Conti, Mejia, Morbidelli, Recami, Ruju, Tuzzi/Bon, Winslow, Xiaolong e due McBain

10 recensioni giallo-noir (e dintorni) di Valerio Calzolaio

Mindy Mejia

«L’ultima sera di Hattie Hoffman»

traduzione di Carla Palmieri

Einaudi

386 pagine, 19 euro

Pine Valley, Sud Minnesota. 12 aprile 2008. Dopo una recita scolastica in teatro, a tarda sera nel lontano granaio abbandonato una secca coltellata uccide una ragazza solare, poi il bel volto viene sfregiato. Henrietta Sue Hattie Hoffman, alta e snella, pelle abbronzata color miele, occhi sbarazzini e intelligenti, lunghi capelli castani, aveva compiuto 18 anni a gennaio. Amava recitare sia nel rapporto quotidiano con gli altri sia come prospettiva di vita professionale (ambiva diventare attrice e lavorare a Broadway). A fine agosto 2007 aveva iniziato l’ultimo anno di scuola, sempre andata benissimo. C’era un nuovo affascinante docente di Lettere, il 26enne Peter Lund, capelli scuri e occhiali quadrati, runner e vegetariano, appena trasferitosi da Minneapolis per seguire la moglie Mary che doveva prendersi cura della madre e della fattoria. Sia Hattie che Peter avevano un nickname in rete, HollyG e BookNerd, per caso loggavano entrambi su Pulse e si incrociarono in un forum, scoprendo di avere gli stessi gusti culturali e sociali, era cresciuta in autunno un’intensa travolgente relazione virtuale (anche sessuale). Sulla scena del crimine arriva il taciturno anziano sceriffo della contea Del Goodman, trent’anni di onorato servizio, veterano di guerra (lasciato dalla moglie appena tornato dal Vietnam), molto amico dei genitori di Hattie, alla quale era pure affezionatissimo. Trovano sul cadavere traccia di sperma, un rapporto consensuale. Sanno che la ragazza frequentava Tommy Kinakis, un solido sciocco giocatore di football del quale forse non era innamorata. Scoprono altro aspettando il test del DNA.

La giovane graziosa scrittrice Mindy Mejia (che nasce, lavora e vive in Minnesota) fa centro al secondo romanzo, 26 capitoli datati (da agosto 2007), in cui si alternano tre prime persone in un originale percorso narrativo: Hattie nei mesi precedenti il delitto tiene una particolare forma di diario (che si rivelerà decisiva), Peter racconta e confessa in parallelo la sua vicenda sentimentale durante il corso d’insegnamento e poi le indagini. Del resoconto giorno per giorno il caso (per una settimana) dalla scoperta del corpo alla complicata soluzione. Sappiamo che la ragazza è morta e siamo ansiosi per la tragedia incombente, capiamo che ognuno dei personaggi ha in testa vari possibili colpevoli e, soprattutto, che alla vittima è stato impedito di far godere molte persone della propria esistenza (nelle passioni e nei tormenti), chiunque l’avesse incontrata, lì e altrove (da cui il titolo inglese “Everything You Want Me to Be”). Belli e colti i dialoghi sia orali che internet. Molto c’entra Shakespeare ovviamente, e la maledizione notoriamente connessa alle rappresentazioni del “dramma scozzese”, il Macbeth. La protagonista delle prove e della recita era stata Hattie, la malvagia Lady, interpretazione sublime, l’ultima. Del resto, adorava pure i fratelli Coen, Non è un paese per vecchi, e detestava la musica country, Nashville compresa. Segnalo che al padre (non grasso) diagnosticano il prediabete. Ben innamorati, i due sgranocchiano cracker e formaggio sorseggiando Pinot Nero (da bicchieri di carta)!

