creatori di migranti e creatori di Isis

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un giorno, forse, queste cose saranno sui libri di storia, adesso non stanno neanche nei giornali e nelle tv, guerre di cui vediamo solo i barconi, ma non quello che c’è prima, il “land grab” (letteralmente «accaparramento della terra») e gli spingitori di Isis.

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domande sulla Siria

…In un comunicato del 15 Gennaio 2015 , l’Organizzazione delle Nazioni Unite parla di più di duecentoventimila persone uccise nella guerra civile siriana, entrata nel suo quinto anno, e di più di dodici milioni di siriani bisognosi d’aiuto per sopravvivere, di un milione di feriti, quasi otto milioni di cittadini “costretti ad abbandonare le loro case a causa del conflitto” e più di tre milioni e trecentomila rifugiati; senza dimenticare i “4,8 milioni sono in aree ‘difficili da raggiungere’. Di questi, 212.000 sono intrappolati in aree poste sotto assedio”.

Nessuno dei media occidentali cita mai questi dati ben documentati: perché nessuno ci informa su quali sono i reali esiti di questa guerra né sui veri motivi? Pagherà mai nessuno dei Paesi coinvolti in questo sterminio di innocenti che sembra non aver fine?

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L’aria è quella tipica del deserto Saudita al mattino. Secca, fresca, salubre. Camion carichi di cereali s’incolonnano sulla polverosa strada di Al Kharj, due ore a sud di Riyadh, per scaricare il contenuto nella più grande fattoria casearia integrata del mondo, l’Almarai. La metà degli oltre due milioni di tonnellate di foraggio, consumato annualmente dalle centomila vacche da latte, proviene da appezzamenti di terra coltivata all’estero.

Il sole etiope è allo Zenit, la terra tanto sterile e slavata da rendere impossibile camminare senza alzare nuvole di polvere giallastra che riempie la bocca e il naso. Un operaio arraffa con le mani nude quanta più terra può, e copre le talee di canna da zucchero di una nuova piantagione. Infatti, il clima caldo e l’abbondanza d’acqua fanno dell’Afar il luogo eletto per la produzione di canna da zucchero. Poco distante i fumi della raffineria di biofuel si diffondono sulla piantagione che in passato era un pascolo.

L’enorme soffitto a volta della sala dei ricevimenti è luccicante e d’orato come nell’immaginazione delle mille e una notte. Più sotto il presidente del Mozambico e altri dignitari africani si dividono le attenzioni dei governanti dei paesi del Golfo; ma si dividono anche l’Africa, visto che partecipano a una conferenza sulla promozione di investimenti per acquisire terreni agricoli in paesi in via di sviluppo: il Land Grabbing.

Il Land Grabbing nacque in seguito alla crisi alimentare del 2007 e al conseguente rialzo dei prezzi delle materie prime agricole che fece iniziare la corsa alle terre coltivabili. Il fenomeno si contraddistingue per non avere il consenso della popolazione locale, in violazione dei diritti umani e in mancanza di un adeguato studio dell’impatto socio-ambientale dell’investimento. L’Università della Virginia l’ha definito come un accordo per accaparrarsi appezzamenti agricoli di almeno 200 ettari che converte in produzione commerciale un’area naturale in precedenza usata dagli abitanti locali.

In ogni continente, eccetto l’Antartide, è possibile imbattersi nel Land Grabbing, e nonostante la terra coltivabile sia stata da sempre usata come forma di controllo sociale, questa è la prima volta dalla fine del colonialismo che gli stati sovrani e le istituzioni governative dei paesi sviluppati promuovono una simile pratica.
Le risorse finanziarie allocate dai paesi Arabi, le politiche d’incentivo al consumo di biofuel della Comunità Europea e degli Stati Uniti, le assicurazioni private, i carbon trade, i finanziamenti della banca mondiale, e il prezzo irrisorio della terra, concessa di solito dai governi locali in modo incondizionato, sono tutti fattori che azzerano il rischio dell’investimento, rendendolo estremamente redditizio.

Controllare la terra significa assumere anche la totale gestione delle risorse idriche presenti sul territorio, con impatti devastanti sulla vita della popolazione locale.
Il 5,7% degli abitanti mondiali controlla attraverso il Land Grabbing, il 40% delle risorse idriche globali, una quantità d’acqua che sarebbe sufficiente a nutrire adeguatamente 300-390 milioni di persone, la metà della popolazione malnutrita del mondo. Stati Uniti, Emirati Arabi, India, Gran Bretagna, Egitto, Cina e Israele sono responsabili del 60% di questo scambio d’acqua virtuale.

Imprenditori e politici discutono gli investimenti e le strategie in conferenze distanti migliaia di chilometri dalla terra che andranno a controllare, e ideologicamente ancor più distanti dalle persone che la usano per sopravvivere.

