Ci sono molti modi per dire realtà. Altrettanti…

… per ingannarsi su di essa.

di Mauro Antonio Miglieruolo

Ci sono molti modi per dire realtà. Altrettanti per ingannarsi su di essa. Il più falso e insidioso è quello adottato dal negazionismo realista e dal verismo, che ipotizzano di poter e (poi fingono) di voler dire le cose come sono, per subito dimenticarsi del 90% di quello che è, riassumendo il mondo nella visione più o meno piatta di ciò che, in quello che li circonda, ritengono significativo, degno di essere rappresentato. L’inganno e l’autoinganno è il loro mestiere. Si riscattano, quando sono maestri, rappresentando il dolore, le miserie, la quotidianità (di per sé interessante); e le poche eccellenze dell’essere umano sociale (dello schiavo, del servo, dell’operaio).

Un altro è dato dalla pittura visionaria detto astrattismo che ha impressionato le genti nella prima parte del Novecento, con i suoi Klee, Kandinskij, Klimt, Kupka ecc che meglio di altri inquieti contemporanei hanno saputo riempire di invenzione e di fascino le loro opere. Sono autori che immaginano universi, con luci diverse dalle consuete e prismi ignoti. Non sanno che la realtà diversa intravista e rappresentata non è altro che una minuscola frazione della realtà effettuale in cui operano.

Un terzo lo dobbiamo al surrealismo vero e proprio che volendo andare all’inconscio è andato dove gli astrattisti sono arrivati, preferendo però alterare le forme, ridersene di loro: le forme materiali così come le forme artistiche (vero vezzo novecentesco) piuttosto che dire come le cose sono. Il passo ultimo, contro le convenzioni spaziotemporali, dunque non hanno osato farlo. Hanno preferito rappresentare relazioni diverse tra le cose, gettare un’occhiata distratta sui fondamentali, dopo aver disposto fra loro e gli oggetti un bello specchio deformante. Si son voluti porre in un mondo di soli miti, ad uso del secolo, senza mai prendere atto d’essere nell’unico mondo in cui effettivamente la solidità e immutabilità delle cose insiste. Illusoriamente ma insiste. Dura, tenace, indisponibile al mutamento. Che solo la leva di milioni e miliardi di essere umani può sollevare dalla loro inerzia.

Abbiamo infine il surrealismo degli illustratori fantascientifici, quelli prima maniera, che hanno saputo rappresentare il sogno attraverso la iperrealtà delle vaste profonde affascinanti desolate distese planetarie (quante belle invenzioni!); offrendo per di più il già visto, il normale e il consueto come si trattasse del grandioso invisibile che ci istiga a credere ci aspetti dietro l’angolo. Chi è che non ha sognato di poter essere parte della storia umana nello stile di Grosvenor, Innelda, Hedrock, Jommy Cross e tutti gli altri che gli scrittori di fantascienza e gli illustratori hanno inventato? Di essere con loro nelle profondità dello spaziotempo, esplorando universi poiché non c’era dato d’esplorare la vita. Nessuno si è occupato e probabilmente si occuperà con dedizione a valorizzare tale vastità e ingegnosità di opere: assenza che segnala la presenza di un problema, ideologico, letterario e critico nello stesso tempo.

Sono sicuro che esistono altri ingenui modi di considerare la realtà. Altri nomi e definizioni da segnalare. Fra i tanti che ritengo degni di essere messi in evidenza credo che il più interessante sia Jacek Yerka, del quale già in passato mi sono interessato – anche qui in “bottega” – ma il cui inesauribile ingegno sembra obbligare a ripercorrerlo attraverso inesauste notazioni.

Jacek Yerka, che un po’ riassume tutto ciò che è stato fin qui detto sulla realtà e la non realtà.

A parte l’astrattismo vero e proprio credo che in lui possa essere ritrovato tutto. Su un aspetto comunque intendo soffermarmi. Il suo più significativo.

