parte Ben, fratello maggiore. Benjamin Malaussène fa il capro espiatorio: quando un cliente si lamenta deve farsi strapazzare, assumendo un’aria contrita e miserabile. Prima aveva l’ufficio in un supermercato con 855 dipendenti di rue du Temple (4°), ora alla casa editrice Edizioni del Taglione diretta dalla regina Zabo, dove respinge i manoscritti. Età e fisico indefiniti (i nostri), non ascolta musica, odia la tv, non porta cravatta, fa spesso sesso, racconta in prima persona (e pensa fra parentesi). È stanco di “guidare” la tribù di parenti e affini, ora la sua magnifica Julie è incinta. Non troverà pace per tutti i nove mesi di gravidanza, irraccontabili!

Daniel Pennac, nato Pennacchioni (Casablanca, 1944) si è trasferito a Belleville nel 1970, raccontando il multietnico 20° arrondissement con magnifica freschezza. Si tratta del quarto romanzo della saga, «Signor Malaussène» sarà infine il nome del figlio di Ben, troppo preso dal suo secondo (involontario) lavoro, l’investigatore, qui spesso fuori dalla capitale francese. Un continuo delizioso fuoco d’artificio di oltre 400 pagine: fantasia, dialoghi, incisi, significati di alta qualità. Lo accusano di 21 omicidi, lo mettono in galera, mentre è in coma lo svuotano di organi vitali … ma lui, alla fine, risolve tutti i gialli che racconta, con l’aiuto del commissario Rabdomant in pensione, a pesca nella natia Malaussène (paesino dell’entroterra di Nizza). Il capro espiatorio è la “causa misteriosa ma evidente di qualsiasi evento inspiegabile … all’origine di niente ma responsabile di tutto”, il mestiere di cui più c’è domanda. Molti si trovano i capri personali (amico o avversario, padrone o dipendente, compagno o compagna). Che professionismo: insieme terziario avanzato e artigianato artistico, fatica fisica e raffinato intellettualismo, creatività e alienazione, realtà e finzione!

L’IMMAGINE è «Mosè o Nucleo Solare» (Olio su faesite, del 1945) … ovviamente di Frida Kahlo.

Redazione
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