Cile: la Corte d’Appello concede i domiciliari alla machi Francisca Linconao

Contro l’autorità spirituale dei mapuche prove false per testimoniare il suo coinvolgimento nella morte dei proprietari terrieri Werner Luchsinger e Vivianne Mackay. Si tratta di un piccolo passo in avanti, ma la strada per dimostrare la sua innocenza resta in salita

di David Lifodi (*)

 

 

Finalmente una buona notizia per la machi Francisca Linconao: pochi giorni fa la Corte d’appello cilena ha accolto il ricorso dei suoi legali e la donna, autorità spirituale dei mapuche, potrà attendere il processo ai domiciliari.

Tuttavia, la situazione ha rischiato di sfuggire di mano allo Stato cileno. L’ultimo sciopero della fame della machi avrebbe potuto esserle fatale, ma Francisca Linconao aveva deciso di percorrere questa strada, pur consapevole dei rischi per la sua salute, per dimostrare al mondo intero il livello di persecuzione dello Stato cileno nei suoi confronti e verso tutto il popolo mapuche. È stato solo allora che un gruppo di deputati di Nueva Mayoria, la coalizione di centrosinistra al governo in Cile, è andata a trovare la machi in ospedale, dopo che, colpevolmente, la stessa coalizione finora ha fatto ben poco affinché i diritti dei mapuche venissero tutelati. Ad esempio, in una delle numerose missive indirizzate alla presidenta Michelle Bachelet, Francisca Linconao, che pure l’aveva votata augurandosi un cambiamento delle politiche verso i mapuche, ha scritto: “Nessuna istituzione dello Stato cileno si è preoccupata di prendere in considerazione le mie richieste, né ha accolto le denunce relative al divieto di tornare nel mio territorio per svolgere la funzione di machi”. Sul caso della machi, accusata di aver provocato l’attacco incendiario che, nel gennaio 2013, provocò la morte dei proprietari terrieri Werner Luchsinger e Vivianne Mackay, pesa anche la forte pressione dell’oligarchia terriera. Francisca Lincoano si è sempre dichiarata innocente, al pari degli altri comuneros coinvolti, circa una decina, chiedendo di poter attendere il processo agli arresti domiciliari, ma, pur avendo raggiunto questo obiettivo, la strada per dimostrare la sua innocenza resta comunque in salita. “In Araucanía”, ha evidenziato il deputato indipendente ed ex leader studentesco Gabriel Boric, “esiste una versione molto diversa per quanto riguarda l’applicazione del diritto. Per i mapuche la presunzione di innocenza fin quando non vengono accertate le prove della colpevolezza non esiste”, come del resto accadeva fin dall’epoca della dittatura pinochettista, quando la Ley antiterrorista veniva applicata esclusivamente ai mapuche, con condanne pesantissime stabilite a priori e testimoni che si presentavano ai processi incappucciati.

Francisca Linconao ha denunciato in più di un’occasione la montagna di prove false fabbricate nei suoi confronti. In primo luogo, uno dei testimoni contro la machi, José Peralino, ha ammesso di aver dichiarato il falso sotto minacce e botte da parte della polizia. Quando la Commissione per i diritti umani della Camera dei deputati cileni ha chiesto di poterlo incontrare, ha ricevuto un netto rifiuto da quella stessa Corte d’appello di Temuco che del resto non si è espressa a favore dei domiciliari per la machi all’unanimità, ma con il voto contrario del giudice Luis Troncoso.  In secondo luogo, i nomi di altri testimoni non sono stati resi noti, proprio secondo l’odiosa Ley antiterrorista. Infine, la compagnia telefonica che avrebbe dovuto esaminare le chiamate telefoniche giunte dalla casa della machi poche ore prima dell’attacco incendiario, non è stata in grado di verificare di chi fossero quelle utenze telefoniche. Quindi ce n’è abbastanza per poter affermare che, contro Francisca Linconao, è in corso un vero processo politico supportato dal grande latifondo, a partire dalle famiglie Matte e Angelini. Signori dell’agrobusiness, i Matte possiedono almeno 700mila ettari di terra nel sud del Cile, mentre Angelini, tramite la Forestal Arauco, è proprietaria di oltre un milione di ettari, sempre nella stessa zona, dove si trova gran parte del territorio storico dei mapuche. Risolvere il conflitto tra latifondisti e mapuche dando ragione a quest’ultimi, come dovrebbe accadere secondo il diritto internazionale e la Convenzione 169 sui popoli indigeni sottoscritta anche dal Cile, al giorno d’oggi è pura utopia, nonostante la stessa Convenzione sancisca l’obbligatoria consultazione delle comunità sulle scelte che riguardano i loro territori. Del resto, già in un’occasione la Convenzione 169 ha dato ragione alla machi Linconao. È accaduto quando la machi riuscì a trascinare in tribunale la Sociedad Palermo Limitada per il taglio illegale di alberi nel fundo Palermo Chico, confinante con la sua comunità. Il taglio degli alberi era illegale poiché, secondo la machi, avveniva nel perimetro dove sorgevano tre sorgenti d’acqua, violando così l’articolo 5 della Ley de Bosques e lo spazio “Menokos”, ritenuto sacro per i mapuche poiché vi si trovavano piante e medicinali curativi utili a Francisca Linconao nelle sue funzioni curative. Era il 2008. Il conflitto tra la machi e i grandi proprietari terrieri è iniziato allora.

La battaglia per affermare i diritti mapuche di fronte ad uno Stato cileno che continua ad agire tramite repressione e discriminazione invece è ben lontana dall’essere vinta, ma i domiciliari alla machi rappresentano un piccolo successo, anche se la strada per dimostrare la sua innocenza rimane ancora molto difficile da percorrere.

(*) tratto da Peacelink – 14 gennaio 2017

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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