Borges e Dick, un’eterna biblioteca brillante

Aggirandosi nell’universo infinito e aperiodico, eterno e senza senso

di Fabrizio “Astrofilosofo” Melodia

Melodia-Borges

Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni? Jorge Luis Borges c’è riuscito alla faccia di quel sempliciotto di Philip K. Dick e di tutti i suoi epigoni cyberpunk.

Questo giugno ricorre una data importante, il trentennale della morte dello scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges, considerato tra i più influenti del XX secolo, autore del fantastico per eccellenza. Non per nulla, la nostra amata Ursula K. LeGuin amava paragonare il suo amico Philip Dick proprio al bibliotecario cieco, definendolo appunto «Il Borges americano».

Philip Dick non immaginava quanto fosse vicino a Borges. Invece Umberto Eco omaggiò Borges in «Il nome della rosa» con il personaggio cardine del frate cieco custode della biblioteca Jorge da Burgos, il quale accostò linguaggio a biblioteche perdute, alla disperata ricerca del nome della Rosa, ormai ridotto solo a puro fiato di voce.

Borges, ormai un trentennio addietro, si ritirò a morire in Svizzera, in quella Ginevra che lo aveva ospitato nell’infanzia e nell’adolescenza, insieme a tutta la famiglia. La sua morte portò via l’uomo ma non il mito di uno scrittore – cieco dalla fine degli anni ‘ 60 – che aveva saputo tessere biblioteche infinite, monete visibili da una sola faccia, labirinti inestricabili e personaggi inesistenti eppure anche troppo reali, rapiti da libri di sabbia che non terminano mai le pagine.

Borges morì nel 1986 ordunque di “sana vecchiaia” mentre Dick era volato via il 2 marzo 1982 per una trombosi cerebrale.

Fratelli di sangue sulle rotte dell’irreale. Borges, non si potrà mai sapere quanto consapevolmente, aveva risolto un dilemma che attanagliò Dick per tutta la propria esistenza: «Proseguendo in questo ragionamento, si può però compiere un ulteriore affascinante passo: secondo la sua stessa dottrina, Parmenide non avrebbe mai potuto esistere, dato che è invecchiato, morto e scomparso. Dunque, forse, aveva ragione Eraclito; non dobbiamo dimenticarcene. Se Eraclito era nel giusto, allora Parmenide è esistito, e dunque, secondo la concezione di Eraclito, forse Parmenide aveva ragione, perché questi soddisfaceva le condizioni, i criteri in base a cui Eraclito giudicava reali le cose. Dico questo solo per mostrare come, non appena si prenda a domandarsi che cos’è reale, si cominci a dire cose senza senso. Ai tempi di Zenone di Elea, si era consapevoli di questo. Zenone dimostrò che il movimento è impossibile (a dire il vero, lui credeva di averlo dimostrato; in realtà, gli mancava semplicemente quella che tecnicamente viene detta “teoria dei limiti”). David Hume, il più grande scettico di tutti i tempi, sottolineò una volta come dopo un convegno di scettici, incontratisi per riaffermare il valore di verità dello scetticismo come filosofia, i partecipanti se ne vadano comunque dalla porta, e non dalla finestra. Credo di capire cosa intendesse Hume. Sono solo parole. I solenni filosofi non credevano sul serio a quel che andavano dicendo. Per me, però, la definizione di che cosa sia reale è una questione molto seria; anzi, fondamentale. E questo interrogativo implica l’altro, relativo alla definizione dell’essere umano autentico. Sì, perché la pioggia di pseudorealtà comincia molto rapidamente a produrre esseri umani inautentici, spurii, falsi quanto i dati da cui vengono assediati su ogni lato. Ma le due questioni sono in realtà una sola, e qui si ricongiungono. Realtà false genereranno esseri umani falsi. Oppure falsi esseri umani produrranno false realtà e le venderanno ad altri esseri umani, trasformandoli, infine, in contraffazioni di se stessi. Alla fine, ci ritroviamo con falsi esseri umani che inventano false realtà per spacciarle ad altri falsi esseri umani. È come una specie di Disneyland, ma più in grande»: così sottolinea con grande ironia e sapienza il buon Philip in un’interessantissima conferenza del 1978 dall’emblematico titolo «Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni».

Sostanzialmente la questione verte sul problema di cosa sia reale e cosa no; cosa distingue un’allucinazione, per quanto realistica, dalla reale e fattuale realtà percepita e percepibile; il che implica anche come non perderci in queste realtà illusorie, spesso create da altri individui che le vendono poi ad altri ancora, in un’infinita progressione che niente ha da invidiare al paradosso zenoniano di Achille e la tartaruga o della freccia che si muove ma che in realtà sta ferma.

Da perderci la testa? Anche Phil lo pensava e Borges ne era certo, in quanto lo scrittore argentino viveva la stessa problematica dall’altro capo del mondo, pur con atteggiamento da nobile hidalgo decaduto invece che da commesso hippie in una musicoteca con problemi di droga e disoccupazione.

«Hume osservò per sempre che gli argomenti di Berkeley non ammettono la minima confutazione e non suscitano la minima convinzione» notò lo scrittore argentino, con un piglio molto simile a quello di Dick, anche se all’apparenza più sereno.