 

Alessandro Morbidelli

«Storia nera di un naso rosso»

Todaro

160 pagine, 15 euro

Milano. Parecchi anni. Angelo Cantiani era un oncologo, lavorava con i bambini malati in un ospedale al nord della città, talvolta si travestiva da clown (Willy Pancione) per farli ridere un po’; sulla quarantina, atletico alto snello, talaltra si mostrava crudele e sbrigativo verso la morte (altrui). Una sera rimprovera un gruppo di giovani scapestrati, il 12enne Diego Lentini (uno di loro) il giorno dopo si suicida, sia il padre Remo che la mamma Anita vanno in depressione, non sanno di che e chi potersi vendicare, si lasciano. Silvia, la sua collega clown (Radicchio Ridarella) s’innamora (ricambiata) della madre rumena di un bambino agli ultimi giorni, Angelo le aiuta. Lui tradiva la moglie Serena con la bella feroce studentessa 22enne Valentina, che tirava su qualche soldo aiutando la grassa ritardata Paola a fare i compiti, scoprendo che la madre era sua professoressa al Politecnico, il padre colpito dal suo fascino e la ragazzina amica di Diego. Serena aveva lasciato definitivamente Angelo poco prima che la madre morisse di cancro allo stomaco, aveva reso loro la vita difficile ed era ricoverata nel suo ospedale, il giorno dopo il funerale si rivedono, la loro figlia Isabella crescerà senza che lui ne sappia niente. Settimane dopo Anita riceve la visita di Angelo, lei gestisce un negozio di acquari e pesci, le amiche Mariella e Dina non riescono a consolarla, tanto meno Alessandra, moglie di Vincenzo, carissimo amico del marito; con Angelo Anita ha una breve storia prima di tornarsene nella sua Belluno. Anni dopo Angelo non c’è più e Remo è un vecchio ubriacone fallito ed ex galeotto, vive nella mansarda sopra Vincenzo e Alessandra, che ancora non riescono ad aver figli.

L’architetto imprenditore Alessandro Morbidelli (Ancona, 1978) da anni si è costruito variegate esperienze e discrete prove di scrittore di genere, qui narra crudeli intrecci usando per tutti i protagonisti la prima persona al presente. Ben presto si intuisce che gli spezzoni di biografia sono diacronici, collocati in almeno due differenti contesti temporali, a oltre dieci anni di distanza l’uno dall’altro, ognuno con (spesso) inconsapevoli incastri dei personaggi. Il primo a parlare è l’unico maschio, le successive sono cinque donne; una successiva compagna (cercata per il rimorso o altro più cattivo movente), la collega lesbica, la giovane amante, la ex moglie, una loro conoscente; l’ultima, ormai desiderosa solo di diventare madre, lucidamente freddamente. La fluidità della storia ne risente un poco, l’intreccio criminogeno è evocato, denso comunque di colpi di scena volutamente senza regia, descritti in modo chiaro ed efficace. Il trio Sgranocchio (Pamela, Pipolo Pallino, è la terza) usa sul naso una pallina rossa per darsi un’aria buffa da pagliacci, una pallina di speranza alla quale sono tutti in vario modo affezionati (da qui il titolo e la copertina). Segnalo che Darwin non sosteneva che i più deboli sono i meno adatti e falliscono. Ogni protagonista ha i suoi gusti musicali: Lou Reed, Leonard Cohen, Red Hot Chili Peppers e via ascoltando. Vino generico fino al Valtellina Superiore Inferno di una cena speciale. Postfazione di Barbara Garlaschelli per un’ottima collana gialla a lungo curata e diretta dalla compianta Tecla Dozio.

 

Hans Tuzzi

«Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore»

Bollati Boringhieri

168 pagine, 14 euro

Lezioni di scrittura creativa a Radio Popolare, qualche tempo fa. Il saggista e consulente editoriale Adriano Bon (Milano, 1952) è un affermato scrittore grazie allo pseudonimo Hans Tuzzi, soprattutto per le tante avventure del commissario Melis. Sa di libri e storie, di personaggi e generi, ce ne insegna molto, se ne autocompiace in “Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore”. Bisogna saper leggere (con attenzione alla “formazione” tra i 13 e i 20 anni), ma non basta: la scrittura non è scienza esatta, dipende dall’incipit che aggancia, da struttura stile trama ritmo che reinterpretano e ristrutturano la realtà: evocare e non enunciare, suggerire senza declamare, non sentenziare, accennare a sentimenti rifuggendo il sentimentalismo, muoversi nelle terre di nessuno fra i generi. Il giallo nasce con Poe ed è spesso un’ utile gabbia, ogni vero scrittore non si limita a regole e convenzioni. Ricchi con personalità i riferimenti bibliografici e gli indici di nomi e opere.

