Causa allo Stato per ridurre i gas serra

di Gianluca Cicinelli

Se al rispetto delle norme ambientali non si arriva per via politica allora si prova con i tribunali, la nuova strada intrapresa da alcune associazioni, 24 per l’esattezza e con loro circa duecento cittadini italiani, per costringere lo Stato ad assumersi le proprie responsabilità di fronte all’emergenza climatica. La causa è stata avviata in questi giorni davanti al Tribunale Civile di Roma nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Primo ricorrente è l’Associazione A Sud, da anni attiva nel campo della giustizia ambientale e nella difesa dei diritti umani, che l’emergenza climatica rischia di compromettere, ma tra gli altri troviamo anche Legambiente e Greenpeace.

I ricorrenti, tra loro anche alcuni minorenni, una scelta molto simbolica verso il futuro del pianeta, chiedono al tribunale di “dichiarare lo Stato responsabile della situazione di pericolo derivante dalla sua inerzia nel contrasto all’emergenza climatica”. Il punto di riferimento è l’impegno preso entro il 2030 dall’Unione Europea, per ordinare all’Italia di ridurre le emissioni di gas serra del 92% rispetto ai livelli del 1990, l’anno in cui le emissioni europee cominciarono a diminuire.

“Oggi scriviamo la pagina italiana della storia del movimento globale per la giustizia climatica. Dopo decenni di dichiarazioni pubbliche che non hanno dato seguito ad alcuna azione all’altezza delle sfida imposte dall’emergenza ambientale, la via legale è uno strumento formidabile per fare pressione sullo Stato affinché moltiplichi i suoi sforzi nella lotta al cambiamento climatico”, ha dichiarato Marica Di Pierri presentando l’azione legale a nome di A Sud. “Come società civile – ha aggiunto – abbiamo il compito di fare tutto il possibile per scongiurare la catastrofe alle porte. Per questo abbiamo deciso di promuovere la prima causa climatica italiana.”

La proposta di riduzione del 92% dei gas serra dei ricorrenti si basa sulle analisi condotte da due organizzazioni indipendenti, Climate Analytics e New Climate Institute, secondo cui, in base agli accordi di Parigi del 2015, la riduzione delle emissioni a cui ogni paese dovrebbe puntare per mantenere al di sotto di un grado e mezzo l’aumento delle temperature medie globali rispetto ai livelli pre-industriali. A sostenere l’iniziativa è un team legale composto da avvocati e docenti universitari, fondatori della rete di giuristi Legalità per il clima. A patrocinare la causa è l’avvocato Luca Saltalamacchia, esperto di tutela dei diritti umani e ambientali, con l’avvocato Raffaele Cesari, esperto di Diritto civile dell’ambiente, assieme al professor Michele Carducci, dell’Università del Salento, esperto di Diritto climatico.

Seppur inedita in Italia questo tipo di azione legale ha un migliaio di precedenti nel mondo. In particolare in Germania alla fine dello scorso aprile la Corte Costituzionale ha ordinato al governo di cambiare la propria legge sul clima dando ragione a un gruppo di persone che la ritenevano rigida e scarsamente efficace e di conseguenza una violazione della loro liberà personale. Ci sono voluti tre anni per arrivare all’ultimo grado di giudizio ma gli ambientalisti hanno fatto valere le proprie ragioni come universali. Se in Italia la causa dovesse trovare appigli per procedere è probabile che impiegherà molto più tempo per approdare a un giudizio, ma è altrettanto chiaro che lo scopo dei denuncianti è di premere sulla politica.

In particolare nel mirino degli ambientalisti ci sono le discrepanze tra le misure di contenimento delle emissioni che lo Stato italiano dovrebbe adottare per contrastare efficacemente il riscaldamento globale e quanto fatto – poco o niente – finora. Nessuna richiesta di risarcimento quindi, ma i ricorrenti chiedono al giudice di dichiarare che lo Stato italiano è responsabile di inadempienza nel contrasto all’emergenza climatica e di condannarlo a ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 92% entro il 2030 su base 1990. La causa ha ottime basi per essere vinta, come dimostra l’esperienza di Greenpeace, che ha già partecipato a una causa analoga nei Paesi Bassi contro la società petrolifera Royal Dutch Shell. Lo scorso 26 maggio il tribunale dell’Aia ha stabilito che entro il 2030 dovrà ridurre le proprie emissioni di gas serra del 45%, molto di più di quanto la società petrolifera si era impegnata a praticare.

ciuoti

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