Centro America: siccità nel Corredor Seco

di Maria Teresa Messidoro  (*)

Storie di donne che lottano nelle terre inospitali centroamericane, contro la crisi climatica, rivendicando i diritti più elementari, compreso quello di migrare in modo dignitoso.

Maria Ángel López vive con la sua famiglia nel cantón (frazione) Olla Honda, comune di Santa Clara, regione di San Vicente, El Salvador.

Vivere in questa zona del Corredor Seco (1) centroamericano significa che tutte le volte in cui termina la stagione delle piogge, le famiglie si separano per poter sopravvivere.

 

Quando finisce l’inverno, infatti, non si può più lavorare la terra: come molti altri uomini dello stesso cantón o dei villaggi vicini, lo sposo di Ángela deve mettersi in cammino verso l’Honduras, in cerca di lavoro, mentre lei rimane con la responsabilità dei figli e del pezzo di terra che possiedono.

La storia di Ángela e la sua famiglia non è una eccezione, si ripete in diversi luoghi coinvolti direttamente dal Corredor Seco in El Salvador; succede anche a Intipucá, nella regione de La Unión, dove vive Doris Saraí Blanco. Nonostante che tutto il Paese sia considerato parte del Corredor ci sono luoghi dove l’impatto è più grande.

E tra tutti, chi ne soffre di più sono le donne, che rappresentano il 52,3% degli abitanti del “Corredor”, circa 10 milioni. Qui l’80 % dei piccoli produttori che vi risiedono sono oltre il livello di povertà, e di questi il 30% in povertà estrema.

Secondo la FAO (2), esistono tre livelli di siccità nel Corredor Seco centroamericano: bassa, alta e severa. In El Salvador Il 4%  del territorio (corrispendente a 25 municipi) è colpito da siccità severa, un 62% (193 cpmuni) è colpito da siccità alta, mentre il restante 33,7% (corrispondente a 150 comuni) soffre la siccità bassa.

Santa Clara, dove vive Ángela, è proprio uno dei 193 comuni colpiti dalla siccità alta. Le ondate di calore sono tanto forti in questo luogo da provocare malattie e piaghe nelle coltivazioni. Secondo dati recenti dell’organizzazione salvadoregna CESTA (Centro Salvadoreño de Tecnologia Apropiada), tra marzo ed aprile del 2020 si è assistito ad un aumento nella popolazione di afidi: la biologia degli afidi è strettamente collegata con la temperatura dell’ambiente, dato che in presenza di temperature alte possono vivere fino a due settimane e produrre anche 10 uova al giorno. Negli ultimi tempi, a Santa Clara, si sono registrate frequentemente temperature fino a 35°, il che provoca un aumento nella riproduzione degli afidi e quindi nei danni da loro provocati. Questi insetti si nutrono della linfa degli alberi, e sono importanti vettori di virus, provocando come conseguenza perdite considerevoli nelle coltivazioni di ortaggi, come pomodori e ppeperoni, o di alberi da frutta. Oltre alla morte di uccelli e di bovini, a causa del troppo calore.

La siccità è stata talmente impattante negli ultimi anni che la famiglia di Ángela ha preso la sofferta decisione di non coltivare più fagioli e maís, gli elemnti principali dell’alimentazione salvadoregna: proprio a causa della siccità, il rendimento nella produzione si è praticamente dimezzato, sempre secondo i dati di CESTA. Per non compromettere la propria sicurezza alimentare, Ángela ha scelto di diversificare la produzione, introducendo alberi da frutta (fondamentali per l’approvvigionamento di vitamina C, indispensabile per contrastare influenze e allergie negli abitanti del Cooredor Seco), zucche, zucchini, piante di achiote (l’annatto, pianta tipica centroamericana che produce dei semi rossi, spesso utilizzati come colorante ed aroma nei piatti tipici), melanzane, qualche pomodoro e peperoncini. Per poter avere a disposizione qualcosa da mangiare anche in estate.

