«Ci vuole coraggio persino…

a chiamare le cose con il loro nome»: una recensione (con brani del libro) a «L’ipocrisia dell’Occidente. Il califfo, il terrore e la storia» di Franco Cardini

di Beppe Pavan (*)

FrancoCardini-copertina

L’autore è uno storico e uno studioso dell’islam; per un anno – dal gennaio 2014 al gennaio 2015 – ha commentato settimanalmente notizie riguardanti i conflitti nel Vicino e nel Medio Oriente e ci mette così a disposizione un libro che ci aiuta a renderci consapevoli della complessità del mondo islamico, che la narrazione ufficiale nostrana tende ad appiattire sul paradigma “amici-nemici dell’Occidente”.

Lo schiaffo della madre

Era stato Domenico a ricordare, in una riunione del nostro gruppo dedicata alla genitorialità e alle nostre relazioni con figli e figlie, quella madre che prende pubblicamente a schiaffi il figlio che sta partecipando a una manifestazione violenta, negli Stati Uniti, e lo costringe a rientrare in casa. Dello schiaffo di un’altra madre scrive Cardini a pagina 12:

«Ed ecco che cosa è accaduto poche settimane fa in Iran. All’impiccagione dell’omicida di un giovane sono presenti i familiari della vittima. La loro presenza è indispensabile: spetta a uno di loro togliere il fatidico sgabello da sotto i piedi del condannato che ha già la corda al collo e farlo penzolare nel vuoto. (…)

Si fa avanti la madre dell’ucciso: che schiaffeggia l’assassino di suo figlio. E’ l’atto liberatorio, d’un antico sapore che gli antropologi ben conoscono. E’ la vendetta rituale, un gesto d’intenso significato simbolico che soddisfa la famiglia dell’ucciso in quanto costituisce il prezzo del sangue ch’essa accetta. Ora il ragazzo che si è macchiato dell’assassinio è libero: e ha trovato un’altra madre da ripagare con affetto filiale per la nuova vita che essa gli ha regalato».

Aiutiamoli a casa loro

«Va tenuto presente che oggi i Paesi musulmani sono spesso i più arretrati e i più poveri del mondo del benessere, eppure i più avanzati dell’universo della miseria e della fame: ciò fa di essi la cerniera di una popolazione del globo sempre più drammaticamente divisa tra l’opulenza e la crescente concentrazione della ricchezza da una parte, l’impoverimento di massa dall’altra. In una situazione di questo genere, il reclutamento di soggetti sconvolti dall’odio o abbrutiti dalla miseria e dall’ignoranza, e che sentono di non avere più nulla da perdere, diventa facile per i predicatori di odio e di violenza travestita da guerra santa nel nome di Dio.

Ma a un assalto di questo tipo si dovrebbe reagire, da parte del mondo più ricco, libero e colto, con le armi della lotta al malessere e alle sue cause profonde anziché con quelle della repressione e della rappresaglia. (…)

Noi continuiamo a considerare i valori delle conquiste della nostra civiltà come universali: e non vogliamo renderci conto del fatto che essi sono stati fondati proprio sull’ineguaglianza e sull’ingiustizia. (…) Può non piacere, ma la globalizzazione, oggi, ha portato in superficie questa contraddizione profonda; ha palesato che la nostra uguaglianza e il nostro benessere hanno poggiato per lunghi secoli sulla miseria delle genti degli altri continenti e sullo sfruttamento cui erano sottoposti. E tutto ancor oggi continua, in un mondo nel quale milioni di africani non possono saziare la loro sete e curarsi l’AIDS in quanto le nostre lobbies gestiscono a caro prezzo le risorse idriche e tengono alti i costi dei brevetti di fabbricazione dei medicinali.

Questa violenza non è meno sanguinosa, non è meno crudele di quella dei talibani: è solo meno visibile, meno plateale. Al punto che la consideriamo ‘naturale’» (pagg 112-113).

Va spezzata la spirale della vendetta

«Ma per spezzarla occorre da una parte andare alla radice degli eventi che l’hanno provocata e che stanno nella mancata e ancora lontanissima soluzione del problema israelo-palestinese (…), dall’altra che lo schieramento più forte dia l’esempio rinunziando per primo al tragico gioco delle provocazioni e delle rappresaglie (anche perché le prime vengono perpetrate apposta per ottenere le seconde, in un tragico circolo vizioso che si alimenta da se stesso). Questo arduo, diciamo pure coraggioso ed eroico dovere, oggi, spetta a Israele. (…)

Ci vuole coraggio a sospendere la vendetta: una scelta che sarebbe senza dubbio impopolare e magari, se fosse un politico a ordinarla, gli costerebbe un bel pacchetto di voti. E ci vuole coraggio perfino a chiamare le cose con il loro nome. Eppure, dovremmo provarci.

D’altra parte, bisogna continuare a confidare nel fatto che il coraggio, la fede, l’onestà possano essere più forti del fanatismo e della violenza, e che possano essere ricompensati» (pagg 115-116).

Chiamare le cose con il loro nome – coraggio – partire da sé – fare la prima mossa: sono pratiche che abbiamo imparato a fare nostre dalle donne del femminismo e che sperimentiamo utili e convenienti per una nuova civiltà delle relazioni. Franco Cardini le sta a sua volta diffondendo…

Franco Cardini, «L’ipocrisia dell’Occidente. Il califfo, il terrore e la storia»: Laterza 2015, pagg 145, € 16

(*) Questo testo è ripreso dalla rivista «Uomini in cammino».

Redazione
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2 commenti

  • GiorgIo Chelidonio

    E ‘ forse un omonimo di quello che, diversi anni fa, cito’ “il nostro bel fascismo toscano” ? Speriamolo..

    • Daniele Barbieri

      Credo invece che sia proprio lui (qualcuna/o mi correggerà se sbaglio). Mi risulta che Franco Cardini in gioventù sia stato molto attivo nella destra più estrema ma poi ha decisamente cambiato idea. Io non vorrei avere nemici ma se purtroppo accade – nel senso che “loro” comunque mi considerano tale – penso che ci siano due buone notizie: la prima è trovare nemici cretini; la seconda è che un nemico (meglio se intelligente) cambia idea.

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