La scelta di svolgere questa ricerca in Etiopia è stata naturale: è discutibile l’eticità di trarre profitto da prodotti coltivati in un paese mentre i suoi abitanti muoiono di fame. Sei milioni di etiopi, infatti, sopravvivono solo grazie agli aiuti alimentari distribuiti dalle Nazioni Unite – uno dei programmi d’aiuto più costosi del mondo. Al tempo stesso, aerei cargo decollano giornalmente carichi di verdura fresca e rose, con destinazione finale gli alberghi degli Emirati Arabi e i mercati di fiori olandesi. Il paradosso è più che evidente.

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purtroppo solo in inglese 🙁

 

Il patto Isil-Usa in una foto – Franco Fracassi

La pistola fumante è una foto. È stata scattata il 27 maggio 2013 a Idleb, nel nord della Siria.Ritrae Mohammad Nour, Salem Idriss, Abu Mosa, John McCain e Ibrahim al Badri. Il primo è il portavoce del Fronte al Nusra (Al Qaida in Siria). Il secondo è il capo dell’Esercito siriano libero (responsabile in Siria di raccapriccianti massacri). Il terzo è il portavoce dell’Isil, il quarto è un senatore degli Stati Uniti, nonché ex candidato alla Casa Bianca, nonché ambasciatore ombra del Dipartimento di Stato. L’ultimo è noto anche come Abu Du’a, figura nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (dieci milioni di dollari di ricompensa) e come nome di battaglia ha preso quello di Abu Bakr al Baghdadi, il capo dell’Esercito islamico dell’Iraq e del Levante (Isil).

Particolare importante è che al momento di quello scatto al Baghdadi già era stato iscritto (il 4 ottobre 2011) dall’Fbi nella speciale lista dei terroristi ricercati del mondo, e sia l’Isil che il Fronte al Nusra erano stati inseriti dalle Nazioni Unite nella lista nera delle organizzazioni terroristiche da combattere.

Altro particolare importante, McCain non è un politico qualsiasi. Da vent’anni è a capo dell’International Republican Institute (Iri), il ramo repubblicano di un’organizzazione governativa (il Ned) parallela alla Cia. L’Iri è un’agenzia inter-governativa, Il cui budget viene annualmente approvato dal Congresso, in un capitolo di bilancio che fa capo alla Segreteria di Stato. È stato McCain la mente della rivoluzione che ha detronizzato Slobodan Milosevic dalla presidenza della Serbia, colui che ha cercato più volte di rovesciare il governo di Hugo Chavez in Venezuela, l’ideatore della rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004 e di Maidan nel 2013, il grande manovratore della Primavera araba e di tutte le sue rivoluzioni (Iran, Tunisia, Egitto, Libia, Siria).

Popoff ha rivelato l’esistenza di documenti (resi pubblici dall’ex agente della National Security Agency Edward Snowden) che dimostrano come siano state la Cia e il Mossad ad addestrare e ad armare l’Isil. Un’operazione segreta nome in codice “Nido dei calabroni”. «L’unica soluzione per proteggere lo Stato ebraico è quella di creare un nemico alle sue frontiere, ma indirizzarlo contro gli Stati islamici che si oppongono alla sua presenza», si legge su un documento della Cia. Al Bagdadi è stato prigioniero a Guantanamo tra il 2004 e il 2009. In quel periodo Cia e Mossad lo avrebbero reclutato per fondare un gruppo capace di attrarre jihadisti di vari Paesi in un unico luogo. E tenerli così lontani da Israele. L’obiettivo era quello di creare un esercito in grado di spodestare il presidente siriano Bashar al Assad.

Nel giugno di quest’anno l’Isil (sempre supportato dagli Usa) ha tracimato nel nord dell’Iraq, sbaragliando le truppe governative irachene e massacrando musulmani sciiti, ebrei e, soprattutto, cristiani.

«È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo oggi in Iraq». Ha dichiarato l’ex segretario di Stato Usa Hillary Rodham Clinton nel corso di un’intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web “The Atlantic”. «In un’intervista che risale allo scorso febbraio il presidente Obama mi disse: “Quando hai un esercito di professionisti che combatte contro contadini, falegnami e ingegneri che iniziano una protesta devi fare qualcosa. Purtroppo modificare l’equazione delle forze in campo è difficile, e quasi mai ci si riesce. All’epoca non capii. Oggi mi è tutto chiaro», scrive Goldberg.

È stato veramente l’ennesimo fallimento della politica estera statunitense? Per dare una risposta bisogna tornare indietro e raccontare la storia dall’inizio.

