Il boia di Stato ha ucciso Edmund Zagorski

Il nuovo numero del «Foglio di collegamento» del Comitato Paul Rougeau contro la pena di morte

COSÌ SCRIVE UN TESTIMONE DELL’ELETTRO-ESECUZIONE DI EDMUND ZAGORSKI

Riportiamo pressoché integralmente – in una nostra traduzione – il resoconto dell’esecuzione sulla sedia elettrica di Edmund Zagorski scritto dal giornalista Jason Lamb, uno dei 5 esponenti dei media ammessi ad assistere all’esecuzione portata a termine in Tennessee il 1° novembre scorso. (*)

“Si balli il rock.” Queste sono state le ultime parole pronunciate Edmund Zagorski legato sulla sedia elettrica, lo strumento di morte che la Corte Suprema degli Stati Uniti, alcuni minuti prima, aveva definitivamente consentito allo stato di usare.

È stato uno dei momenti più surreali della mia vita quando l’ho sentito dire queste parole. Lui è scoppiato in una risata ed ha alzato le sopracciglia mentre guardava verso di noi attraverso la finestra dei testimoni. Indossava una maglia gialla e pantaloni bianchi con una larga striscia scura sul lato su cui si leggeva la scritta TN DEPARTMENT OF CORRECTION (Dipartimento delle carceri del Tennessee).

Sapevano tutti quello che stava per accadere: un tipo di esecuzione portata a termine dallo stato che non si verificava dal 2007, e che non è avvenuta più negli Stati Uniti dopo il 2013. Erano le 7:13’ di sera.

La mia giornata presso il carcere di massima sicurezza Riverbend era cominciata diverse ore prima. Sapevo da settimane che sarei stato uno dei 5 testimoni dei media ammessi dallo stato. Avevo fatto richiesta a settembre – seguendo il procedimento previsto dal Dipartimento di Correzione del Tennessee – di assistere a quella che ritenevo fosse un’esecuzione tramite iniezione letale e la mia richiesta era stata accettata circa una settimana più tardi.

Ma poi si era verificato un brusco cambiamento: in seguito alla controversia riguardo all’uso delle tre sostanze letali previste nel protocollo di esecuzione del Tennessee, Zagorski aveva chiesto di essere messo a morte con la sedia elettrica.

Era stato condannato nel 1984 per aver ucciso e tagliato la gola di tali John Dale Dotson e Jimmy Porter, per la vendita di droga adulterata, e dal momento che la sentenza di morte era stata pronunciata prima del 1999, egli aveva il diritto di scegliere come morire.

Dopo aver trasmesso in diretta per il notiziario delle 16, entrai dalla porta principale nel carcere Riverbend insieme agli altri testimoni della stampa e a Neysa Taylor, responsabile del carcere per le comunicazioni. Siamo passati attraverso dei metal detector ed altri dispositivi di sicurezza. Poco dopo vidi Tony Mays, il direttore della prigione di Riverbend che avrebbe dato entro meno di due ore l’ordine di mandare elettricità a 1750 volt attraverso il corpo di Edmund Zagorski eseguendo una sentenza emessa da 12 giurati 30 anni prima.

Fu in quel momento che ci dettero una grande busta di plastica con una zip contenente un blocco di carta bianca a righe e 2 matite ben temperate. Queste sarebbero state le uniche cose da adoperare per prendere appunti durante l’esecuzione di Zagorski. Non erano ammessi cellulari, e neanche orologi.

Condotti fuori dell’edificio principale attraverso un corridoio esterno, compreso tra due cancelli chiusi da catene con lucchetti, giungemmo infine alla nostra prima fermata della sera attraverso una porta con su scritto “Stanza della Commissione per il rilascio sulla parola”: è la stanza in cui ogni tanto tale Commissione si riunisce per decidere se un detenuto può essere liberato sulla parola. Gli alti 4 testimoni, Neysa Taylor e un’altra guardia si sedettero ad una grande tavola di legno circondata da dieci sedie rosse da ufficio.

La stanza illuminata da forti lampade fluorescenti e con il muro bianco ci avrebbe ospitato per circa un’ora. Notai una scatola rossa simile ad un pulsante anti incendio, solo che su di essa campeggiava la scritta PANICO. “Ha senso”, pensai, in una prigione che ospita i più violenti criminali dello stato. Il nostro gruppo parlò delle cose più varie durante l’ora di attesa: il lavoro, i nostri podcast favoriti. Non parlammo però molto di ciò per cui eravamo lì, al di là della constatazione che nessuno di noi fino ad allora aveva ancora presenziato ad un’esecuzione; quella volta sarebbe stata la prima per tutti noi.

