Congo: il villaggio di Mbobero combatte contro…

… contro l’ex presidente Kabila, per sopravvivere.

di Teresina Caffi (*)

Gli sgomberi anarchici seguiti agli espropri illeciti di terreni che, dal gennaio 2016, hanno subito molte famiglie a Mbobero, vicino a Bukavu, nel Sud Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, hanno causato molti danni alla popolazione: povertà, mancanza di possibilità di scolarizzare i bambini, omicidi provocati da soldati al servizio della famiglia di Joseph Kabila. Questi atti restano ad oggi impuniti. Un anno fa, le undici famiglie rimaste nel recinto circondato da un imponente muro di pietre alto 5-6 metri fatto costruire da questa famiglia, furono violentemente sgomberate e le loro case saccheggiate, distrutte e tutti i loro averi, compreso gli animali domestici, depredati. Qual è la loro situazione attuale e quella delle altre vittime di Mbobero e quali sono le loro aspettative?

Che cosa è successo il 27 ottobre 2021 a Mbobero?
Joseph Zahinda, Presidente del Comitato delle Vittime
Quel giorno sono state compiute grandi ingiustizie: delle persone furono legate, maltrattate e le loro case distrutte, come pure i loro raccolti. Sono stati cacciati dalle loro case come cani. In seguito alle percosse ricevute, alcuni hanno dovuto farsi curare in ospedale, altri nei loro rifugi. Ed era la stagione delle piogge!

Matthieu Baguma Kameme, Portavoce del Comitato:
Quel giorno, alzandoci al mattino, abbiamo visto arrivare tanta gente, con tre camion della polizia accompagnati dai “Pomba solution”, banditi del quartiere Essence di Bukavu. Hanno legato, picchiato i membri delle famiglie che erano rimasti nel recinto costruito dal signor Kabila, hanno cacciato via tutti, saccheggiando e demolendo le loro case.

Perché hanno agito così?
Musharhamina Mutayongwa Mopap, Vicepresidente del Comitato:
In Congo si dice: «Chi ha pochi soldi viene maltrattato». Siamo stati maltrattati perché eravamo poveri ed eravamo vicini di casa di chi aveva soldi. Egli ha quindi voluto che il nostro diritto fosse il suo e si è impossessato dei nostri campi che sfamavano i nostri figli e permettevano loro di andare a scuola e a noi di curarci e di fare tutto nella nostra vita.

Chi ha deciso questa azione ha agito secondo il suo diritto?
Matthieu Baguma Kameme:
Per niente. Sapeva che in Congo la giustizia si vende. Ha voluto passare attraverso la giustizia, e questa giustizia non ha espresso il Diritto come doveva. Aveva sporto denuncia contro due famiglie leader che si trovavano nel recinto e i giudici gli avevano dato ragione per un caso e torto per l’altro. Malgrado avessimo presentato appello, l’attacco è avvenuto e anche la famiglia che aveva vinto è stata sgomberata e cacciata con la forza. Anche se avessimo accettato questo giudizio, se lui amava la Legge, non avrebbe potuto agire in questo modo, perché ci hanno attaccato come banditi, senza mostrarci alcun documento. Se amava la giustizia, avrebbe intrapreso a sua volta un’azione legale.

Karubandika, anche lei e la sua famiglia avete subito le violenze del 27 ottobre 2021: qual è la vostra situazione attuale?

Signor In seguito a questi eventi molto brutti, i nostri figli non vanno più a scuola e soffrono, delle persone sono ancora traumatizzate e colte da problemi cardiaci e conosciamo molti altri problemi. Hanno preso i nostri campi e hanno demolito le nostre case: non abbiamo un posto dove vivere, non abbiamo niente. Se solo i nostri figli potessero tornare a scuola! Ma siamo vivi e restiamo in piedi.

Avete ricevuto aiuto dagli altri abitanti di Mbobero o da altre persone?
Joseph Zahinda:
Altre vittime di espropriazioni ci hanno accolto, hanno sofferto con noi, ci hanno dato un posto dove dormire, condividendo con noi i pochi ortaggi che raccoglievano: quello che era consumato da cinque persone è stato condiviso fra dieci. Anche altri ci hanno mostrato la loro solidarietà. Che il Signore renda loro il centuplo.