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Ángela è madre di sei figli, però attualmente vivono con lei solo i più piccoli, una adolescente di 14 anni e l’ultimo di 13. Tre anni fa si è inserita in un progetto di CESTA, per rivitalizzare il proprio terreno e diversificare le coltivazioni, imparando ad utilizzare l’irrigazione a goccia. Ha imparato che essere donna non significa non saper gestire con nuove ed ecologiche tecniche le proprie terre.

Un comportamento necessario per contrastare l’aumento della siccità: sempre secondo la FAO, negli ultimi 60 anni, nel Corredor Seco si sono registrati 10 eventi, chiamati “Niños”, cioè periodi di siccità, che durano tra i 12 ed i 36 mesi. Negli ultimi anni, a partire dal 2018, la regione ha sofferto una siccità prolungata, che ha colpito la raccolta dei cosiddetti granos basicos (grano, mais, soia, riso, avena, sorgo e farro).

Secondo dati recenti del Programa Mundial de Alimentos (WFP) dei quasi 2 milioni di piccoli produttori di granos basicos presenti in Cnetroamerica, la metà vive nel Corredor Seco.

il Civd 19, gli uragani Eta e Iota, le tormente tropicali Cristóbal e Amanda hanno ulteriormente aumentato i prezzi nel Corredor Seco, riducendo la possibilità di accesso a prodotti alimentari, mentre le entrate subivano una pesante riduzione.

Il terreno di Ángela è un terreno accidentato e cosparso di pietre, però è il luogo dove ha vissuto tutta la vita e dove intende continuare a vivere. Anche volesse andarsene, non saprebbe dove, né avrebbe le risorse per ricominciare una vita da un’altra parte.

Ma qui, grazie ai corsi di formazione e a ciò che ha imparato, Ángela è stata capace di rivitalizzare il suo pezzo di terra e diversificare la produzione. Con 1200 dollari ha comprato il diritto all’acqua da un suo vicino, acqua che le consente di applicare l’irrigazione a goccia. E così, in mezzo alle pietre della sua parcella e nonostante il calore del Corredor Seco, Ángela non si arrende, anzi, ha la speranza che la situazione migliori.

Perché ha un sogno: prima di morire vorrebbe poter mangiare gli avocadi e le arance cresciute nel suo appezzamento. L’hanno scorso ne ha piantati alcuni, ma non sono attecchiti; ma quest’anno sì, e non importa se quest’anno il raccolto sarà scarso, perché in futuro ci sarà un raccolto sufficiente a sfamare tutta la famiglia.

Doris Saraí Blanco invece ha 26 anni, vive nel caserío Santa Lucía El Aceituno del municipio di Intipucá, regione de La Unión. È madre di 3 bambini. Doris e altre 19 donne della sua comunità hanno imparato le tecniche agroecologiche per poter coltivare gli alimenti necessari in un terreno comunitario.

Le donne coltivano e si dividono il raccolto: alcune lo vendono, altre lo usano per la propria sussistenza soltanto.  Doris non lo vende, sono in tanti in famiglia, ha molti fratelli, lo dà anche ai propri genitori, e così non sono costretti a comprare altro.

Nell’inverno scorso, l’appezzamento comunitario delle donne di Santa Lucia è stata colpita da una piaga che le ha obbligate a buttare la maggior parte di ciò che avevano seminato.

E’ una terra dura da coltivare, occorre ammorbidirla , ma se fatta questa operazione riappare una tormenta, la terra si indurisce nuovamente e bisogna ricominciare da capo.

A mezzogiorno il sole picchia così forte che brucia la pelle, i 33°C sono così asfissianti da sembrare un inferno; ma la temperatura potrebbe ancora aumentare, se continua la crisi climatica.

Di fronte alla necessità di trovare soluzioni comuni per affrontarla e superarla, le donne hanno formato un Comité Agroecológico: questo gruppo non solo è stato utile per generare strategie nuove per poter produrre alimenti, ma si è convertito in un gruppo di appoggio per le donne coinvolte nel progetto, compresa Doris, che ormai da sette mesi è l’unica fonte di sostentamento della propria famiglia, dovuto al fatto che suo marito ha dovuto migrare verso gli Stati Uniti.