Ad un certo punto ci portarono acqua in bottiglia. Chiedemmo due volte che ora fosse. 6 e 14′. 6 e 41′. Sapevamo che la Corte Suprema degli Stati Uniti poteva ancora disporre una sospensione dell’esecuzione. Ma nessuno di noi poteva sapere qualcosa in merito, dal momento che ci avevano privato dei cellulari. Il nostro unico indizio fu ciò che accadde dopo.

Poco prima delle 7 di sera ci fu detto che era arrivato il momento di passare nella stanza accanto.

Ci condussero fuori della stanza in cui eravamo stati tenuti, facendoci passare per quella che appariva un’area comune frequentata dai detenuti di giorno. Passai davanti ad un cartello che diceva “gabinetto per i detenuti”. La nostra guida ci condusse, attraverso una doppia fila di porte serrate, nella stanza dalla quale avremmo assistito all’esecuzione.

Pensavo di sapere come fosse questa stanza (appariva nei video conservati nell’archivio del mio giornale, video che avevo trasmesso nei miei servizi su Zagorski nelle settimane precedenti) ma mi sorprese la piccolezza di tale stanza nel momento in cui vi entrai. Ad occhio e croce era larga a malapena 2 metri e mezzo e conteneva 15 sedie rosse disposte in 3 file di 5. Mi sedetti in prima fila e guardai verso una serie di 4 finestre rettangolari – probabilmente in tutto larghe 2 metri e alte 1 metro che si trovavano mezzo metro davanti a me. Una grande tenda che impediva la vista era calata davanti alle finestre. A sinistra delle finestre c’era una porta carceraria da cui si entrava nella camera dell’esecuzione. A quel punto la nostra scorta spense le luci ma lasciò entrare dalla porta un po’ di luce che mi consentiva di prendere appunti. Una fessura larga un centimetro al sommo della porta carceraria contribuiva a darmi luce e mi permetteva di sentire ciò che avveniva nella camera di esecuzione.

Alla mia sinistra vidi un telefono d’ufficio istallato sul muro. Era il telefono che l’avvocatessa di Zagorski avrebbe potuto usare per contattare le corti e altre autorità prima e durante l’esecuzione. Sullo schermo a cristalli liquidi del telefono c’erano due bottoni preprogrammati con le scritte “Death Watch Group” (gruppo che controlla il condannato in prossimità dell’esecuzione) e “Central Control Emergency” (controllo centrale d’emergenza). Più utile per i testimoni dei media in questo momento era il timestamp (che fornisce la data e l’ora al secondo) visualizzato nell’angolo superiore sinistro dello schermo: 7:00’ PM. Avremmo usato le informazioni fornite da questo dispositivo per annotare i tempi in cui si verificarono i successivi eventi.

Alle 7:05’ indicate da quell’orologio, sentii delle porte sbattere a distanza, poi un tonfo che sembrava provenire dalla stanza dell’esecuzione. Successivamente il rumore dell’apertura di una porta. Poi un rumore d’acqua che scorreva in un rubinetto o in una tubatura. Altre porte che si chiudevano.

Alle 7:06’ sentimmo altre porte che si aprirono. Un uomo entrò nella stanza dei testimoni e sedette dietro a noi (ho saputo in seguito che si trattava di un rappresentante dell’ufficio del Procuratore Generale). Ci furono altri rumori: sembravano rumori di manette e catene – la tenda era ancora chiusa.

Alle 7:07’ sentii un rumore che presumo fosse di manette messe o tolte. Per tutto questo tempo non sentii alcuna voce provenire dalla camera dell’esecuzione, sentii invece il rumore delle matite dei cinque rappresentanti dei media che febbrilmente grattavano la carta.

Alle 7:10’ percepii un vociare indistinto. Parlarono per 2 secondi, ma non capii che cosa dicevano. Sentii chiudere la porta all’interno della camera dell’esecuzione. Altri mormorii, poi un altro rumore di porta.

Alle 7:12’ sentimmo qualcosa. Sembrava che stessero provando i microfoni nella camera di esecuzione. L’avvocatessa di Zagorski, Kelley Henry, che dei preparativi aveva visto più di noi, occupò la sedia alla mia destra.

“Prova del suono,” sentii dagli altoparlanti posti in alto.

“Forte e chiaro”, disse la poliziotta che stava nella nostra stanza comunicando attraverso la sua radio.

“Visitatori al loro posto,” sentii.

Poi, alle 7:13’, accadde.

Le tende nella camera dell’esecuzione furono alzate e lui era là dentro.

Edmund Zagorski era legato alla sedia elettrica. Aveva un aspetto diverso da quello mostrato dalle foto segnaletiche. La sua testa e la sua faccia erano state completamente rasate in ottemperanza del protocollo del TDOC (Dipartimento di Correzione del Tennessee). Notai ciò che faceva con la faccia.