La caduta del Muro di Berlino rappresentò per le grandi multinazionali (principalmente quelle statunitensi) una grande opportunità commerciale. C’era una fetta di mondo, però, che fino ad allora era rimasta impermeabile al business made in Usa e non dava alcun accenno di voler abbassare la guardia: il Medio Oriente. Quattro i Paesi chiave: l’Egitto per tutta l’area era (ed è) quello che gli Stati Uniti rappresentano per l’Occidente, la guida commerciale e dei costumi; la Libia, la Siria e l’Iraq tre potenti nazioni che avevano eretto una barriera totale all’espansionismo di Washington.

Il piano era quello di rovesciare i vari regimi al potere e di instaurare sistemi di potere più sensibili al richiamo del dollaro e dei prodotti che arrivavano da oltre oceano. Un po’ che avveniva già da tempo nelle monarchie del Golfo Persico.

Il Paese chiave era l’Iraq e il suo sanguinario (nonché seguitissimo dalle masse arabe) leader Saddam Hussein. Come hanno dimostrato migliaia di documenti, di filmati, di testimonianze e di foto, un ottimo amico di Washington, ma troppo furbo per cadere nella trappola economica.

E così nel 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad convinse Saddam a invadere il Kuwait (come ha raccontato lei stessa più volte), per poi sfruttare a proprio vantaggio quell’episodio e dichiarare guerra all’Iraq (gennaio 1991).

Il primo conflitto iracheno non risolse la questione. Saddam era ancora al potere. Il Paese venne messo sotto embargo per dodici anni, con la speranza che il popolo esasperato si rivoltasse. Non accadde nulla. Allora (nel marzo 2003) approfittando dell’11 settembre l’allora Amministrazione Bush invase per la seconda volta l’Iraq. Saddam venne deposto. Ma il Paese continuava a sfuggire al controllo di Washington. Troppo numerosa la fazione sciita, troppo potente il vicino Iran. Venne allora avanzata la proposta di dividere l’Iraq in tre Stati: a nord-est i curdi, a nord-ovest i sunniti, al centro e al sud gli sciiti. Ma dovettero rinunciare di fronte alla resistenza della popolazione. Tentarono di nuovo nel 2007, ma ancora una volta fallirono. Serviva una nuova strategia, utilizzando un attore non statale, un’entità come un fantomatico Esercito islamico dell’Iraq e del Levante.

Nel frattempo veniva portata avanti la strategia nel resto del Medio Oriente. Il 18 dicembre 2010 la Tunisia insorse a cacciò il corrotto presidente Ben Alì. Il 25 gennaio 2011 si sollevò l’Egitto (il presidente Hosni Mubarak venne arrestato).

Il 4 febbraio 2011 la Nato organizzò al Cairo una riunione per lanciare la “Primavera araba” in Libia e in Siria. Secondo un documento (di cui Popoff è entrato in possesso), la riunione era presieduta da John McCain. Il rapporto specificava la lista dei partecipanti libici, la cui delegazione era guidata dal numero due del governo dell’epoca, Mahmoud Jibril, il quale aveva bruscamente cambiato schieramento all’inizio della riunione per diventare il capo dell’opposizione a Gheddafi in esilio. Il rapporto cita tra i delegati francesi presenti in quell’occasione Bernard-Henry Lévy. All’incontro parteciparono molte altre personalità, tra cui una folta delegazione di siriani che vivevano all’estero.

In esito alla riunione, il misterioso account di Facebook Rivoluzione siriana 2011 lanciò l’appello a manifestare davanti al Consiglio del Popolo (il parlamento) a Damasco l’11 febbraio. Nonostante questo account ostentasse all’epoca più di quarantamila followers, soltanto una dozzina di persone risposero all’appello davanti ai flash dei fotografi e a centinaia di poliziotti. La dimostrazione si disperse pacificamente e gli scontri non iniziarono che un mese più tardi, a Deraa.

Il 16 febbraio, una manifestazione in corso a Bengasi degenerò in sparatoria. Il giorno dopo, degenerò in sparatoria una seconda manifestazione. Nello stesso momento, membri del Gruppo islamico combattente in Libia, venuti dall’Egitto e coordinati da individui incappucciati e non identificati, attaccarono simultaneamente quattro basi militari in quattro diverse città. Dopo tre giorni di combattimenti e di atrocità, i ribelli lanciarono la rivolta della Cirenaica contro la Tripolitania e contro il dittatore Muhammar Gheddafi.

Il 22 febbraio dello stesso anno McCain era in Libano. Là incontrò alcuni membri della Corrente del Futuro, e li incaricò di sorvegliare il trasferimento di armi in Siria. Poi, lasciando Beirut, il senatore ispezionò il confine siriano e scelse i villaggi (specialmente Ersal) che dovevano servire come base d’appoggio ai mercenari durante la guerra che sarebbe iniziata di lì a poco.