 

Ed McBain

«Odio gli sbirri»

traduzione di Andreina Negretti

Einaudi

240 pagine per 14,50 euro

Isola. Estate 1956. Qualcuno uccide il buon poliziotto Mike Reardon, per strada di notte mentre va a prendere servizio all’87° Distretto. Arrivano sul posto i suoi due colleghi, Stephen Steve Carella (alto e snello, spalle larghe e fianchi stretti, corti capelli castani, occhi a mandorla) e Bush (proprio così). Moriranno poi altri due poliziotti, pur non risultando connessioni personali fra i tre. Rischia la vita della fidanzata sordomuta Theodora Teddy Franklin ma alla fine Carella risolve il caso e il 19 agosto si sposano. “Odio gli sbirri” di Ed McBain (Evan Hunter, 1926-2005) è una pietra miliare dell’intera storia globale del romanzo giallo, l’autore uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, questo il primo di una meravigliosa serie di 55 che terminerà solo con la sua morte, qui nuovo titolo (richiama l’originale) e stessa traduzione di precedenti edizioni, con prefazione di De Giovanni. Quante volte lo avremo riletto, Maurizio? Noi continuiamo, voi iniziate!

 

Ed McBain

«Fino alla morte»

traduzione di Andreina Negretti

Einaudi

214 pagine per 14,50 euro

L’Isola della Città. Estate 1959. Teddy Carella è incinta. Sono prossimi sia il parto che il matrimonio della sorella Angela. Però il futuro sposo Tommy Giordano viene minacciato di morte e gli arriva pure una scatola con una vedova nera. Sarà Steve, detective dell’87° Distretto, a doversene occupare, in mezzo ai preparativi per le cerimonie e alle emozioni per l’imminente paternità. Einaudi ha saggiamente deciso di ripubblicare Ed McBain, che, nato Salvatore Albert Lombino, si chiamò Evan Hunter (New York, 1926-Weston, 2005) e scelse quello pseudonimo per le serie dei gialli conosciuti in tutto il mondo. Verranno pubblicati due romanzi per ogni decennio di attività, iniziò con tre romanzi nel 1956, questa è la nona avventura del 1959, “Fino alla morte”, titolo nuovo (più simile all’americano), stessa traduzione di precedenti edizioni, cura e ottima prefazione di Maurizio De Giovanni. Isola è Manhattan (ruotata di 90 gradi), La Città è New York, protagonista la squadra. Imperdibile.

 

Stefano Conti

«Io sono l’imperatore»

Affinità elettive

252 pagine, 14 euro

Ankara, Roma e dintorni. Estate 2010. Francesco Speri è impiegato di banca, fissato per l’ultimo imperatore pagano, Flavio Claudio Giuliano, detto l’Apostata per l’abbandono del cristianesimo, morto il 26 giugno 363 d. C. in guerra con i persiani. Aveva lavorato all’università e scritto vari saggi su di lui, sotto la direzione del professor Barbarino che presiedeva scavi archeologici a Tarso. Lo avvisano della sua morte, parte per recuperare la salma. Lo bloccano all’arrivo, aiutato da un’interprete 35enne, piccola e dai lunghi capelli biondi, Chiara Rigoni, figlia di italiani, nata e vissuta in Turchia. La vicenda s’intorbida: non è che hanno scoperto la tomba dell’imperatore? e trafugato i resti, rubato i gioielli? Si trova coinvolto nell’incredibile: codici cifrati, sette neopagane, furti d’arte. Stefano Conti (Ancona, 1970) ha molto studiato e insegnato storia romana. Con “Io sono l’imperatore” si diletta con gusto in un giallo “archeologico”, perlopiù in prima sul protagonista.

 

Francesco Recami

«Sei storie della casa di ringhiera»

Sellerio

288 pagine, 14 euro

Milano. Una casa di ringhiera in zona via Porpora, Casoretto-Re Raul (non lontano da Lambrate). Questi edifici sono tipiche case popolari diffuse nei distretti operai del Nord, qualcuna ce n’è a Roma, nessuna a Firenze. A pianta rettangolare, ormai non hanno più spazi comuni pur mantenendo gli ingressi sui ballatoi (visibili a tutti) e dunque facilitando scene di teatro di condominio. Francesco Recami (Firenze, 1956) ha scritto sei deliziosi romanzi (2011-2016) di una serie ambientata in quel contesto. Come già per altri autori della casa editrice, Sellerio raccoglie ora in “Sei storie della casa di ringhiera” altrettanti racconti pubblicati fra il 2011 e il 2014 nelle raccolte a tema (Natale, Capodanno, Ferragosto, regali di Natale, Carnevale, vacanze) con prefazione originale dello stesso Recami.