“Ha ghignato”, scrissi sul mio taccuino. “Ha annuito con la testa.”

Notai che alzò le sopracciglia mentre guardò attraverso la finestra nella stanza dei testimoni. Ci sta guadando? Sta guardando me? Non c’erano più di 6 metri tra noi.

Allora parlò Tony Mays, il direttore del carcere di Riverbend, vestito in maniera impeccabile.

“Signor Zagorski, ha una dichiarazione finale da fare?”

Arrivò la risposta che ricorderò per tutta la vita: “Si balli il rock.”

Conoscevo le fasi successive della procedura, descritte nelle 88 pagine del manuale del TDOC riguardante le esecuzioni sulla sedia elettrica ma, di nuovo, le cose sono apparse diversamente vedendole di persona. Gli addetti all’esecuzione cominciarono col porre sulla sua testa una grande spugna naturale giallo scura imbevuta di una soluzione di cloruro di sodio (penso per condurre meglio l’elettricità) prima di piazzarvi il casco: un cappello di cuoio ricoperto da una lamina di rame connesso con un cavo ad una sorgente di elettricità. Il casco fu assicurato al condannato tramite un sottogola che fece sembrare il tutto un vecchio elmetto da football americano. Dal momento che la spugna era imbevuta di acqua e sale, molta della salamoia colò sulla sua faccia mentre il team di esecuzione faceva il suo lavoro. Di conseguenza Zagorski, che continuava a sorridere, cominciò a fare delle smorfie. Poi rise di nuovo, alzando le sopracciglia.

Questo fu il momento in cui mi sentii più a disagio. Cominciai a realizzare che rimanevano solo pochi minuti – forse secondi – prima di vedere quest’uomo morto. Pensai: “Come mai ho accettato di assistere a tutto ciò?”

Fu il momento in cui guardai alla mia destra dove sedeva l’avvocatessa di Zagorski. La vidi sorridere al suo cliente che le sorrideva. Lei faceva cenno col capo mentre sorrideva, e metteva la sua mano sul cuore.

Gli addetti all’esecuzione asciugarono la rimanente soluzione salina dalla faccia di Zagorski e cominciarono ad applicargli un sudario nero che gli coprì la faccia e il collo. Mi sembrò che il sudario fosse costituito da una stoffa grezza e ruvida. Esso coprì completamente la sua faccia arrivando ben sotto il suo mento.

La mani di Zagorski appoggiate sui braccioli marrone scuro della sedia elettrica apparivano rilassate.

Da quel momento non fu più necessario consultare l’orologio nella camera dei testimoni per sapere l’ora: un gigantesco orologio LED con cifre nere era facilmente visibile nella camera di esecuzione.

Alle 7:15’ Zagorski coperto dalla maschera, alzò la sua mano sinistra quanto gli fu consentito dalle cinghie che lo legavano. Sembrò che salutasse.

Alle 7:16’ un membro della squadra di esecuzione infilò la spina di un grasso cavo nella presa che si trovava alla base della sedia elettrica. Zagorski sembrò salutare con la mano destra.

Poi un vecchio ventilatore fu acceso nella stanza. Ciò fa parte del protocollo del TDOC. Lo sapevo. E sapevo anche che cosa sarebbe avvenuto dopo quando il direttore Mays avrebbe dato il segnale prendendosi la mano e strofinandosela sulla faccia.

L’elettrocuzione cominciò. Si sentì un rumore non molto forte. Penso che il collega Adam Tamburin giornalista del The Tennessean lo abbia descritto al meglio in seguito dicendo che era come il rumore di un ascensore in movimento. Vidi le braccia di Zagorski alzarsi all’improvviso. Tutto il suo corpo si inarcò tendendosi verso l’alto e le sue mani si contrassero in pugni. Ma non accadde altro. Egli non mandò alcun suono, non sgomitò né si mosse, per quanto io abbia potuto vedere.

Poi la corrente fu tolta. Tutto secondo la procedura. Il corpo di Zagorski cadde giù. Non vidi alcun movimento.

15 secondi dopo arrivò la seconda scarica di corrente. I suoi pugni erano ancora chiusi ma questa volta egli sembrò balzare più in alto della volta precedente. 15 secondi dopo questa seconda scarica terminò. Il corpo di Zagorski venne giù di nuovo, con il mignolo della mano sinistra che sporgeva a sinistra del bracciolo.

Seguì un periodo di attesa di 5 minuti, anche questo previsto nel manuale di esecuzione. Il corpo di Zagorski non si mosse. Apparve chiaro che tre uomini dentro alla camera – il direttore e due ufficiali del carcere – si erano esercitati in precedenza più volte. Essi indossavano tutti un completo, due di loro avevano tasche quadrate. Durante l’esecuzione e per 5 minuti dopo, non si mossero. Rimasero allo stesso posto, guardando dritto davanti a loro o fissando il pavimento.

