David Graeber: «Questa gente lo sta facendo adesso»

«Ho passato la vita pensando a come potremmo farlo in un remoto futuro e molta gente pensa che io sia pazzo a immaginare che possano succedere».

L’editoriale di «Kobanè: quale resistenza?», un numero speciale della rivista «Pollicino Gnus», e una lunga intervista a David Graeber

Kurdistan-piazzaKurdistan

Questo numero di «Pollicino Gnus» è dedicato ad una questione di cui ogni tanto ci arrivano gli echi anche dalla stampa mainstream. Che siano la ricaduta delle notizie legate allo sviluppo dell’Isis o per la forza intrinseca che questa lotta ha, fatto sta che ognuno di noi avrà sentito parlare qualche volta di Kobanè e della resistenza curda nelle regioni siriane della Rojava.
Ma tutto resta distante, avvolto da quello strano alone che ricopre le tante resistenze popolari che continuano ad esserci in giro per il mondo e che, come del resto tutto quello che non tocchiamo con mano, dopo un po’ cade nel dimenticatoio.
Perchè quindi «Pollicino» ha pensato di occuparsi della resistenza curda all’avanzata del fascismo islamista dell’Isis nei cantoni del Rojava?
Personalmente devo dire che l’interesse per questa storia me l’ha messa la lettura di alcuni articoli apparsi su una rivista tutt’altro che mainstream, «
A Rivista Anarchica», di cui qualcosa riportiamo anche in queste pagine.
Incuriosito quindi in particolare dalle parole di David Graeber su «
A», ho partecipato a una serata informativa su questi temi che si è tenuta lo scorso inverno al circolo Arci di Pontenovo, località San Polo d’Enza in provincia di Reggio Emilia.
A margine della serata, risultata molto interessante, chiacchierando con alcuni amici e abbonati è venuta fuori l’idea di dedicare un numero di «
Pollicino» alla questione curda e in particolare al nuovo corso libertario che la Resistenza di Kobanè e dintorni sta assumendo, stimolata delle nuove riflessioni del “comandante” Ocalan, indiscusso riferimento politico del movimento di liberazione curdo che, abbandonando la vecchia visione marxista ortodossa, si è aperto ad un’idea di “rivoluzione” molto vicina alle teorie dell’ecologia sociale dell’anarchico americano Murray Bookchin.
Sono questi i presupposti che ci hanno convinti ad affrontare un argomento che per alcuni nostri lettori potrebbe anche risultare un po’ ostico, nel senso che pur sempre di una lotta di resistenza armata stiamo parlando.
Dove va quindi a finire il nostro pacifismo, ci si potrebbe chiedere, se poi andiamo a sostenere chi di fatto sta portando avanti una lotta che comporta anche azioni di guerra?
Beh, ci sembra importante provare a discutere di questo fatto che, al di là della Resistenza europea al nazifascismo degli anni ’40, alla quale ognuno di noi è consapevole di dovere ancora tanto, ci possano essere oggi altre giuste rivolte popolari che scelgono di utilizzare anche la forza per difendersi contro la violenza e l’ingiustizia.
Nel già citato articolo di Graeber leggiamo che nel percorso di formazione della polizia curda dei Cantoni liberati è obbligatorio «seguire un corso di risoluzione non violenta dei conflitti e di teoria femminista prima di essere autorizzati a toccare un fucile». Questo proprio perché ci si rende conto che la gestione dei conflitti deve avere innanzitutto un approccio di rispetto per la vita altrui e che nella società che si vuole costruire, la violenza si deve tenere sotto controllo e ridurre al minimo. Per tendere a questo traguardo, una formazione non violenta della polizia è uno dei tasselli indispensabili. Una scelta quindi che ci consegna una tensione verso la costruzione di una società tollerante e pacifica…
Una conferma che troviamo anche in diversi passaggi della nuova Carta costituzionale approvata nelle città curde liberate lo scorso ottobre e di cui riportiamo alcuni stralci anche in queste pagine.
L’incombenza di tentare questa incursione difficile se la sono presa i nostri amici e compagni di Alternativa Libertaria di Reggio Emilia che ringraziamo ancora una volta per la disponibilità nei confronti della nostra rivista.
Buona lettura!
Renato Moschetti (Redazione «Pollicino Gnus»)

