Concrete utopie in Val Susa

recensione di Giuliano Spagnul a «Ora e sempre No Tav» di Roberta Chiroli

  Roberta Chiroli, studentessa d’antropologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, per fare la propria tesi1 sul No Tav, finisce «all’altro capo del mondo» nella Val di Susa. Altra finibusterre come quella indagata da Ernesto De Martino nella sua ricerca in terra di Salento oltre mezzo secolo fa. Lì i tarantati; qui, in questa lontana valle, gli agitati e irriducibili No Tav. Ma questa valle non è un posto in cui la terra finisce e ci si trova davanti alla grande distesa del mare, barriera naturale, un tempo foriera di pericoli per tutti, oggi soprattutto per i migranti non desiderati; la val di Susa invece è da sempre luogo di passaggio, di attraversamenti. E da luogo lo si vuole trasformare, a tutti i costi, in corridoio2. Da percorso denso di incontri ed esperienze a corridoio di transito il più celere possibile. La studentessa, aspirante antropologa, si è trovata così a fare un viaggio in un luogo che l’ha realmente trasportata “all’altro capo del mondo”, più propriamente un mondo altro (agli antipodi del suo e anche di quello a cui tutti noi siamo abituati nella nostra ordinaria esistenza quotidiana). Mondo in cui ha condiviso «la maggior parte del tempo con persone di età, provenienza e vissuti anche molto distanti dai miei in un contesto dove la condivisione della lotta al TAV facilitava il dialogo e cercava già le basi di un legame. Esperienze che possono apparire banali, come trascorrere intere serate, gite o pomeriggi con ultra sessantenni in una perfetta sintonia, sono state per me una novità inaspettata e mi hanno fatto riflettere su quanto, nella vita ordinaria avessi ben poche occasioni di confrontarmi con persone di quell’età» (pag 152). Esperienza che, come tutte le esperienze, ha un costo: il libro che ne è scaturito (dalla tesi di laurea) «è costato all’autrice una condanna in primo grado» come recita la fascetta in copertina3. Erri De Luca, che fa la prefazione, era già incappato nelle maglie della giustizia, riuscendo a cavarsela grazie alla vasta mobilitazione dell’opinione pubblica. Per la Chiroli, nonostante «la reazione nel mondo accademico» (pag15) – che generosamente esalta, nonostante sarebbe stata auspicabile una reazione ‘del’ mondo accademico – la sorte, almeno al primo grado, è segnata e due mesi di condanna inevitabilmente le sporcheranno l’immacolata fedina penale. Sorvegliare e punire: l’abbandono della “neutralità” per una «osservazione partecipante» costa una diminuzione del tasso di scientificità e una serie di limitazioni imposte al lavoro di ricerca «anche servendosi di strumenti giudiziari» (pag16). Ma probabilmente l’Università di Venezia è troppo impegnata a lanciare cappelli per aria in piazza San Marco per preoccuparsi seriamente di questo episodio troppo piccolo anche se fastidioso. E poi diciamocelo: una ricercatrice che confessa il proprio «essere stata ‘sedotta’ dalle istanze del movimento» (pag 35) quale credibilità può mai avere? Il suo posto – il posto dell’Università del Sapere – è dietro le istituzioni e non davanti, a fronteggiarle; nel luogo che le è riservato legalmente come «“embedded” al seguito delle operazioni militari» (pag 12) come ben specificato da Erri De Luca.

Entriamo dentro il lavoro della Chiroli che, proprio grazie alla sua deprecabile non neutralità, ci permette di evidenziare alcune problematiche importanti del movimento valsusino No Tav.

La prima è il suo carattere spiccatamente non essenzialista. La ricerca di un’identità collettiva da parte di quel movimento, tramite le lotte intraprese dai suoi attivisti (da quelli più militanti a quelli definibili più come simpatizzanti, per usare vecchie categorie anni settanta) che «si possono interpretare come lotte per il riconoscimento in cui l’obiettivo di costruire e affermare un’identità propria riveste un’importanza pari, se non maggiore, al conseguimento degli obiettivi materiali per cui i movimenti si costituiscono» (pag 153). Ma è una identità che per quanto inventata, come tutte le identità, non si basa su valori stabiliti “a priori” ma piuttosto su valori che si vanno a definire nell’azione diretta del conflitto. Una battaglia per sé e per gli altri in cui si matura la consapevolezza che «se cediamo noi davvero c’è il rischio che questi passino come dei carri armati, dei rulli compressori su tutti i diritti degli italiani, ed è per questo che molti, che non sono della Val di Susa vengono qua, non solo perché sono solidali, con noi ma perché sanno benissimo che aiutandoci in questa lotta, difendono i loro diritti a Pisa, Roma, Milano e via discorrendo!»4. Ed è da questa matrice in divenire che scaturisce il miracolo valsusino, non tanto quello di resistere da 25 anni (che comunque non è cosa da poco) quanto di essere riuscito a contrastare vittoriosamente una delle insidie peggiori, di carattere criminogeno, che il loro avversario (per comodità definitoria chiamiamolo Stato) ha messo in atto: la divisione tra i buoni e i cattivi. Quella tipica operazione di divisione che non solo tende a frantumare l’unità del movimento ma che molto più tragicamente porta di fatto alla deriva terroristica. L’esclusione dei Franti dalla classe dei bravi ragazzi Garrone, Precossi ecc. è fondamentale per la costruzione dello stigma della devianza. E chi detiene questo stigma non ha più ragioni nè modi per emanciparsene se non facendoselo suo fino in fondo, sino alle estreme conseguenze. Nel rifiuto valsusino di condannare le violenze dei presunti Black Bloc venuti da fuori sta il duplice grande merito di aver impedito la creazione di frange realmente terroristiche da una parte e dall’altra di aver imparato che i “cattivi” non sono necessariamente quelli che ne vestono i panni, perché può succedere che durante uno scontro con la polizia siano proprio loro a frapporsi tra i dimostranti “buoni” e le forze dell’ordine: «i ragazzi dell’Aska che si sono messi a protezione della polizia! (…) Questi dei centri sociali, gli anarchici che ci dicevano di fermarci, di non fare cazzate!» (pag 65).