Cominciamo con il dire che Yerka si ritaglia uno spazio nel caotico mondo dell’arte, senza che una poetica ne guidi il cammino; o senza che io sia in grado di individuarla. Probabilmente Yerka è troppo profondo, io troppo superficiale. Jacek Yerka inoltre vale per ognuna delle sue opere, ognuna delle quali vale per ciò che vi ha inserito, ma in un modo (garbato? Accattivante? Immediato?) che noi, a nostra volta, potessimo aggiungervi del nostro (sogni? Aspirazioni? Moti dell’animo?).

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Poiché è impossibile sopravvivere nell’arte senza definizioni, attribuzioni classificazioni – almeno io non ci riesco – per iniziare a comprenderlo mi vedo costretto a consegnarlo d’ufficio al surrealismo (ogni grande autore sfugge alla poetica alla quale è assegnato, della quale egli stesso si crede parte). Azione che potrebbe fuorviarmi, o comunque farmi perdere credibilità.

Perché Yerka, guardato bene (e più che altri artisti occorre guardarlo bene) è, come ritengo sia nella sua essenza la fantascienza – voglio sorprendervi – intimamente e inaspettatamente realista. Nel senso che egli non vuole altro che essere nella realtà e permettere a noi di viverla (gioiosamente) questa realtà. La realtà completa, la verità dell’essente1, del tutto. In cui coesistono materialità, tecnologia, sogno, chimere e favola. Nel quale il passato pesa sul presente; e il presente allude in continuazione al futuro. Incarnazione vera e mitica dell’artista. Se proprio volessimo fargli torto potremmo azzardare una qualche lontana discendenza dalla grande famiglia degli illustratori di fantascienza (dei quali immagino si sia nutrito); ma più ancora dal grande movimento Naif.

Ma essendoci sbizzarriti anche noi (includo arbitrariamente i pazienti lettori che, nonostante me, continuano a consultare queste poche righe); sbizzarriti a scherzucciare e a prenderci libertà con il nostro, vado subito al sodo e confesso un secondo inaspettato (in un certo senso conseguente al precedente); che Jacek Yerka prima di essere grande illustratore pittore disegnatore, è grandissimo narratore (un narratore coi fiocchi: l’essenza sua essendo derivata dalla grande tradizione letteraria fantascientifica).

È proprio dei grandissimi narrare raffigurando (altrove si direbbe: narrare componendo). Yerka, essendo appunto grandissimo artista, ha saputo immettere in ogni suo quadro allusioni a svolgimenti narrativi ben conosciuti, o semplicemente con i quali si ha familiarità. Fateci caso. Osservando ogni sua illustrazione la mente à colpita da possibili analogie: vede derivazioni, pensa a nuclei che sono passibili di immediata elaborazione. Harlan Hellison, proprio a causa di tale caratteristica, ha potuto estrarre dalle opere di Yerka materiale sufficiente per riempire un libro. Io stesso mi sono cimentato nell’opera di tradurre in parole le immagini, dopo essermene lasciato ispirare (il risultato lo troverete su questo blog, oltre che sul mio). L’esperimento e riuscito? Tocca a chi legge stabilirlo.

Altri grandi del passato, dietro esplicita richiesta del committente, si sono cimentati nella medesima impresa, con notevoli risultati. Ma in Yerka assistiamo a qualcosa che distanzia i tentativi precedenti. Yerka è interno alla mastodontica costruzione letteraria denominata fantascienza, la quale per altro è nata come commistione fra immagine e parola (non a una o più storie: commistione in tutte le storie); Yerka non ricostruisce storie particolari, ma il gran numero di storie costruibili e costruite dentro la fantascienza.

Di più: Jacek Yerka amplia il discorso del nuovo canone letterario (la fantascienza) senza accettare di farne parte, perché allora sarebbe incorso nel rischio di restarne prigioniero. Cioè la morte civile, essendo per lui necessario spaziare nell’illimitato.