Le sofferenze che avete vissuto quest’anno vi hanno scoraggiato?
Matthieu Baguma Kameme:
No, anzi ci hanno dato più coraggio per lottare e raggiungere il nostro obiettivo. Anche la sofferenza è una scuola. Continuiamo la nostra lotta, iniziata nel 2016, quando il signor Kabila, che era il Presidente del paese, ha iniziato a calpestare i nostri diritti. Li abbiamo rivendicati e oggi che non è più Presidente, continuiamo a rivendicarli. Fin ad ora cerca di imprigionarci, ma noi continuiamo. In tutto il Congo nessuno osa far braccio di ferro con lui, ma noi continuiamo e siamo pronti ad arrivare al sacrificio supremo per poter essere ristabiliti nei nostri diritti. Anche dopo la nostra morte, i nostri figli e i loro figli continueranno questa lotta che è una lotta di sofferenza e di tutta la nostra dignità di cittadini e di esseri umani.

Cosa vorrebbe dire al signor Kabila?
Joseph Zahinda:
Vorremmo dirgli di avere un cuore di padre, soprattutto perché è un ex Presidente, che avrebbe dovuto proteggerci e agire rettamente. Invece, non ha alcun documento sulle nostre terre: ci restituisca i nostri campi e che le nostre case siano ricostruite, perché è stato ingannato da gente ingiusta che lo circondava. Non taceremo mai: se moriamo oggi, i nostri figli continueranno a rivendicare il nostro diritto, fino alla fine del mondo. La terra è quella dei nostri antenati, non la lasceremo; le case che ci sono state sottratte sono state il frutto dei nostri sforzi, ci saranno ricostruite. Possa il Signore compiere la sua opera ed essere lodato.

Matthieu Baguma Kameme:
Il signor Kabila ci ascolti e capisca che è stato ingannato. Gli chiediamo di tornare al tavolo della riconciliazione: che lui, come nostro padre, si avvicini di nuovo a noi, come ha fatto a Goma, perché troviamo un compromesso e viviamo da vicini. Qualunque cosa faccia, non può vivere con un vicino con cui non va d’accordo. Che non segua più i consigli delle persone che lo hanno ingannato. I numerosi processi in corso non porteranno soluzione né a noi né alla coppia Kabila.

Cosa vorreste dire alle autorità del Paese?
Musharhamina Mutayongwa Mopap:
La carestia si è diffusa, i bambini non studiano più, non abbiamo soldi per curarci, i traumatismi con le malattie legate allo stress ci travolgono. Alcuni sono già morti. Che il Presidente Tshisekedi e le altre autorità del Paese ci aiutino a recuperare i nostri campi, perché possiamo coltivare, allevare e mandare i nostri figli a scuola e che le nostre case siano ricostruite, perché è il nostro diritto di cui ci hanno privato.

E cosa direste alle persone del mondo intero?
Musharhamina Mutayongwa Mopap:
Fratelli e sorelle in tutto il mondo, aiutateci, stiamo soffrendo. Ci mancano persino dei teloni per ripararci. Andiamo dal dottore e ci chiedono 200 dollari: non abbiamo campi, né bestiame, né bananeti, né lavoro: cosa possiamo fare? Il Signore ci aiuti anche, abbi pietà di noi; la società civile, le associazioni per i diritti umani, il mondo intero sostenga la nostra causa.

Joseph Zahinda:
Abbiamo aperto sette procedimenti legali, in due casi ci sono stati favorevoli, ma abbiamo difficoltà a reperire i documenti che attestano queste sentenze, nonostante abbiamo pagato i soldi richiesti. In qualità di presidente del Comitato vittime, non mi arrenderò mai e so che altri che stanno piangendo non dormiranno finché non recupereremo i nostri diritti. Che le persone in tutto il mondo facciano conoscere dall’est all’ovest la situazione delle persone di Mbobero, Mbiza e Murhundu, in modo che recuperiamo i nostri diritti. Se sentono bussare alla loro porta e trovano dei figli di Mbobero, che non dormano. Il Signore benedica quanti continuano ad accompagnarci.(*) ripreso da diogeneonline

ciuoti

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