Ma questa è una vera rivoluzione
Intervista a David Graeber, a cura di Pinar Ogunc (da «
A, rivista anarchica», marzo 2015)
Dopo un viaggio in Rojava, David Graeber ritorna sull’importanza della lotta – e soprattutto delle sue modalità libertarie – in quella regione martoriata dalla guerra. E in quest’intervista a un quotidiano turco (*) evidenzia il ruolo delle donne.
David Graeber è professore di antropologia alla London School of Economics, è un attivista anarchico. Lo scorso ottobre scrisse un articolo per il quotidiano inglese «
The Guardian», la prima settimana dell’attacco di Isis a Kobane (Siria del nord) e si chiese perché il mondo continuasse a ignorare i curdi siriani rivoluzionari.
Rifacendosi a suo padre che aveva partecipato come volontario nelle Brigate Internazionali nella difesa della Repubblica Spagnola nel 1937, egli chiese: «se oggi esiste un parallelo tra gli assassini falangisti, devoti superficiali di Franco, chi potrebbe essere se non Isis? Se esistesse un parallelo con le Mujeres Libres in Spagna, chi potrebbe essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobane? Questo mondo – e questa volta la più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale – si renderà complice nel lasciare che la storia si ripeta ancora una volta?».
Secondo Graeber, la regione autonoma di Rojava dichiarata con un «contratto sociale» nel 2011 come tre cantoni anti-Stato e anti-capitalisti, costituisce un esperimento democratico importantissimo della nostra era.
Agli inizi dello scorso dicembre, con un gruppo di otto persone – studenti, attivisti, accademici provenienti da Paesi diversi dell’Europa e degli USA – Graeber passò dieci giorni a Cizire, uno dei tre cantoni di Rojava. Egli ebbe la possibilità di osservare in pratica la “autonomia democratica” sul luogo e di fare dozzine di domande. Adesso ci dice le sue impressioni su questo viaggio con domande e risposte ancora più grandi sul perché questo “esperimento” dei curdi siriani sia ignorato dal mondo intero.
Pinar Ogunc – Nel tuo articolo per«
Guardian» ti chiedevi perché il mondo intero stesse ignorando “l’esperimento di democrazia” dei curdi siriani. Dopo averla vissuta per dieci giorni, hai qualche nuova domanda o, forse, una risposta alla domanda precedente?
David Graeber – Allora, se qualcuno avesse in testa qualche dubbio sulla veridicità di questa rivoluzione, io gli direi che la mia visita ha completamente chiuso la questione. C’è ancora gente che si esprime in questi termini: questa è di nuovo una parata del Pkk (il partito dei lavoratori curdi); essi sono in realtà un’organizzazione stalinista autoritaria che pretende di aver adottato la democrazia radicale. No. Sono assolutamente veri. Questa è una rivoluzione vera e genuina. Ma in un certo qual modo quello è esattamente il problema. I poteri maggioritari hanno accettato un’ideologia che dice che vere rivoluzioni non possono più avvenire. Allo stesso tempo, molti a sinistra, anche nella sinistra radicale, sembrano aver tacitamente adottato una politica che assume lo stesso concetto, anche se essi fanno ancora qualche rumore rivoluzionario superficiale una volta ogni tanto. Essi dipingono un quadro, quasi puritano, che assume che i giocatori importanti siano i governi e i capitalisti e quella è l’unica partita di cui valga la pena parlare. La partita dove si fa la guerra, si creano villani mitici, si sequestra il petrolio e altre risorse. Noi non vogliamo giocare a quel gioco. Vogliamo creare un nuovo gioco. Un sacco di gente trova questo discorso confuso e inquietante e così sceglie di credere che non stia succedendo nella realtà, o che queste persone siano illuse, disoneste o ingenue.

