Cory ti scrivo

una email immaginaria di Jolek78 a Cory Doctorow per il suo ultimo libro “how to destroy surveillance capitalism” (attenzione: ci saranno spoiler)

Intro

Caro Cory Doctorow,
probabilmente non leggerai mai questa mia, ma avevo bisogno di parlarti, anche se in maniera indiretta, e comunicarti alcuni miei pensieri. Lo faccio dalle pagine di questo blog perché è stato qui che ti ho conosciuto ed ho cominciato ad apprezzarti. Hai una bibliografia immensa, e ogni piccolo o grande racconto che mi passa per le mani è un capolavoro capace di farmi riflettere e scatenare sentimenti che cerco spesso di tenere chiusi a doppia mandata nel mio cuore. Quando ho letto il tuo racconto “radicalized” non sapevo esattamente se avessi rubato parte della mia storia personale per sbattermela in faccia e farmi ricordare quanto ci si può sentire soli e indifesi. Quando ho letto il tuo racconto “0wnz0red” e parlavi della depressione clinica di Murray dopo l’apparente morte di Liam pensavo ancora stessi parlando di me e della mia storia. E mi son domandato se, in un ristorante al termine dell’universo qualsiasi, ci fossimo mai incontrati a bere un “pangalactic gargleblaster

È bello poter leggere la tua newsletter giornaliera da Pluralistic, ed è bello poter trovare tutti i tuoi libri su Craphound, il tuo podcast e i tuoi post da OneZero. E cosi’ recentemente mi è capitato sotto mano un tuo nuovo libro, che riassume, in sostanza, i pensieri che nel corso del tempo hai espresso in molti tuoi interventi e conferenze. Questa piccola opera, distribuita come sei solito fare sotto licenza creative commons, si intitola “how to destroy surveillance capitalism“. Si capisce che è un working in progess poiché ci sono capitoli piuttosto lunghi, estesi e ben argomentati, e altri che sono semplicemente abbozzati e tirati quasi via, ma nonostante tutto ho deciso di acquistare il tuo epub, inserirlo sul mio ereader e cominciare la lettura. Ero affamato del tuo pensiero, volevo capire a quali conclusioni eri arrivato. E poi quel titolo, che mi ricordava cosi’ tanto il libro della prof.ssa Zuboff “the age of surveillance capitalism“, non faceva altro che attirarmi a se’ come fa la rucola con la mia gatta (non fare domande, Alcor è strana, chissà da chi ha preso…)

Faro’ un po’ di spoiler per i lettori di questo blog, se non ti dispiace, poiché il tuo libro è disponibile per ora solo in inglese. Ne ho bisogno perché proverò a fare un paio di analisi e, spero che tu non te ne abbia a male, con tanta ritrosia credo ti faro’ anche qualche critica ragionata.

Di cosa parla il libro

Il tuo libro è una risposta, anche se non approfondita, al libro della Zuboff di cui parlavamo prima. Cominci esattamente da dove aveva concluso lei. Prima di tutto analizzi il fatto che internet, negli ultimi anni, è stato uno strumento potentissimo per veicolare idee come qanon, terrapiattismo, antivaccinismo e addirittura nazismo. E ti domandi se il problema non sia in internet in se’, ma in questa società fluida dove idee cosi’ pazzesche possano trovare in internet uno strumento superveloce di diffusione. Quando analizzi il ruolo dei social network e in generale delle grandi aziende d’informatica, lo fai “cum grano salis” e identifichi non nelle loro azioni, ma nel loro ruolo monopolistico il problema dei problemi. Il fatto che lo stesso Facebook abbia al suo interno quasi 2.3 miliardi di utenti iscritti, ne fa in sostanza una potenza mondiale capace, potenzialmente, d’indirizzare e veicolare flussi di pensiero.