Borges sembra essere riuscito nell’impresa che a Dick non riuscì nemmeno con il suo ultimo lavoro, quella «Trasmigrazione di Timothy Archer» che ebbe appena il tempo di finire e che l’amico scrittore di fantascienza Norman Spinrad aveva definito la sua svolta definitiva, dopo il breve periodo di misticismo della «Trilogia di VALIS».

Borges era riuscito a costruire l’universo senza data di scadenza, ovvero che non cade a pezzi dopo due giorni: «L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere» è l’incipit del suo racconto più famoso, «La biblioteca di Babele», dove l’ Universo viene rappresentato come una biblioteca infinita e l’essere umano come un imperfetto e insignificante bibliotecario, senza alcuna possibilità di comprensione della complessità del luogo in cui vive.

«Forse mi inganneranno la vecchiaia e la paura, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi e che la Biblioteca sia destinata a permanere: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Ho appena scritto infinita. Non ho interpolato quell’aggettivo per un’abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Coloro che lo ritengono limitato, sostengono che in luoghi remoti i corridoi e le scale e gli esagoni possono inconcepibilmente finire – il che è assurdo. Coloro che lo immaginano senza limiti, dimenticano che è limitato il numero possibile dei libri. Io mi arrischio a insinuare questa soluzione dell’antico problema: La biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore l’attraversasse in qualunque direzione, verificherebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). La mia solitudine si rallegra di questa elegante speranza» così termina il racconto.

Decisamente un mondo che non scompare quando smetti di crederci, secondo la definizione data proprio da Philip Dick, una biblioteca con una parvenza di Ordine, un senso di realtà tangibile e che risponde persino ai criteri di esistenza di Parmenide, eterna e incorruttibile, dove l’essere umano è solo un oscuro episodio riassorbito in un Ordine senza senso al quale un senso nemmeno serve.

«Se qualcuno di voi ha letto il mio romanzo “Ubik”, saprà che la misteriosa entità, o intelletto, o forza, chiamata Ubik si presenta con una serie di scialbi slogan pubblici-tari da quattro soldi e conclude dicendo: “Io sono Ubik. Da prima che l’universo fosse, io sono. Io ho fatto il sole e i mondi. Io ho creato gli esseri viventi e le loro dimore. Essi vanno dove io voglio, fanno ciò che io dico. Io sono il Verbo, e il mio nome non viene mai proferito. Sono chiamato Ubik, ma non è questo il mio nome. Io sono e sempre sarò. È evidente, da quanto precede, chi e che cosa sia Ubik: dice espressamente di essere il Verbo, cioè il Logos. Nella traduzione tedesca del mio romanzo, c’è uno dei più formidabili errori di interpretazione in cui mi sia mai capitato di imbattermi. Dio non voglia che il traduttore tedesco di Ubik si metta in testa di far la traduzione del Nuovo Testamento dal greco antico al tedesco. Ha tradotto tutto correttamente finché non si è imbattuto nella frase seguente: “Io sono il Verbo”. È andato nel pallone. “Che cosa intenderà mai, l’autore?” dev’essersi domandato, evidentemente all’oscuro della dottrina del Logos. E così ha fatto quel che ha potuto. Nell’edizione tedesca, l’Entità Assoluta artefice del sole e dei mondi, creatrice degli esseri viventi e delle loro dimore, dice: Io sono la marca”».

Ecco dunque come la marca di fabbrica di Jorge Luis Borges, la sua Biblioteca di Babele e l’ Ubik di Philip K. Dick coincidono: sono il Logos, ovvero un vasto intelletto/biblioteca infinito e aperiodico, eterno e senza senso alcuno.

Tutto ciò per dimostrare quanto Borges, pur non essendo uno scrittore di fantascienza strettamente legato agli stilemi di genere, e Philip K. Dick siano accomunati da una medesima terra: il fantastico, il quale non è altro che metafisica in senso letterale e filosofico del termine.

Non ci rimane che concludere che Ursula LeGuin aveva ragione. Le donne hanno sempre ragione.

Penso che entrambi – intendo Luis e Philip – ora abbiano dubbi su chi abbia sognato chi o cosa. Li vedo insieme in una sala di specchi a giocare a scacchi, o a sognare farfalle che sognano i sognatori o semplicemente a capire quanto sia reale il giocatore di scacchi meccanico e se l’androide di turno non possa sognare pecore elettriche.

«L’universo non avrà mai fine, perché proprio quando sembra che l’oscurità abbia distrutto ogni cosa, e appare davvero trascendente, i nuovi semi della luce rinascono dall’abisso» scrisse Dick nel romanzo «La svastica sul sole». Ed è un buon modo per salutarci in questo Marte-dì che forse è un venerdì.

NELL’IMMAGINE: Borges con Maria Kodama e Juan Gasparini

 

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

2 commenti

  • Ottimo.
    Borges y PKD hanno segnato non una linea che indica il finale, ma la linea che indica la partenza. Qui, a mio parere, sta la genialità. Ti porto al traguardo e poi ti dico che che non è el final ma l’inizio.

    • Concordo pienamente con te. Anzi… Si può tranquillamente affermare che il teologo ateo per eccellenza (Borges) e l’ateo teologico per antonomasia (Dick) siano accomunati entrambi da un’esperienza filosofica che è insieme ricerca e afflizione mistica. Non di certi una dottrina ma un vero inizio del viaggio dove è angosciante non sapere bene la rotta… E dover essere noi a impostarla… Una Round Robin Story su vasta scala universale…

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