 

Don Winslow

«Corruzione»

traduzione di Alfredo Colitto

Einaudi

546 pagine, 21 euro

New York. Luglio 2015-luglio 2016. Il 4 luglio, festa dell’Indipendenza, i 4 poliziotti della principale squadra della Manhattan Special Task Force (detta Da Force) fanno irruzione in un magazzino di eroina nera messicana (ce ne sono 70 chili, valore al dettaglio cinquanta milioni) al secondo piano di un palazzo di Harlem gestito dal boss dominicano Diego Peña, che controlla buona parte della distribuzione nell’intera città. Sono Dennis Danny John Malone, il suo miglior amico Phil Russo (italiano dai capelli rossi e dal gusto fino), il geniale omaccione nero William Montague Big Monty, il bel fricchettone Billy O’Neill, armati e fatti fino ai denti. Si feriscono in tanti, muoiono due sicari insieme a Billy O e Peña, per evitare di uccidere cani il primo, per una vera e propria esecuzione il secondo. Il Natale successivo circola in molti ambienti la storia che i tre amici superstiti si siano tenuti molta droga e tutti i contanti trovati. È vero. Funziona così, è il sistema anche dei bravi poliziotti per sopravvivere alla strada. Del resto, se i dominicani subiscono un colpo se ne avvantaggia un altro criminale, nel caso di Manhattan North il crudele pusher di droga (e non solo) DeVon Carter, pur se il giorno della Vigilia gli arrestano il potente spacciatore Fat Teddy per poi stringere un patto losco anche con lui in vista di un grosso traffico di armi da bloccare. A Pasqua il capitano Sykes aggiunge un nuovo quarto uomo alla squadra, il giovane Dave Levin, bisognerà svezzarlo mentre clan e gang si fanno sanguinosa guerra, quasi come gli uffici del sindaco e del capo della polizia. All’inizio del luglio successivo il sergente Malone, 38 anni di vita e 18 di lavoro, 1,87 di muscoli e tatuaggi, capelli corti e occhi azzurri, ateo e arrogante, si trova in galera, incastrato e ricattato un po’ da tutte le parti in causa.

Un altro capolavoro di Don Winslow (New York, 1953) che torna alla costa est dei primi romanzi dopo la lunga fase nell’epica California delle pattuglie del surf e dei cartelli del narcotraffico. Il titolo americano è “The Force”, unità d’élite (con i propri rituali) vista male da Narcotici Omicidi Antigang, una piccola minoranza dura e coraggiosa (fatta apposta per Harlem) dei circa trentottomila agenti cittadini, 54 tra detective veterani, agenti sotto copertura, anticrimine e in divisa. Come al solito, prima di scrivere ha raccolto artigianalmente migliaia di documenti, rapporti, testimonianze e notizie, che riprende incidentalmente con stile e ritmo eccelsi, impasto di alta letteratura. Il consumo di massa di droghe, oppio e antidolorifici è sotto gli occhi di tutti. La narrazione è in terza fissa sul re poliziotto della parte settentrionale dell’isola, Malone, eroe infame. Tante altre figure (cattivi e molto cattivi, politici e immobiliaristi, avvocati e giudici, informatori e parenti) e tutte le complesse relazioni sono stupendamente descritte nella loro evoluzione, ma i pensieri e la prospettiva su persone ed eventi sono solo i suoi, anche quando (sempre più) ciò che accade sfugge alla sua regia. È cresciuto nel ghetto operaio di Staten Island e ama la polizia; rimasto senza padre (irlandese, anche lui poliziotto, un infarto) a otto anni, senza il fratello maggiore Liam (pompiere) con l’11 settembre e senza madre poco dopo; trasferitosi a Manhattan dopo la separazione dalla moglie Sheila e dagli amati figli, il più grande John (11 anni) e Caitlin (capelli rossi e occhi verdi materni) pur restando legato a loro e al quartiere (tifoso dei Rangers); ha respirato corruzione fin da quando ha ricevuto il distintivo, protetto dai club e dalle mafie italo-irlandesi; è innamorato dell’infermiera afroamericana Claudette in via di precaria disintossicazione; odioso verso i parassiti preti e chi se la prende coi bambini; sempre allenato con sacco e jogging, spesso pieno di dexedrine da cinque milligrammi e Jameson liscio, invaghito dei testi delle canzoni hip-hop. Ha denaro in contanti, investimenti, conti correnti, tutto ben nascosto dove i federali non arriveranno mai a ficcare il naso. Il titolo italiano si concentra appunto sul funzionamento ordinariamente avariato della giustizia (il circolo vizioso degli interessi e dei favori, inevitabilmente criminali) in cui tutti gli attori si usano, compreso Malone che solo così riesce a far “bene” il suo mestiere (prevenire e ridurre e colpire la criminalità), a farsi carico delle famiglie dei colleghi (pure dopo morti), a eliminare le interferenze, a essere rispettato o temuto: se il mondo giocasse lealmente, anche lui giocherebbe lealmente.