Il nodo del libro sta tutto qui: “aggiustare internet” per te vuol dire “rompere i monopoli” che altro non sono che il prodotto del sistema economico in cui viviamo. Il capitalismo della sorveglianza deriva dal potere che diamo noi ad aziende come Google, Facebook e Amazon, mettendole sul podio e permettendo loro di dettare legge. E poi, piccola perla fra le perle, analizzi e smonti l’affermazione “se il prodotto è gratis, allora sei tu il prodotto” ragionando sul fatto che pagare un prodotto non sarebbe comunque la soluzione ai problemi sopra descritti. E anche la soluzione da molti avanzata del “tornare in possesso dei propri dati” potrebbe da un lato impedire il controllo monopolistico dei metadati, ma dall’altro lato impedire analisi indipendenti che potrebbero risolvere problemi globali come i cambiamenti climatici, la povertà e la cura delle malattie.


segmentazione: immaginate di aspettare un bambino. il capitalismo della sorveglianza può individuarvi come potenziali clienti, invitandovi a comprare pannolini e biberon. ma questo non è controllo mentale. non vi priva della vostra libertà.

inganno: il capitalismo della sorveglianza rende semplice il processo di trovare potenziali target deboli a cui indirizzare dei messaggi fraudolenti. può trovarli sui forum, sui social network, e diventa facile dunque cadere in false credenze. ma questo non è lavaggio del cervello. è frode.

dominio: il capitalismo della sorveglianza è il risultato del sistema monopolistico. basta pensare ai risultati di ricerca di google: controllarli significa anche controllare le idee in circolazione. ma il problema non è la sorveglianza. è il monopolio.

razionalità: il capitalismo della sorveglianza diminuisce i nostri livelli di autocontrollo e determina le nostre azioni. ma il fatto stesso che gli algoritmi siano in costante aggiornamento dimostra che il sistema stesso è ancora in poco efficiente.


In sostanza, nella tua analisi identifichi il capitalismo senza regole il nemico da abbattere perché non solo crea un sistema unico difficile da scardinare, ma rallenta l’affermazione di progetti innovativi e dell’individualità. Ti occupi in parole povere della struttura e non della sovrastruttura.

Cosa non funziona

Rompere i monopoli non basta. Quando nel 2000 l’allora commissario europeo Mario Monti, aka Supermario, multo’ la Microsoft per eccesso di posizione dominante, questo non impedì all’azienda di crescere, svilupparsi e diventare quella sorta di gigante che è oggi. Ne’ tanto meno nel 2019 quando l’antitrust europea multo’ Google per aver adottato pratiche abusive nella pubblicità online. Un controllo da parte dei regolatori è di certo importante, ma purtroppo non basta. Pensare inoltre che la soluzione debba arrivare dall’esterno e non dall’interno è un errore di metodo. E quando parlo d’interno, so che questo non ti suonerà nuovo, parlo di comunità opensource, quella composta sia da sviluppatori che da utilizzatori. Il capitalismo della sorveglianza è un problema multi sfaccettato che di certo richiede operazioni strutturali da parte dei legislatori, ma anche l’inserimento di un parametro fondamentale chiamato “responsabilita’ personale“.

Capisco il tuo punto di vista: comunicare a un non addetto ai lavori che se esiste un problema la colpa è anche sua, non è di certo facile. Tu sei un esempio per tutti. Pubblichi i tuoi lavori utilizzando sempre licenze Creative Commons, pubblichi il tuo podcast su Archive, utilizzi un social network come Mastodon, ed hai una storia di attivismo che parla da sola, dall’Electronic Frontier Foundation all’Open Rights Group, dalle battaglie contro il DRM alla creazione della bevanda OpenCola. E potrei continuare ancora.

Vale sempre, in fondo, quello che scrivesti nel tuo famoso pezzo “creativity vs copyright“:

quando usi il diritto d’autore per trasformare la creatività in un percorso a ostacoli, finisci per dare potere alle istituzioni il cui compito dovrebbe essere quello di rimuovere gli ostacoli

C’e’ davvero bisogno d’interpellare le istituzioni per risolvere i problemi? Nella tua vita, nel tuo lavoro artistico, hai scelto la via della responsabilità personale e delle scelte consapevoli. Perché non lo dovrebbero fare anche i tuoi lettori? Basterebbe comunicarglielo e fidarsi di loro, in fondo. Coraggio.

 

Cordialmente e perennemente innamorato di te
jolek78

Fabio
Un tizio che pensava di essere uno scienziato. Si ritrovò divulgatore scientifico. Poi si addormentò e si svegliò informatico. Ma era sempre lui.

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