Le sue attività iniziano molto presto alla mattina, en la madrugada, quando accompagna i suoi figli dal conducente del pick up che li porta a a scuola; 10 dollari mensili, per imparare.

Poi Doris si divide tra l’orto comunitario e la mensa dove lavora.

Ángela e Doris non si conoscono, però le loro storie sono simili, come quelle di molte altre donne che vivono nel Corredor Seco. Hanno in comune che i rispettivi compagni devono emigrare per dare un futuro migliore alle proprie famiglie. Entrambe devono farsi carico della cura dei propri figli, inventandosi strategie per coltivare il necessario per vivere. Queste tecniche le hanno imparate, insieme ad altre donne, grazie ad organizzazioni impegnate a migliorare la qualità di vita in un contesto tanto inospitale come è il Corredor Seco.

Una situazione così grave che ha costretto le famiglie di Ángela e Doris, come tante altre, a scegliere tra morire di fame nel Corredor o separarsi, affinchè un membro della famiglia (quasi sempre l’uomo) intraprenda il viaggio verso gli Stati Uniti, con il rischio di morire durante il cammino.

Rina Monti, psicologa e direttrice de la “Sección Investigación en Derechos Humanos de Cristosal” (una importante organizzazione salvadoregna che da trent’anni lavora nel campo dei diritti umani) ha dichiarato recentemente in una intervista alla rivista salvadoregna Gato Encerrado “La migrazione, che è un diritto, in questi casi diventa l’ultima opzione da percorrere per sopravvivere”

L’ultima relazione della “fondazione Heinrich Boll” – Movilidad Humana, “Derecho Humano y Justicia Climática” – dimostra che la regione centroamericana sta diventando terreno fertile per la mobilità umana forzata come sinonimo di sopravvivenza (3)

Secondo la CEPAL, per il 2030 i Paesi centroamericani aumenteranno il livello di vulnerabilità di fronte a molteplici minacce e al rischio di disastri, costringendo un numero sempre più grande di persone a migrare internamente o esternamente per effetto della crisi climatica

Vulnerabilidad climática*

País 2010 2030
Guatemala Moderado Alto
Belice Agudo Agudo
El Salvador Severo Agudo
Honduras Severo Agudo
Nicaragua Moderado Alto
Costa Rica Moderado Alto
Panamá Moderado Severo

Fonte: Cepal 2015

Già nel 1985 nell’ONU è iniziato il dibattito per l’introduzione del termine di rifugiato ambientale, con l’obiettivo di garantire uno status duraturo di protezione per persone costrette ad emigrare per l’impatto climatico nei propri territori, così come succede a molti residenti del Corredor Seco.

A distanza di 37 anni, non c’è ancora un riconoscimento legale di questo termine (4)

 NOTE

  1. La lunga fascia di terra inaridita tra Messico e Panama, chiamata “Corredor seco” (Corridoio secco), è una tragica conseguenza del riscaldamento globale. È anche tra le principali cause dell’emigrazione di massa verso il nord. Questo fenomeno coinvolge altri Paesi: Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua e una parte di Costa Rica. È un ecosistema di foresta secca tropicale lunga 1.600 chilometri, nella quale – ricorda la Fao, l’Organizzazione della Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – si concentra il 90 per cento della popolazione dell’America Centrale. Un’area in cui sorgono anche le principali capitali della regione. Tratto da https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2019-08/america-centrale-corridoio-secco-siccita-riscaldamento-globale.html
  2. https://www.fao.org/news/story/es/item/1191889/icode/ e l’interessante studio sempre della FAO “Estudio de caracterización del Corredor Seco centroamericano”, prima edizione dicembre 2012
  3. https://sv.boell.org/sites/default/files/2021-04/MOVILIDAD%20HUMANA.pdf
  4. lo spunto di questo articolo nasce da qui https://gatoencerrado.news/2022/06/10/la-persistencia-de-las-cuidadoras-en-el-corredor-seco/

(*) Vice presidentessa Associazione “Lisangà culture in movimento” OdV

Teresa Messidoro

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