 

Qiu Xiaolong

«Il poliziotto di Shanghai»

traduzione di Fabio Zucchella

Marsilio

238 pagine, 18 euro

Shanghai. 1953-1989. Qiu Xialong è vissuto in Cina fin quasi ai drammatici eventi di Piazza Tienanmen, poi è rimasto a studiare-insegnare grandi poeti e letteratura negli Usa e ha iniziato a scrivere ottimi gialli, pubblicando in inglese già nove romanzi con protagonista Chen Cao, prima un promettente funzionario di polizia, poi ispettore capo a Shanghai negli anni novanta e duemila, quello che sarebbe forse potuto essere l’autore stesso se fosse rimasto, un parallelo “impossibile” come altri aspetti delle reciproche biografie. Chen è figlio unico, ha un padre professore neoconfuciano etichettato come mostro “nero” durante la Rivoluzione Culturale (e morto per indigenza), madre docente alle medie e sofferente di epatite, pure lui ha studiato all’università di Pechino laureandosi alla facoltà di lingue straniere, si è visto assegnare dallo Stato un lavoro di polizia in seguito a una concatenazione di circostanze: massimo dei voti, intervento del padre di una bibliotecaria amica, esigenza di tradurre un manuale americano di procedura penale. Magro e riflessivo, vive con la madre in un solaio, gli assegnano un tavolino traballante nella sala lettura, conosce dinamiche e uffici, si trova a dare un brillante contributo in un caso delicato della squadra omicidi, nel quale usa sia il tesserino dell’Associazione scrittori che competenze da gourmet. Un anziano curato e benestante è stato ucciso di notte con un colpo in testa lontano dalla minuscola abitazione in vicolo della Polvere Rossa, non sanno nemmeno il nome, nessuno ha denunciato scomparse. Chen riesce a capire chi era grazie a quel che aveva mangiato, infine smaschera il colpevole.

Qiu Xiaolong (Shanghai, 1953) ha vissuto disastri e squallori del “maoismo” sulla pelle delle proprie famiglia, infanzia e adolescenza. Prima del 1949 il padre aveva diretto una piccola fabbrica di profumi, era un “capitalista”. A metà degli anni cinquanta l’azienda non gli apparteneva più, iniziò a lavorare come operaio ma dall’inizio della Rivoluzione Culturale fu sottoposto a critiche di massa per il passato, a sevizie e vessazioni, a denunce e confessioni, al distacco e all’operazione della retina. La moglie e i tre fratelli pagarono il prezzo di povertà e disprezzo, là nel vicolo della Polvere Rossa: la madre soffrì ben presto di esaurimento nervoso, il fratello maggiore Xiaowei era praticamente paralizzato, la sorella Xiaohong era la più piccola (vive ancora a Shanghai), toccò a Xiaolong già in prima media farsi carico della situazione, scrivendo fra l’altro dichiarazioni di colpevolezza. Lo racconta nel 2016 in “Becoming Inspector Chen”, un volume splendido di diversi generi letterari, appena tradotto, “Il poliziotto di Shanghai. Come fu che Chen Cao divenne ispettore”. Il racconto giallo che spiega l’esordio del futuro poliziotto è il testo lungo e centrale, con lo stile dei famosi romanzi (e le relative frustrazioni sessuali). Prima e dopo c’è di tutto, con raffinate varianze: spezzoni autobiografici in prima persona (come e perché Xiaolong si è trasferito negli Usa, ha inventato alcuni suoi personaggi cartacei reinterpretando amici e conoscenze, ha scelto un genere di cui era appassionato già in patria), la poesia che scrisse dopo il giro di vite contro il movimento studentesco (in parte già pubblicata come opera di Chen nel primo romanzo), altri racconti del vicolo (in continuità con le due splendide raccolte già uscite intitolate a quel luogo dove crebbe) e altre storie connesse a lui e a Chen. Il tutto con citazioni di ancor più componimenti e strofe, proverbi e detti. E tante ricette autoctone e tour gastronomici. In copertina la bella mitica Ling con il walkman davanti alle scansie di libri. Da non perdere.