Trascorsi i 5 minuti il direttore tirò giù le tende e questa fu l’ultima cosa che vedemmo dal di fuori. Sentivamo gente ancora all’interno della camera che parlottava.

E poi, alle 7:26’ arrivò l’annuncio: “Si è conclusa l’esecuzione del detenuto Edmund Zagorski. L’ora della morte è stata: 7:26’ della sera. Vi prego di uscire.”

Da quel momento ci fu una certa confusione, lasciammo la stanza, io resi il mio cartellino di visitatore alla guardia, e tutti uscimmo per rispondere alle domande dei reporter che ci aspettavano fuori.

Avevo fatto molte ricerche prima di recarmi nella stanza dei testimoni giovedì. Ho letto racconti di esecuzioni fallite in altri stati, con il sangue che usciva dalla maschera di un condannato, o fiammate che uscivano dalla testa di un altro, oltre a ricorsi legali che affermavano che gli organi di Zagorski si sarebbero cotti e la sua pelle sarebbe bruciata sul suo capo. Non so ancora quali effetti abbia avuto l’elettrocuzione sul corpo si Zagorski. Non saprò mai se egli abbia sofferto. E continuerà il dibattito sul fatto che la sedia elettrica costituisca o meno una punizione crudele e inusuale. Ma sono stato sorpreso da ciò che ho visto e che non ha raggiunto, secondo me, il livello di violenza che mi aspettavo di vedere con la sedia elettrica.

Ognuno è autorizzato ad avere le proprie opinioni sulla pena di morte in generale e sulla sedia elettrica in particolare. Essendo un giornalista tengo le mie opinioni per me. Mi sono iscritto per presenziare a questa esecuzione perché si è trattato di un compito importante quello che hanno svolto i giornalisti ieri. In uno stato che ha la pena di morte 5 di noi (e innumerevoli altri giornalisti che hanno riportato le notizia) siamo stati come gli occhi del pubblico, per assicurare che lo stato eseguisse il suo compito secondo quanto aveva dichiarato. Questo è un ruolo importante anche se a volte spiacevole.

Quanto a me, mente scrivo questo articolo la mattina presto di venerdì, sto bene. Sono sicuro che ripenserò a ciò che ho visto per giorni o per mesi, o forse per più tempo. Non so se assisterò ad un’altra esecuzione in futuro ma apprezzo l’esperienza e la prospettiva che conseguono da un giorno che a pochi è dato di passare.

___________________

(*) Edmund Zagorski è stato il 2° condannato ad essere messo a morte nel 2018 in Tennessee e l’8° da quando è stata reintrodotta la pena capitale in tale stato. Zagorski è stato il 20° condannato ad essere messo a morte nel 2018 negli USA. Con quella di Zagorski le esecuzioni portate a temine negli Stati Uniti dopo la reintroduzione della pena di morte nel 1977 assommano a 1485.

PRESENTAZIONE DEL NUMERO 253

Invio il numero 253 del nostro «Foglio di Collegamento» il cui SOMMARIO è riportato qui sotto. Come dice il nostro amico della Florida Dale Recinella, i condannati a morte non sono tutti uguali, sono diversi come possono essere diverse le persone. Gli articoli che pubblichiamo in questo numero mostrano ciò assai bene. La pena di morte può essere inflitta a degli eroi, come Asia Bibi in Pakistan, o a persone coraggiose come Edmund Zagorski in Tennessee, o a persone capaci di stringere sincere amicizie con gente lontana come Bill Coble in Texas. I condannati a morte possono essere semplicemente lavoratori in sciopero, come accade in Iran.

Per tutti, anche per i peggiori criminali come Rodney Berget in South Dakota, diciamo “no alla pena di morte di morte!”

Giuseppe Lodoli, per il Comitato Paul Rougeau

SOMMARIO
10 Ottobre: Giornata Mondiale Contro la Pena Di Morte                                 

Washington senza pena di morte e senza ergastolo per i minorenni              

Pacate risposte alla stampa del morituro Zagorski                                

Così scrive un testimone dell’elettrocuzione di Edmund Zagorski                   

Esecuzione in South Dakota           

Cittadino del Michigan, stato abolizionista, vicino all’esecuzione        

Fissata in Texas la data di esecuzione di Bill Coble                                                         

Infine il verdetto per Asia Bibi: vivrà!                                                                  

Pakistan, negata l’impiccagione pubblica di un pedofilo omicida                   

L’Iran minaccia di morte 17 camionisti scioperanti                                            

Esumati in Sud africa 6 combattenti impiccati durante l’apartheid                

Notiziario: Arabia Saudita, Somalia, USA, Zimbabwe                            

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 3 novembre

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