Pinar Ogunc – Dallo scorso ottobre abbiamo assistito a una solidarietà in aumento da parte di movimenti politici diversi da tutto il mondo. C’è stata un’enorme copertura giornalistica veramente entusiasta della resistenza di Kobane da parte dei mass media importanti del mondo. L’atteggiamento politico riguardante Rojava è cambiato in Occidente, in qualche modo. Sono tutti segnali importanti ma pensi che l’autonomia democratica e ciò che si sta sperimentando nei cantoni a Rojava vengano discussi abbastanza? Quanto è importante la percezione generale di «alcune persone coraggiose che combattono contro il male dei nostri tempi, Isis» nel guidare questo supporto e il fascino generale?
David Graeber – Io trovo incredibile come quanta gente in Occidente veda queste femministe armate, per esempio, e non pensi neanche alle idee che ci devono essere dietro a esse. Pensano solo che stia succedendo in qualche modo. “Credo possa essere una tradizione curda”. In qualche misura si tratta di orientalismo, per forza, oppure semplicemente di razzismo. Non gli succede mai di pensare che la gente del Kurdistan magari sta anche leggendo Judith Butler. Nell’ipotesi migliore essi pensano «oh, stanno tentando di ottenere degli standard di democrazia di tipo occidentale e di diritti delle donne. Mi chiedo se tutto ciò sia reale o solo per il consumo estero». Non gli viene da pensare che questa gente stia portando queste cose molto oltre quanto gli “standard occidentali” abbiano mai fatto; che essi possano credere veramente in quei princìpi che gli Stati occidentali professano solo a parole.

Pinar Ogunc – Tu hai menzionato l’approccio della sinistra verso Rojava. Come è stato ricevuto dalla comunità anarchica internazionale?
David Graeber – La reazione delle comunità anarchiche internazionali è stata decisamente confusa. Lo trovo difficile da capire. C’è un gruppo sostanziale di anarchici – di solito gli elementi più settari – che insistono che il Pkk sia ancora un gruppo “stalinista” autoritario e nazionalista che ha adottato Bookchin e altre idee della sinistra libertaria per corteggiare la sinistra anti-autoritaria in Europa e in America. Sono sempre stato colpito dal fatto che questa è una delle idee più stupide e narcisistiche che io abbia mai sentito. Anche se le premesse fossero corrette, e un gruppo marxista-leninista decidesse di fingere di avere un’ideologia per ottenere supporto straniero, perché mai essi sceglierebbero proprio le idee anarchiche sviluppate da Murray Bookchin? Sarebbe il bluff più stupido mai fatto. Ovviamente essi fingerebbero di essere islamisti o liberali perché quelle sono le organizzazioni che ottengono le armi e il materiale di supporto. A ogni modo, io penso che un sacco di gente nella sinistra internazionale, e la sinistra anarchica inclusa, praticamente non vogliano vincere. Non riescono a immaginare che una rivoluzione possa realmente accadere e, segretamente, non la vogliono nemmeno, perché significherebbe il dover condividere il loro club alla moda con gente ordinaria; essi non sarebbero più gente speciale. Così, in questo modo è meglio separare i veri rivoluzionari da quelli che si “sparano solo le pose”. Ma i veri rivoluzionari sono rimasti compatti.

Pinar Ogunc – Che cosa ti ha impressionato di più a Rojava in termini della pratica dell’autonomia democratica?
David Graeber – C’erano molte cose interessanti. Non credo di aver mai sentito, in qualsiasi altra parte del mondo, di una situazione di potere duale dove le stesse forze politiche creano tutte e due le sponde. C’è la “auto-amministrazione democratica”, che mantiene tutte le forme e le trappole di uno Stato-parlamento-ministeri, e così via ma che fu creato per essere specificamente separato dai mezzi del potere coercitivo.
In più c’è il Tev-Dem (Il Movimento della Società Democratica), istituzioni democratiche guidate dal basso verso l’alto. Infine – e questa è la chiave – le forze di sicurezza rispondono alle strutture di base e non a quelle dall’alto in basso. Uno dei primi posti che abbiamo visitato è stata l’accademia di polizia (Asayis). Tutti dovevano seguire un corso di risoluzione non violenta dei conflitti e di teoria femminista prima di essere autorizzati a toccare un fucile. I co-direttori hanno spiegato che il loro fine ultimo sarebbe di dare a tutta la popolazione la possibilità di seguire un corso di addestramento in tecniche poliziesche di sei settimane, in modo da eliminare la polizia completamente.

Pinar Ogunc – Come rispondi alle critiche diverse riguardanti Rojava? Per esempio: “i curdi non avrebbero potuto fare questo in tempi di pace. È grazie allo stato di guerra…”
David Graeber – Credo che molti movimenti, di fronte a terribili condizioni di guerra, non abolirebbero, nonostante tutto, immediatamente la pena capitale, non scioglierebbero la polizia segreta e non democratizzerebbero l’esercito. Le unità militari, per esempio, eleggono i loro ufficiali.