La Libia cadde come era accaduto prima alla Tunisia e all’Egitto, ma il regime di Bashar al Assad restò al suo posto. Ed ecco riapparire McCain. Era il 27 maggio 2013. Il giorno delle foto incriminanti. Il senatore dell’Arizona si recò illegalmente vicino a Idleb, in Siria, attraverso la Turchia, per incontrare alcuni leader della «opposizione armata». Il suo viaggio non fu reso pubblico che al suo ritorno a Washington dal direttore della comunicazione del suo staff Brian Rogers.

Un viaggio curioso, perché organizzato dalla Syrian Emergency Task Force, un’organizzazione diretta da un palestinese (Mouaz Moustafa) dipendente dell’Aipac, la più potente lobby ebraica negli Stati Uniti.

Ma torniamo alla nostra storia. La riunione mise in moto l’operazione “Nido dei calabroni”. Settemila jihadisti, provenienti da tutto il mondo, vennero addestrati in Turchia, altri cinquemila in Libia (sempre a spese dell’emiro del Qatar). Tutte nuove leve dell’Isil.

L’Esercito islamico era una cosa completamente nuova, l’organizzazione capace finalmente di sparigliare le carte. A differenza dei gruppi jihadisti che avevano combattuto in Afghanistan, in Bosnia-Erzegovina e in Cecenia al seguito di Osama Bin Laden, esso non costituiva una forza collaterale, ma piuttosto un esercito a sé. A differenza dei gruppi precedenti in Iraq, in Libia e in Siria, al seguito del principe Bandar bin Sultan, essi disponevano di sofisticati servizi di comunicazione integrata che esortavano ad arruolarsi, nonché di funzionari civili, formati nelle grandi scuole occidentali, capaci di prendere in carico immediatamente l’amministrazione di un territorio.

Quest’anno due episodi che hanno portato finalmente agli eventi di questa estate e ai massacri iracheni da parte dell’Isil. L’agenzia britannica Reuters ha pubblicato un articolo nel gennaio di quest’anno in cui si legge: «Il Congresso degli Stati Uniti si è riunito segretamente per votare il finanziamento e l’armamento dei ribelli in Siria fino al 30 settembre 2014». A fine febbraio, grazie anche al lavoro di McCain, in Ucraina una sorta di colpo di Stato è andato a buon fine. Uno dei primi atti del nuovo governo è stato siglare un accordo commerciale con l’Arabia Saudita per la vendita di un ingente quantitativo di armi (anche cannoni e carri armati) alla jihad di al Baghdadi. In base al contratto (di cui Popoff ha parlato in un precedente articolo) le armi in questione sarebbero state a disposizione «a partire dal primo giugno 2014», per essere trasferite all’Isil in Siria, via Turchia.

Quattro giorni dopo è iniziato l’attacco congiunto dell’Iraq da parte dell’Isil e del governo regionale del Kurdistan (totalmente controllato da Washington).

L’Emirato islamico si è impadronito della parte sunnita del Paese, mentre il governo regionale del Kurdistan ha ampliato il proprio territorio di oltre il quaranta per cento. Fuggendo le atrocità degli jihadisti, le minoranze religiose hanno lasciato la zona sunnita, aprendo così la strada alla spartizione del Paese in tre.

Violando l’accordo difensivo iracheno-statunitense, il Pentagono non è intervenuto e ha permesso all’Isil di continuare la sua conquista e i suoi massacri. Un mese dopo, quando i peshmerga del governo regionale curdo si erano ritirati senza dare battaglia, e quando l’emozione dell’opinione pubblica mondiale era diventata ormai troppo forte, il presidente Barak Obama ha dato l’ordine di bombardare alcune postazioni dell’Emirato islamico. Tuttavia, secondo il generale statunitense William Mayville, direttore delle operazioni presso lo stato maggiore, «queste incursioni hanno poca probabilità di intaccare le capacità globali dell’Emirato islamico o le sue attività in altre zone dell’Iraq o della Siria. Con ogni evidenza, esse non mirano a distruggere l’esercito jihadista, ma unicamente a garantire che nessuno degli attori convolti fuoriesca dal territorio che gli è stato assegnato».

Ciò che ha realmente fermato l’avanzata dell’Isil e ha aperto un corridoio umanitario, permettendo ai civili di sfuggire al massacro, è stato l’intervento dei curdi del Pkk turco e siriano, nemici giurati della Turchia, della Nato e degli Stati Uniti.

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Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

Un commento

  • Daniele Barbieri

    vi segnalo che su “il manifesto” di oggi c’è una pagina interessante su «Land Grabbing or Land to Investors?» il film di Alfredo Bini, qui citato da Francesco, e sulla mostra milanese fino al 5 giugno all’auditorium San Fedele

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