 

Pasquale Ruju

«Nero di mare»

Edizioni e/o

206 pagine, 16 euro

Sardegna. Estate. Francesco Livio Zannargiu, in arte Franco Zanna, è originario di Raulei in provincia di Nuoro. Prese il massimo dei voti alla maturità classica nel capoluogo; iniziò Giurisprudenza a Torino, arrivando quasi alla laurea con una media altissima; ben presto si avvicinò ad ambienti anarchici e gruppi extraparlamentari, partecipando a movimenti, resistenze, disordini; con la Canon di seconda mano intraprese il mestiere di fotografo e cronista investigativo. Un giorno di fine anni novanta il suo reportage su una mazzetta finì addirittura in prima pagina; il giorno dopo scomparve, lasciando casa, lavoro e la fidanzata Carla (incinta). Lo ritroviamo diciassette anni dopo sull’isola nativa, sempre ai margini e in bolletta, solitario, alcolista, attaccabrighe, discreto cuoco, paparazzo; si mantiene lavorando per il gossip e avvistando furbamente coppie clandestine e celebrità di passaggio. Vive a Porto Sabore e scatta in Costa Smeralda. Incappa in Remo Girardi, noto opinionista televisivo, con la bellissima (amante) Lena Meier, una escort rossa e slanciata che ha lasciato la Svizzera e vive (benino) in Sardegna. Per un incidente non può usare le foto; Irene, la direttrice dell’agenzia pettegola di Olbia è arrabbiata con lui, un tempo si dilettavano a letto insieme oltre che sul lavoro. Poi però Lena lo contatta, ha paura per un incontro allargato che Remo gli ha procurato, ci va e scompare. Pessimi elementi vanno da Franco a dargli una dolorosa lezione proprio quando arriva a trovarlo per un mese la figlia Valentina (riuscita l’anno prima a trovarne orme su internet), stessi capelli neri e occhi screziati di verde della madre. Per salvarla chiede aiuto al parente (cugino del padre) latitante in montagna, “zio” Gonario, ottima persona. E si butta a corpo (quasi) morto sulle tracce di Lena.

L’architetto doppiatore fumettista sceneggiatore (fra l’altro di Dylan Dog) Pasquale Ruju (Nuoro, 1962) opera al Nord e resta ancorato ai luoghi belli della natia isola, non solo il mare dell’arcipelago a nord-est, anche Gennargentu e Barbagia, vien proprio voglia di tornarci. Dopo un ottimo esordio, col secondo romanzo narra in prima persona una storia nera, il Nero dove ci si tuffa per perdersi o ritrovarsi (da cui il titolo ma non la sfumata copertina), hard-boiled rispetto ai noiosissimi romanzi gialli che il protagonista talvolta legge. Franco si trova d’improvviso catapultato in una drammatica avventura di rimpianti e ricatti, d’amore e di riscatto, segnato dall’amore per l’adorabile figlia. Ben delineati tutti i personaggi del passato e del presente (soprattutto i vip e lo zio brigante antico e moderno), brevi tratti chiari e netti (e molti muoiono, a riprova della maestria del genere), in azioni aspre e asciutte stile Carlotto, conferma di una collezione tutta di grande qualità, Sabot/age, giunta ormai a ben 25 titoli di autori italiani. Attenzione al livello di insulina nel sangue del bravo commissario capo della questura Mario Ventura. E a quello di alcol nel corpo di Franco: rum, mirto, whisky, vino. Quando è brilla e gaudente Irene canta Vasco e si confessa sul sesso: “La verità è che mi piaceva troppo. Troppo. E non va bene. Ne avevo sempre voglia, perché… tu e io…”.

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