La seconda problematizzazione importante che emerge da questo lavoro è, secondo me, l’idea che definisce il movimento in quanto tale. Cos’è un movimento moderno, da dove deriva, dove nasce e dove va. Affidandosi ad alcuni recenti studi americani ed europei la Chiroli riporta una tesi, che va ormai per la maggiore, in cui «i nuovi movimenti sociali si sviluppano all’interno della crisi della modernità, con lo sgretolarsi delle vecchie ideologie e il superamento della lotta di classe: rispetto alle teorizzazioni sui movimenti operai e di antagonismo degli anni Sessanta e Settanta, con i loro ideali rivoluzionari ormai disattesi, i movimenti sociali contemporanei si distanziano da quelle esperienze, in virtù di nuove configurazioni delle mobilitazioni, meno gerarchizzate e più variegate nella loro composizione sociale che mirano ad una maggiore partecipazione nel riformulare la priorità e i dettami politici dei governi» e più precisamente nei confronti del movimento No Tav: «gli attivisti non agiscono con lo scopo dichiarato di sovvertire l’ordine costituito: la protesta ha sicuramente radicalizzato l’opposizione nei confronti dello Stato ed è presente in alcuni settori, una retorica molto conflittuale, ma non mira a prenderne il comando con la lotta armata rivoluzionaria quanto piuttosto cerca di sottrargli potere e autorità per ritagliarsi maggiori spazi di autonomia» (pag 80). Quello che però poi risulta qui poco chiaro è il perché questi “nuovi movimenti” dovrebbero indirizzarsi a sinistra piuttosto che a destra, come sarebbe più naturale (e quel che succede in altri Paesi ce lo conferma in modo evidente). Una risposta che nel libro sembrerebbe emergere in modo indiretto è che il movimento valsusino ha alle spalle la resistenza partigiana, un retroterra storico a cui ispirarsi idealmente che supporterebbe la mancanza di una precisa ideologia. Probabilmente la mia è una lettura azzardata ben lontana dalle intenzioni dell’autrice, ma può servire a problematizzare una cosa ormai data troppo per scontata: la visione delle lotte degli anni Sessante e Settanta come l’ultima fase, un ultimo rigurgito, delle rivoluzioni novecentesche. In realtà io credo invece che sia proprio in quegli anni che si sia andato formando quel vero e proprio laboratorio sperimentale della rivolta senza il quale i movimenti odierni sarebbero impensabili. «Per la generazione degli anni sessanta emerge un tratto forte, un processo di “politicizzazione”, di cui occorre riconoscere il primato dei momenti simbolici, del vissuto esistenziale e della ricerca di forme espressive, un processo che va in questo senso distinto da quello più tipicamente militante (associazionismo giovanile, federazioni di partito) che è invece limitato a minoranze. Parlare di una nuova generazione politica non significa insomma identificarla con i comportamenti più militanti di gruppi, ma con un più generale sentimento di opposizione»5. Insomma, al di là degli slogan, della presunta carica rivoluzionaria dei partitini extraparlamentari di quegli anni siamo così sicuri che l’obiettivo fosse poi questa tanto decantata rivoluzione? Se c’è una continuità con quegli anni è più da vedere tra i “ragazzi dalle magliette a strisce” – di Genova 1960 – e gli odierni Black Bloc che tra le frange della Nuova Sinistra e le sinistre rivoluzionarie dei decenni precedenti. La fine del sogno resistenziale, che si consuma nell’immediato dopoguerra, segnerà una cesura irrevocabile: il ‘68/’77 parteciperanno di un nuovo sogno non più ascrivibile, tout court, alla rottura rivoluzionaria della presa del potere. I movimenti di oggi, nel bene e nel male, nella vittoria come nella sconfitta, parteciperanno delle istanze che si sono formate in quegli anni, perché è proprio lì che si sono sperimentate nella pratica tutte le utopie possibili, per arrivare poi a capire che se anche «vincessimo domani la gente tempo due giorni avrebbe voglia di ritrovarsi e trovare qualcos’altro da combattere!»6.

Nota 1: Roberta Chiroli, «Ora e sempre No Tav», Mimesis 2017

Nota 2: «”un passaggio lungo e stretto con la sola funzione di collegamento, ecco cos’è un corridoio! E casa mia sarebbe un corridoio?!” mi disse una volta una signora al presidio di Venaus» (pag 52).

Nota 3: del caso giudiziario ho già parlato in http://www.labottegadelbarbieri.org/wu-ming-1-molti-mondi-oltre-le-colline/

Nota 4: dall’intervento di Guido Fissore in una conferenza stampa del movimento (pag 113),

Nota 5: Attilio Mangano, «Capelloni e cinesi. I giovani negli anni sessanta» in C. Adagio, R. Cerrato, S. Urso, (a cura) «Il lungo decennio. L’Italia prima del 68», Cierre edizioni, Verona, 1999, pag 40.

Nota 6: Luca, Bruzolo, 30.8.2013 (pag 182).

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