Pinar Ogunc – E c’è pure un’altra critica, che è abbastanza favorita nei circoli che sono a favore del governo qui in Turchia: “Il modello che i curdi – nella linea del Pkk e del Pyd (Il Partito Curdo di Unione Democratica) – stanno tentando di mettere in pratica non è veramente accettato da tutti i popoli che vivono in Kurdistan. Quella multi-struttura è solo sulla superficie come un simbolo”.
David Graeber – Beh, il presidente del cantone di Cizire infatti è un arabo, capo di una delle più grosse tribù locali. Si potrebbe argomentare che questi sia solo una figura di facciata. In un certo senso l’intero governo lo è. Ma anche se si guarda alle strutture costruite dalla base in su, si nota che di sicuro non sono solo i curdi che stanno partecipando. Mi è stato detto che l’unico problema reale è costituito da alcuni insediamenti nella “cintura araba”, gente che fu portata in quell’area dal partito Ba’ath negli anni ’50 e ’60 da altre parti della Siria come parte di una politica intenzionale di marginalizzazione e assimilazione dei curdi. Alcune di quelle comunità sono piuttosto ostili alla rivoluzione. Ma gli arabi le cui famiglie hanno vissuto in Kurdistan per generazioni, o gli assiri, i kirghizi, gli armeni e i ceceni sono molto entusiasti. Gli assiri che abbiamo menzionato dicono che, dopo una lunga e difficile relazione con il regime, finalmente sentono garantiti i loro diritti all’autonomia culturale e religiosa. Probabilmente il problema più difficile potrebbe essere costituito dalla liberazione delle donne. Il Pyd e il Tev-Dem concepiscono questa questione come assolutamente centrale alla loro idea di rivoluzione, ma essi si trovano anche a dover affrontare il problema di avere a che fare con larghe alleanze con comunità arabe che pensano che questo viola i loro princìpi religiosi di base. Per esempio, mentre coloro che parlano siriano hanno le loro proprie organizzazioni delle donne, gli arabi non le hanno, e le ragazze arabe interessate a organizzarsi intorno a questioni di genere o anche nel seguire seminari femministi devono mettersi in coda alle donne assire o anche a quelle curde. […]

Pinar Ogunc – Sebbene l’autonomia democratica non sembra essere chiaramente sul tavolo dei negoziati in Turchia, il Movimento Politico Curdo tuttavia ci sta lavorando da parecchio, specialmente a livello sociale. Essi cercano di trovare soluzioni in termini legali ed economici per possibili modelli. Quando si mette a confronto, diciamo, la struttura di classe e il livello del capitalismo nel Kurdistan Occidentale (Rojava) e nel Nord Kurdistan (Turchia), che cosa pensi delle differenze di questi due processi per una società anti-capitalista o per un capitalismo minimizzato, come essi lo descrivono?
David Graeber – Io credo che la lotta dei curdi sia esplicitamente anti-capitalista in tutte e due le nazioni. È il loro punto di partenza. Sono stati capaci di arrivare a un tipo di formula: non si può eliminare il capitalismo senza eliminare lo Stato, non si può eliminare lo Stato senza liberarsi del patriarcato. Tuttavia, per la popolazione di Rojava è abbastanza facile in termini di classe perché la borghesia reale, come era in una regione essenzialmente agricola, scappò con il collasso del regime del partito Ba’ath. Essi si troveranno di fronte a un problema che durerà a lungo se non svilupperanno il loro sistema educativo per evitare che lo strato tecnocratico dedito solo allo sviluppo eventualmente tenterà di assumere il potere; nel frattempo, è comprensibile che si stiano focalizzando di più sui problemi di genere. Sulla Turchia non so molto di più ma ho la sensazione che le cose siano molto più complicate.

Pinar Ogunc – In un periodo in cui i popoli del mondo non riescono a respirare per ovvie ragioni, il tuo viaggio in Rojava ti ha dato ispirazioni per il futuro? Quale pensi sia la “medicina” necessaria alla gente per respirare?
David Graeber – Era incredibile. Ho passato tutta la vita pensando proprio a come potremmo fare cose esattamente come queste in qualche era remota del futuro e molta gente pensa che io sia pazzo a immaginare che possano mai succedere. Questa gente lo sta facendo adesso. Se provano che può essere fatto, che una società veramente egualitaria e democratica è possibile, trasformeranno completamente il senso umano delle possibilità della gente. Io stesso mi sento dieci anni più giovane per aver passato solo 10 giorni in quei luoghi.

