Colombia: i nodi irrisolti del processo di pace

di David Lifodi

“Se il governo non procede con la desparamilitarizacción del paese, difficilmente in Colombia ci saranno le condizioni per una pace stabile e duratura”: a dirlo Ivàn Velàzquez, ex magistrato ausiliare della Corte Suprema di Giustizia colombiana e attualmente impegnato a lavorare nella Comisión Internacional contra la Impunidad in Guatemala.

Nonostante da tre anni la guerriglia delle Farc e il governo siano seduti al tavolo della pace a L’Avana, ciò che a Palacio Nariño si sono guardati bene dal fare è stato imporre a centinaia di esponenti politici di tagliare i ponti con i paramilitari, i quali continuano ad agire indisturbati infiltrandosi all’interno dei municipi, uccidendo le persone per mantenere un clima di terrore generalizzato e godendo ancora di un certo appoggio tra le alte cariche dello stato. Non si tratta dell’unica contraddizione: di recente lo stato ha condannato a 18 anni di prigione uno dei principali leader indigeni, Feliciano Valenzuela. Anche questa sentenza rappresenta un atto di guerra, così come quella di condannare a pene tombali alcuni guerriglieri delle Farc durante i negoziati in corso. Il rischio di tutto ciò è che l’eventuale accordo di pace finirà per essere mutilato, poiché, se le parti violano gli accordi ancor prima di firmarli, difficilmente ci saranno le condizioni per una reale fine delle ostilità. Inoltre, sulla stessa giurisdizione speciale per la pace, punto su cui hanno convenuto stato e guerriglia, diversi aspetti risultano ancora poco chiari. In particolare, la Ley de Víctimas y Restitución de Tierras, varata nel 2011 per la ricostruzione della memoria delle vittime del conflitto colombiano, risulta anch’essa assai ambigua. Tra le principali mancanze, quella di riconoscere come vittime solo quelle del conflitto armato, ma non anche quelle che hanno sofferto la violenza sociale e politica che ancora sta vivendo il paese, ad esempio tramite la violazione dei diritti umani, il desplazamiento forzato delle comunità indigene e gli omicidi mirati nei confronti dei principali leader sociali. Un altro aspetto su cui gli accordi di pace non hanno ancora discusso riguarda anche i prigionieri politici: centinaia di esponenti delle organizzazioni popolari, campesinos, studenti e sindacalisti si trovano in carcere, vittime della persecuzione politica e dell’accanimento giudiziario dello stato colombiano. Secondo le organizzazioni umanitarie, attualmente in Colombia vi sono tra i 9500 e i 10000 prigionieri politici accusati di collaborare con la guerriglia, sostenere il terrorismo e altri reati simili. Tra i casi più clamorosi spiccano le detenzioni di Huber Ballesteros, esponente di Marcha Patriótica, d Marino Grueso, di Unión Patriótica e di alcuni studenti dell’Universidad Pedagógica Nacional e dell’Universidad Sur Colombiana. Tutto ciò mentre il paese sta vivendo una crisi carceraria mai accaduta prima, con le prigioni che scoppiano e delle condizioni igienico-sanitarie disastrose, come denuncia la Fundación Lazos de Dignidad. Gli accordi di pace rischiano quindi di tagliare fuori numerosi attori che sono stati vittime del conflitto sociale, politico e armato fin dalla sua nascita. Se in Colombia si firmerà un accordo di pace generico e poco chiaro è forte il rischio che si creino condizioni simili a quelle del Guatemala,  dove la spoliazione del paese e l’ingiustizia sociale sono proseguite tali e quali al periodo del conflitto armato, tra i massacri perpetrati ai danni delle comunità indigene, l’apertura del paese alle multinazionali minerarie e la criminalizzazione della protesta sociale. Per questi motivi, allo scopo di costruire una pace realmente stabile e duratura, le Farc hanno stilato un documento in cui indicano dei punti chiave, imprescindibili per la fine delle ostilità. La guerriglia propone un piano nazionale per la fine del conflitto e la riconciliazione del paese, il riconoscimento delle Farc come partito politico e la nascita di territorios especiales para la construcción de la paz (Tecp). E ancora: ridefinizione delle politiche di sicurezza dello stato colombiano affinché vengano smantellate le strutture militari di contrainsurgencia e gli squadroni paramilitari, ma soprattutto la garanzia che queste formazioni non rinascano dalle proprie ceneri su finanziamento diretto delle istituzioni. A questo proposito, è ancora nella mente di tutti il ricevimento dei paras in Parlamento da parte dell’ex presidente Uribe. Memori anche dello sterminio, nei primi anni ’80, degli esponenti di Unión Patriótica, le Farc chiedono adeguate garanzie di sicurezza sia per il loro movimento politico sia per la popolazione, ma a tutto ciò dovrà sovrintendere una Commissione che farà da garante agli accordi pace.

Per il momento, però, restano forti dubbi sulla volontà del governo di ammettere le proprie responsabilità nel conflitto e di interrompere criminalizzazione e persecuzione giudiziaria contro i movimenti sociali. Senza un reale processo di conciliazione nel paese ed un vero impegno di giustizia difficilmente potrà esserci una pace stabile e duratura.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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