Risultato ultimo – non banale – ha ottenuto di attirare l’attenzione sull’oceano culturale nel quale siamo immersi, astrattismo, surrealismo, cinema ecc. compagni fatali della Fantascienza. La Fantascienza, anima del Novecento. Yerka, golfo mistico nel quale confluiscono fiumi e torrenti che compongono il paesaggio della fantascienza e da essa si dipartono.

Ho detto la fantascienza, ma non solo. In Yerka è presente l’essenza della vita che ci circonda. La sua essenza bruta, idealizzata affinché ne appaiano le pieghe di bellezza e nobiltà che pure sono.

Perché Yerka – ed è questo il punto (il mio punto) – non si limita a espandere il campo fondato dai tanti che nello scrivere fantascienza si sono cimentati; di fornire un contributo particolarmente valido: Yerka parla di ciò che ha visto e vede, ricostruendolo per offrirci la possibilità di vedere anche noi. Vari oggetti, situazioni, momenti metaforici. Tipo, la cucina polacca. Il casotto nel deserto, le immense biblioteche, l’ossessione nel misurare il tempo (orologi dappertutto) ecc. Procede dal particolare per arrivare all’universale, a tutte le cucine, anche quelle metaforiche e metafisiche, a tutti i casotti, alle immense biblioteche, Borges fuori misura. Mi sento di affermare a cuor leggero che l’unico creativo di inclinazione realista sia proprio lui, il fantastico, l’immaginoso, il sorprendente Jacek Yerka. Che lo è senza bisogno di ricorrere a originalismi con i quali brillare. Jacek non brilla. Emana luce. Non sorprende. Produce fremiti. Non oltrepassa i limiti del buon gusto, lo crea. Non strafà, come tanti surrealisti (o non sempre strafà) e tanti fantascientisti; si limita a introdurre un elemento fantastico in un contesto pienamente reale. Oppure di circondare un elemento reale di plausibili elementi fantastici. Non si tratta d’altro, a qualcuno verrà d’obiettare, che di incroci, sovrapposizioni e contaminazioni proprie alla pratica artistica (nulla di nuovo sotto il cielo); solo che il nascondimento è tale che sembra di avere di fronte un originale. Ma si sa – o si dovrebbe sapere – in arte l’originale è più presunto che effettivo.

Di certo, considerando le derivazioni, Yerka è nuovo. Realista anche perché non eccede, o non fornisce sensazione d’eccesso. Se mai di tanto tanto, aggiunge un apparentemente contraddittorio elemento metafisico. Capita di vederlo o presentirlo. Ma chi è mondo da un tale peccato scagli la prima pietra.

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 La variabilità è ricompresa nell’immutabilità dell’essere. Qui è dato come si si trattasse di olografia del Tutto.

Miglieruolo
Mauro Antonio Miglieruolo (o anche Migliaruolo), nato a Grotteria (Reggio Calabria) il 10 aprile 1942 (in verità il 6), in un paese morente del tutto simile a un reperto abitativo extraterrestre abbandonato dai suoi abitanti. Scrivo fantascienza anche per ritornarvi. Nostalgia di un mondo che non è più? Forse. Forse tutta la fantascienza nasce dalla sofferenza per tale nostalgia. A meno che non si tratti di timore. Timore di perdere aderenza con un mondo che sembra svanire e che a breve potrebbe non essere più.

7 commenti

  • Grazie per aver descritto con notevole suggestione questo straordinario artista, ogni suo quadro è un’ondata di meraviglia negli occhi, lo guardi e ti accorgi di vedere con la mente… case che diventano capelli su una testa di roccia, labirinti d’acqua dove nuotano cigni, dighe di libri, gli elementi si fondono e prendono forma, le parole diventano immagini, mai banali, mai confuse, mi trasmette la linearità di una visione fantastica…

    • Contento di condividere l’ammirazione per Yerka. Ho cercato, trovato e approvato molti artisti che hanno voluto e saputo illustrare (per dirla con Savina Dolores Massa) “il profumo dei nostri segreti”. Nessuno di loro è approdato a risultati altrettanto efficaci. C’è un qualcosa nelle opere di Yerka che le rende speciali. Di questo qualcosa temo di non aver dato ben conto. Bisognerà che torni sull’artista.