Pinar Ogunc – Quale immagine ricorderai del tuo viaggio a Cizire?
David Graeber – Ci sono molte immagini impressionanti, così tante idee. Mi è piaciuta moltissimo la differenza tra il modo in cui la gente appare esteriormente e le cose che dice. Tu incontri un tipo, un dottore, che fa un po’ paura perché sembra un militare, con un giubbotto di pelle e un’espressione austera e severa. Poi parli un po’ con lui e ti spiega: “noi pensiamo che il miglior approccio per la salute della gente sia quello preventivo, la maggior parte delle malattie sono causate da stress. Pensiamo che riducendo lo stress abbasseremo l’incidenza delle malattie cardiache, del diabete, anche i tumori. Quindi il nostro disegno ultimo è la riorganizzazione delle città perché abbiano il 70% di spazi verdi…”. Ci sono tutte queste idee brillanti, un po’ pazze. Poi vai a trovare un altro dottore che ti spiega come, a causa dell’embargo turco, non riescono a ottenere le medicine di base o l’equipaggiamento e tutti i pazienti in dialisi che non sono riusciti a trasportare al di là del confine sono morti… La disgiunzione tra le loro ambizioni e le loro circostanze incredibilmente provate. La signora che ci stava facendo effettivamente da guida era un vice-ministro degli Esteri di nome Amina. A un certo punto, noi ci scusammo per non essere riusciti a portare con noi regali migliori per aiutare gli abitanti di Rojava che stanno soffrendo sotto l’embargo. E lei disse: “in fondo non è molto importante. Noi abbiamo una cosa che nessuno può mai darti. Noi abbiamo la nostra libertà. Voi no. Vorremmo solo che ci fosse un modo per noi per darla anche a voi”.

Pinar Ogunc – Tu vieni criticato a volte per essere troppo ottimista e entusiasta per ciò che sta avvenendo a Rojava. È così? O quelli che ti criticano non capiscono qualcosa?
David Graeber – Di temperamento sono un ottimista, cerco situazioni che sembrano avere promesse. Non credo che ci sia nessuna garanzia che funzionerà, che non verrà schiacciata, ma certamente lo sarà se tutti decidiamo, fin dall’inizio, che nessuna rivoluzione è possibile, se rifiutiamo di aiutarla attivamente o se l’attacchiamo, aumentando il suo isolamento, come fanno in molti. Se c’è qualcosa di cui io sono cosciente, mentre altri non lo sono, è il fatto che, forse, la storia non è ancora finita. I capitalisti hanno fatto uno sforzo sovrumano in questi ultimi 30 o 40 anni per convincere la gente che la situazione economica presente – non solo il capitalismo, ma quella forma di capitalismo peculiare, finanziarizzato, semi-feudale che abbiamo oggi – è il solo sistema economico possibile. Hanno fatto molti più sforzi nel provare tutto questo di quanto abbiano fatto per cercare di creare un sistema capitalistico globale e vitale. Come risultato il sistema sta crollando tutto intorno a noi proprio nel momento in cui tutti hanno perduto la capacità di immaginare qualsiasi altra cosa. Bene, io penso che sia abbastanza ovvio che fra 50 anni il capitalismo, in qualsiasi forma lo identifichiamo, e probabilmente in tutte le sue forme, sarà scomparso. Qualcos’altro lo avrà rimpiazzato. Quel qualcos’altro potrebbe non essere meglio. Potrebbe anche essere peggio. Allora mi sembra che questa sia la vera ragione per cui è nostra responsabilità, come intellettuali, o anche come semplici esseri umani pensanti, cercare almeno di immaginare qualcosa che potrebbe essere migliore. E se c’è gente che sta veramente tentando di creare quelle cose migliori, è nostra responsabilità aiutarli.

(*) Questa intervista è stata pubblicata dal quotidiano Evrensel in turco. Traduzione di Francesco D’Alessandro – zcomm.org/znetarticle/no-this-is-a-genuine-revolution

 

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