Bozidar Stanisic: un caffè troppo negro

Spilimbergo, comune in provincia di Pordenone, è noto in Italia e nel mondo soprattutto per la lavorazione dei mosaici. Nel giorno di Pasqua la città ha suscitato l’interesse pubblico per un altro motivo: un cittadino del Burkina Faso ha pagato 10 centesimi in più il suo caffè. Insomma paga di più una persona di colore oppure nel linguaggio feltriano (e non solo) un negro. Grazie alla denuncia dello stesso negro alle autorità competenti è uscito fuori uno degli ennesimi comportamenti razzisti espressi nei confronti all’altro e diverso.

Da molti quotidiani italiani che ancora riescono a resistere sulla linea della lotta per i valori e per i diritti civili l’episodio è qualificato come razzista. Ma alcuni, più ironici del solito, l’hanno compreso come prodotto tipico dell’ormai diffuso pensiero leghista. In realtà viene dopo alcuni gesti gloriosi dei leghisti di spicco: di Gentillini che proponeva l’uso degli immigrati di colore come target dei cacciatori; di Borghezio che spruzzava lo spray negli scompartimenti in cui viaggiavano donne di colore; di Maroni che, in veste di ministro degli Interni, diceva che bisogna essere ancora più cattivi; di leghisti milanesi che proponevano l’apartheid su metro e bus; e così via. Perché meravigliarsi se un negro viene trattato come negro anche nel giorno di Pasqua?

Non credo che il bar Commercio , nel centro storico di Spilimbergo, entrerà nella storia come era successo con quell’autobus in cui, nel non molto lontano 1955, una negra di nome Rosa Parks non volle alzarsi dal sedile per lasciare il posto a un bianco. Però c’è un fatto in quest’episodio che sembra insolito: quel bar spilimberghese è gestito da un anno da un’esercente cinese, la quale ha spiegato ai giornalisti con chiarezza tagliente: «Non si tratta di razzismo, sono i clienti italiani a dirmi di scoraggiare l’ingresso delle persone che non curano la propria igiene personale. Me lo hanno insegnato a Padova, dove ho lavorato in un bar di italiani. Maggiorare le ordinazioni di chi non si comporta bene. I miei clienti sono italiani ed è loro che intendo tutelare». D’altronde l’immigrato del Burkina Faso è stato più che chiaro: «Mi è stato detto: tu paghi un euro perché hai la pelle nera e ringrazia che ti facciamo entrare». Però lui stesso, da molti anni in Italia, ha raccontato sia ai giornalisti che ai carabinieri che si sono recati al caffè dove hanno eseugito i controlli degli scontrini: «Quello che mi ha fatto arrabbiare è che a essere razzisti siano stati degli immigrati. Di solito vado al bar della stazione dove la titolare, italiana, è sempre gentilissima. Anche se entri perché magari piove, ma non prendi niente, non ti dice niente…». E ha aggiunto che mai ha vissuto di persona un attacco razzista così forte. Per quel motivo si è recato direttamente dai carabinieri chiedendo il loro intervento.

Siamo soltanto alla solita equazione degli ignoranti razzisti, senza importanza se italiani o stranieri (ripeto: stranieri), passati per i banchi della scuola di razzismo leghista padovana, friulana oppure di qualsiasi città italiana che ha maggiormente abbracciato il pensiero leghista: il negro è uguale allo sporco? E in Friuli, ormai da tempo, c’è la tendenza di un vero e proprio sbarco delle strattegie della Lega veneta.

Sì, le autorità locali hanno espresso quanto sono contrari a ciò che è accaduto ma non credo che basti. Non bisogna insabbiare il fatto perchè soprattutto nel pordenonese ormai galleggia un intero iceberg di incitazioni politiche al razzismo, dove la storia del caffè razzista fa da parte visibile.