  • savina dolores massa

    Grazie. Yerka è, le Arti. Tutte. Non è le Arti, è il profumo dei nostri segreti.

    • Grazie Savina Dolores. Ignoro se tu sei poetessa o meno. Noto comunque che l’entusiasmo per Yerka ti ha indotta a trascendere. Diventando tu stessa poeta.

      • Daniele Barbieri

        Fra viaggi in Messico, ritorni a Roma e voli continui su altri mondi anche un lettore onnivoro (e una bella persona) come Mauro Antonio si è distratto. E così non ha letto i libri di Savina Dolores: grandissima narratrice, ogni tanto poetessa e soprattutto una bella persona (anche lei). Se il suo nome è più noto all’estero che in Italia dipende, secondo me, da molte cose: la sardità non aiuta fuori dall’Isola, gli ambienti intellettuali italiani più tipici parlano solo di quello che possono “imbarattolare” (Savina invece non è etichettabile se non con un vaghissimo “realismo magico negli occhi di donna”) infine la sua scrittura spesso fa paura per quanto scava dentro ognuna/o di noi e questo è un bene ma… in tempi così timorosi – anzi codardi, diciamo la verità – fa scappare molte persone. Per me Savina Dolores è la MIGLIORE scrittrice italiana vivente (o almeno di quelle che conosco io, è ovvio) e quando ho consigliato – o regalato – i suoi libri sempre tutte le mie amiche (e quasi tutti i miei amici) se ne sono innamorati. Dunque l’invito a Mauro Antonio ma a chiunque passi di qui è recuperare i suoi testi (e le recensioni) apparsi in bottega ma sopratttutto ordinare i suoi libri presso Il Maestrale. Non oso dire che Savina è la Yerka delle parole – con una vena di dolore in più – ma quasi lo penso.

  • savina dolores massa

    Due cose ho imparato tra i sudori e da sola in questi giorni: fare una videochiamata per poter vedere mia madre di quasi novant’anni. Per lei e lei soltanto. E postare qui un commento, certa che non sarebbe apparso. Invece la magia è accaduta. Considero Yerka un mio “simile” da tanti e tanti anni, non potevo tacere di fronte al tuo articolo, Mauro, che è stato abbraccio in questi tempi di carestia di carni accanto. Quindi ti ringrazio con le lacrime in mano. Quanto a te, Daniele, odiatore perfino di cellulari quanto me, e che ora mi lavi con parole ventose di scirocchi d’Africa su questa mia Isola delle solitudini e delle immaginazioni… quanto a te, ti porterò nel quadro di Yerka dove una donna dorme sopra un materasso sul fiume, e il suo cane bianco dalla riva le fa da custode. Baci a tutti.

    p.s. l’articolo è andato dritto dritto sulla mia pagina ufficiale fb, che lo leggano o meno, me ne infischio.

    • La reprimenda di Daniele è arrivata giusta giusta per scuotermi dall’intontimento dovuto a una influenzetta che mi affligge a settimanr alterne almeno dal luglio 2019. Mi sarei lasciato sfuggire altrimenti il carattere sistematico delle “sortite” poetiche di Savina. Sistematico perché insito nel suo modo di pensare e di dire cogliendo l’essenza di un fenomeno. Non per caso dunque nel commento precedente era parso fosse nel suo diritto avere accesso alla qualifica di poetessa. Lo confesso, ero passato distrattamente su “questi tempi di carestia di carni accanto”. Ora la mastico e rimastico con il pensiero in continuazione. Per questa frase e per le “parole ventose” più che per le raccomandazioni di Daniele, procurarmi i suoi libri a questo punto diventa un obbligo.

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