Carceri italiane: suicidi da “record”

Un articolo di Damiano Aliprandi (*) e un commento di Vito Totire

Così il ladro di merendine si è ucciso in cella a Natale

Lo chiamavano “serial Kinder” ed era sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Arrestato per aver rubato dolciumi per un valore di 200 euro. E’ il sessantaseisimo sucidio nel 2018

Si chiamava #ff0000;">Daniele Giordano, aveva 47 anni, ed era un ladro di merendine. Rubava prodotti dolciari, tanto da essere stato ribattezzato “serial Kinder”. L’uomo, sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato ” beccato” mentre si allontanava dal parcheggio di un discount, con un carrello pieno di merendine e inseguito dal responsabile del supermercato. Aveva appena rubato 68 confezioni di merendine, per un valore complessivo di 200 euro. Lo hanno rispedito in carcere a Catania, dove si è suicidato nel bagno della cella, con un lenzuolo legato alla finestra. Nella settimana natalizia si registrano altri due suicidi: uno a Trento e l’altro a Messina. Tre morti che portano la drammatica conta dei suicidi in carcere a 66, eguagliando il record negativo del 2011.

L’anno ancora non è finito, ma siamo giunti a 66 suicidi nelle patrie galere. È dal 2011 che non ci raggiungeva questo triste record. L’ultimo suicidio è avvenuto il 21 dicembre scorso al carcere di Trento e riguarda El Abidi Sabri, un 32 enne tunisino. Appena è giunta la notizia, una sessantina di detenuti ha inscenato una protesta e una parte di loro sono stati trasferiti in altre penitenziari del Triveneto e dell’Emilia Romagna. Nonostante la calma apparente, i problemi al carcere Spini restano. La direttrice denuncia la mancanza di educatori, psicologi e medici. Lo stesso giorno si è suicidato un altro detenuto, questa volta a Messina. Si chiamava Rosario Martino, ergastolano, e più volte aveva già tentato di togliersi la vita. La perizia psichiatrica, chiesta dalla difesa e disposta nel luglio scorso dal gip distrettuale di Catanzaro nell’ambito del processo in abbreviato nato dall’operazione antimafia ‘ Outset’, aveva tuttavia concluso con la capacità di Martino di partecipare scientemente al processo. Nessun disturbo mentale, quindi, per il perito che non aveva riscontrato crisi depressive o sintomi che potessero preannunciare un suicidio come invece avvenuto ieri sera. Sarà l’inchiesta della Procura ad accertare eventuali errori di valutazione del caso. Alle due morti, quella di Trento e quella di Messina, va aggiunto un altro suicidio sempre in Sicilia. Questa volta nel carcere di Catania Piazza Lanza e si chiamava Daniele Giordano, 47 anni, un ladro di merendine. Sì, perché rubava i prodotti dolciari, tanto da essere stato ribattezzato “serial Kinder”. L’uomo, sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato notato da una pattuglia della Squadra Cinofili, mentre si allontanava precipitosamente dal parcheggio di un discount, trainando un carrello della spesa pieno di merende ed era inseguito dal responsabile del supermercato. Aveva appena rubato 68 confezioni di merendine, per un valore complessivo di 200 euro. Rispedito in carcere, si è poi suicidato nel bagno della cella, con un lenzuolo legato alla finestra.

L’associazione Antigone lancia l’allarme. Il tasso di suicidi nelle persone libere è pari a 6 persone ogni 100mila residenti. In carcere ci si ammazza diciannove volte in più che nella vita libera. Benché i suicidi dipendano da cause personali che non è possibile generalizzare, è facile immaginare come le condizioni di detenzione possano contribuire al compimento di questo atto estremo. «Più cresce il numero dei detenuti – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – più alto è il rischio che essi siano resi anonimi. L’alto numero delle persone recluse aumenta il rischio che nessuno si accorga della loro disperazione, visto che lo staff penitenziario non cresce di pari passo, anzi. I suicidi non si prevengono attraverso pratiche penitenziarie (celle disadorne o controlli estenuanti) che alimentano disperazione e conflitti. Né si prevengono prendendosela con il capro espiatorio di turno (di solito un poliziotto accusato di non sorvegliare il detenuto in modo asfissiante). Va prevenuta la voglia di suicidarsi più che il suicidio in senso materiale». «La prevenzione dei suicidi – prosegue Gonnella – richiede l’approvazione di norme che assicurino maggiori contatti con l’esterno e con le persone più care, nonché un minore isolamento affettivo, sociale e sensoriale. Il carcere deve riprodurre la vita normale. Nella vita normale – sottolinea il presidente di Antigone – si incontrano persone, si hanno rapporti affettivi ed intimi, si telefona, si parla, non si sta mai soli per troppo tempo». Per questo Antigone ha presentato ai componenti della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica una proposta di legge che punti a rafforzare il sistema delle relazioni affettive, ad aumentate le telefonate, a porre dei limiti di tempo ai detenuti posti in isolamento. «Abbiamo pensato ad un articolato molto breve che, andando a modificare la legge che regola l’ordinamento penitenziario approvata nel 1975, consenta di prevenire i suicidi nelle carceri», conclude Patrizio Gonnella.

(*) ildubbio.news

IL COMMENTO A CALDO DI VITO TOTIRE

Un piano nazionale di prevenzione manca per l’esterno e per l’interno. Le istituzioni spesso hanno detto: faremo, vedremo. Ma la situazione è ancora peggiorata negli ultimi tempi.

Quello che non capisco è che mi pare abbandonato il vecchio criterio giuridico della sospensione pena per motivi di salute, anche psichica (non che il suicidio sia necessariamente connesso alla nosografia psichiatrica ufficiale).

La vigilanza dovrebbe escludere la custodia in carcere in condizioni di rischio percettibile; ma percettibile empaticamente e non da quei periti “pataccari” la cui unica preoccupazione è “smascherare” i simulatori. Per la mia esperienza nel mondo carcerario di suicidi pesantemente annunciati ce ne sono state decine oltre alle centinaia un po’ meno prevedibili.

E’ che il sistema carcerario è marcio. Se pensiamo all’imputato e condannato di Ravenna Matteo Cagnoni; dice che alla Dozza si sentiva a disagio… quindi è andato dove voleva.

Ma perché la “regola” per tutti è che se tu sei di Matera stai nel carcere di Cuneo (faccio per dire) e se invece abiti a Cuneo ti spediscono a Matera? Fatto è che ho posto il quesito a un avvocato di Ravenna che segue la famiglia della vittima di Cagnoni e lui ha risposto che la cosa si spiega con una parola: massoneria.

Evidentemente il rischio suicidio in carcere non è uguale per tutti; ecco la (ri) scoperta dell’acqua calda.

 

LE VIGNETTE – scelte dalla “bottega” – sono di Mauro Biani.

 

Redazione
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