C’è chi pensa, non essendo immemore del passato, che sarebbe utile-  almeno per non finire del tutto nella palude razzista e xenofoba – incominciare a porsi domande semplici: chi sarà il prossimo e non solo per le questioni igieniche. Dopo i barboni, gli immigrati ormai più frequentemente esposti alle cattiverie delle leggi e dei regolamenti irrigiditi che li fanno disuguali, i poveri vecchi, chi verrà? I prossimi, senza forse, saranno tutti coloro che vogliono opporsi all’ondata leghista che, come vediamo sta influenzando anche un certo ceto sociale immigrato.

In uno dei commenti sull’episodio di Spilimbergo è sottolineato un aggettivo tragicomico: un’immigrata si è rivelata razzista nei confronti di un altro immigrato. Conosco molte analisi e ricerche sociologiche e psicosociologiche, sia recenti che del passato, sui complessi rapporti sociali e culturali all’interno della popolazione immigrata in Italia. Ciò vale anche per la letteratura scritta dagli stranieri in Italia (che ormai ai professionisti piace chiamare letteratura migrante). Finora mi limitavo a criticare atteggiamenti e discorsi razzisti degli immigrati dell’ex Jugoslavia. Lo facevo pensando fosse meglio che ciascuna  persona impegnata in questo campo dovesse esprimere la sua opinione nei riguardi dei compaesani presenti  sul territorio italiano. Alcuni episodi però hanno fatto traboccare il vaso. Uno l’avevo già descritto nel mio testo, intitolato “Anch’io ero clandestino”. In breve: alcune socie di una delle numerosi associazione con cui collaboro, anche loro straniere in Friuli, ripetono con ossessione prima i soci, poi i collaboratori . E questo non assomiglia al grido razzista prima gli italiani? Eppure non sono cugine della Santanchè, né parenti di Borghezio.

Bisogna, per una fratellanza falsa, non osservare i fenomeni presenti all’interno dell’immigrazione? O esser privi di ogni senso critico sulle relazioni fra gli immigrati stessi, sul loro rapporto con la terra nativa, con la storia, con la situazione attuale?

Il razzismo – come strumento forte per rendere inferiore l’altro, il diverso – nella mia esperienza non è una immagine bianco-nera. Perché tacere che il razzismo c’è, che un ceto degli immigrati di varie provenienze si sente superiore davanti a un africano nero e non solo? Oppure tacere sui prestigi e sulla vanità di chi pensa di aver ottenuto in Italia un posto di lavoro o un ruolo importanti? Perchè tacere, non osservando e non combattendo culturalmente questo fenomeno?

L’Europa, come una vecchia dama taciturna, osserva senza molta indignazione tutto ciò che accade soprattutto nel Nord d’Italia. Forse per due motivi: perché ci sono sempre di meno italiani capaci a indignarsi; perché dopo la caduta del Muro, ascoltati gli slogan sul futuro diverso equivalente a un’Europa dei valori immutabili della uguaglianza, della fratellanza e della libertà, colpiti dalla crisi economica, quanti europei sono rimasti fedeli alla democrazia come sostanza e non a quella pro-forma? L’episodio accaduto a Spilimbergo dovrebbe diventare più che un monito contro le barbarie politiche dei nostri tempi, anzi l’esempio vivo per quel Friuli che fa parte della resistenza culturale contro il razzismo e la xenofobia.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Bel articolo Daniele!
    Molto interessante e fa capire quanto tutti noi compresi gli immigrati, siamo soggetti a comportamenti di rifiuto, di emarginazione nei confronti di chi sembra meno bello, meno ricco o con una posizione sociale “inferiore” alla nostra.
    Grazie!

  • Caro Daniele, purtroppo il razzismo è vivo dappertutto. Qualche mese fa, una collega di origine Keniota che si trovava in Cina, mi raccontava dei suoi problemi con i cinesi. Ho avuto diversi amici africani in India che non ne potevano più della discriminazione che devono subire in India. Più di una volta sono rimasto scioccato dai feroci attacchi delle persone vittime delle discriminazioni, contro quelli che percepivano come “inferiori”!

Rispondi a Martin Ndong Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.