De Brito: variazione su un passeggero di Kafka

IL PASSEGGERO (1907) di Franz Kafka

Mi trovo sulla piattaforma di una vettura tranviaria e mi sento profondamente incerto rispetto alla posizione che occupo in questo mondo, nella città, nella mia famiglia. Neanche incidentalmente saprei dire quali esigenze potrei avanzare con ragione in un qualsiasi senso. Non posso giustificare il fatto che sto su questa piattaforma, mi tengo a questa cinghia, mi lascio trasportare da questa vettura, che la gente sfugga il tram, se ne vada tranquilla, o si fermi davanti alle vetrine dei negozi. Nessuno me ne chiede ragione, ma questo non vuol dire.

La vettura si approssima a una fermata, una ragazza si avvicina all’uscita, pronta a scendere. Mi appare con gran chiarezza come se l’avessi palpata. È vestita di nero, le pieghe della sottana non si muovono quasi, la camicetta è attillata e ha un collo di trina bianca a maglia sottile: la mano sinistra è appoggiata, spianata alla parete, l’ombrello nella sua destra sta sul primo gradino del predellino contando dal basso. Il viso è bruno, il naso lievemente compromesso dalle parti, finisce rotondo e ampio. Ha una fitta capigliatura bruna, sulla tempia destra si vedono alcuni capelli mossi dal vento. Il suo piccolo orecchio è attaccato bene alla testa, ma vedo, perché le sono vicino, la parte posteriore del padiglione e l’ombra sull’attaccatura dell’orecchio destro.

Mi chiesi allora: come mai non è stupita di sé e tiene chiusa la bocca e non dice nulla di simile?

IL PASSEGGERO

di Christiana de Caldas Brito (liberamente ispirato all’omonimo racconto di Kafka)

Personaggi:

Lui (uomo sulla sessantina)

Lei (giovane e carina)

SCENA I

(Interno di una vettura tranviaria. Uno dei sedili è occupato da una giovane donna vestita di nero: la camicia attillata ha un collo di trina bianca a maglia sottile. La donna ha nella mano destra un ombrello nero e, poggiata sulle gambe, una borsetta, anch’essa nera. Entra un signore di mezz’età).

Lui (avvicinandosi al sedile dov’è la donna) – Posso?

Lei – Prego.

Lui – Lo so che c’è tanto posto altrove, ma se non le dispiace possiamo fare quattro chiacchiere. Vedo che anche lei è sola. Stia tranquilla, non la voglio importunare. Sono un padre di famiglia, ecco, un onesto padre di famiglia. (La donna sorride). Lei è molto giovane, signorina; io, invece, sono un vecchio, nient’altro che un vecchio.

Lei – Le sembro giovane? A volte, mi sento vecchia, sa? Forse perché lavoro soprattutto con gli anziani.

Lui – Ah, sì? Che lavoro fa?

Lei – L’accompagnatrice.

Lui – Ah, interessante. (Piccola pausa) E sarebbe?

Lei – Accompagno quelli che non hanno più autonomia.

Lui – È così che si guadagna la vita?

(Lei fa di sì con la testa).

Lui – Dev’essere bello sentirsi utile. Senz’altro non si porrà certi problemi.

Lei – Problemi? Di che tipo?

Lui – Forse è qualcosa di personale, non lo so. A volte, mi sento profondamente incerto rispetto alla posizione… alla posizione che occupo in questo mondo.

Lei (interessata) – Vorrebbe vivere in un altro mondo?

Lui – Diciamo di sì. Sono insoddisfatto di me. È da un po’ di tempo che non riesco a spiegarmi certe cose. Per esempio: non posso giustificare il fatto che mi lascio trasportare da questa vettura…

Lei (fra sé) – La prossima sarà ben diversa.

Lui – … che la gente sfugga il tram…

Lei (fra sé) – Meno lavoro…

Lui – Non posso giustificare il fatto che la gente se ne vada tranquilla o si fermi davanti alle vetrine dei negozi…

Lei – Una volta mi sono nascosta proprio lì, dentro la vetrina di un negozio. (Ride) Mi credevano un manichino. Nel vedere il mio mantello nero, si sono spaventati. A dicembre, eh, non a carnevale.

Lui – Lei parla di carnevale, è giovane e bella, ma tutta vestita di nero. È in lutto, signorina?

Lei – Io? No, ma …

Lui – Voleva dire qualcosa?

Lei – Niente, niente, lasciamo stare.

Lui – Come vuole, signorina.

Lei – A volte, parlo troppo.

Lui – Assolutamente! Sono io che parlo troppo. È che mi sento profondamente incerto rispetto alla posizione che occupo nella mia famiglia.

Lei – Non si preoccupi, la sua posizione cambierà.

Lui – Crede?

Lei – Ne sono certa.

Lui – E da dove le viene questa certezza?

Lei – Dal ripetersi monotono degli eventi. (Pausa) Lei, signore, quanti anni ha?

Lui – Sessantadue .

Lei – La sua vita è assicurata?

Lui – Sì, sì, sono un uomo previdente.

Lui – Ha lasciato un testamento?

Lui – Lei parla come se io fossi già morto… Farò un testamento quando sarò più vecchio, cioè, quando sarò vicino alla morte. (Lei ride)

Lui – Che c’è da ridere, signorina?

Lei – Ha ragione. Diventa sempre più difficile riconoscermi. Lo so, la colpa è mia, ma i vestiti tradizionali mi sono così antipatici. La falce pesa troppo e non va più di moda. L’ho buttata. Oh, sapesse quanto mi è costato riuscire a cambiare la mia uniforme e mettermi questo collo di trina bianca… E guardi che cosa ho (apre lentamente la borsa ed estrae un collant rosso) Me lo ha regalato una cliente in extremis. Volevo metterlo questa mattina, ma non ho avuto il coraggio. Mi sembrava troppo azzardato.

Lui – Io, invece, penso che le andrebbe molto bene.

Lei – Davvero? (Ride) Tutti mi aspettano vecchia, claudicante e antipatica, ma io amo la vita, mi capisce? Amo il sole e tutti mi chiudono in camere senza luce e senza aria. È molto seccante. Non ce la faccio più. Mi diverto con i giovani e… mi fanno stare quasi sempre in mezzo ai vecchi. Amo le balere! Ci sono stata solo una volta. Ho scelto un ragazzo perché era bello e perché ballava bene il rock. Volevo ballare con lui, ma appena l’ho preso, lui si sentì male. Lei non ci crederà ma quel ragazzo ha avuto un infarto. Che frustrazione!

Lui – Che vita…

Lei – Di una noia mortale, glielo dico io. (Sospira. Guarda l’orologio che ha al polso) Si è fatto tardi. Dobbiamo andare.

Lui – Andare?

Lei – Succede sempre così: nessuno capisce. (Con voce grave) È arrivato il suo momento.

Lui – Che momento?

Lei – Credevo che avesse già capito.

Lui – E chi è lei?

Lei – L’accompagnatrice. (Pausa)

Lui – Mi scusi, dove accompagna le persone quando lavora?

Lei – Di qua, di là, soprattutto di là.

Lui – Forse comincio a capire.

Lei – Era ora.

Lui (fra sé) Mio Dio… (Pausa) Senta, in quella vetrina che la gente guardava, c’era un vestito di pizzo rosso.

Lei – Ah, sì?

Lui – Bellissimo.

Lei – Rosso?

Lui – Mai visto un rosso così. E la cintura era verde. Sa, adesso vanno questi colori sgargianti, pieni di vita.

Lei – Pieni di vita… (Piccola pausa) Una cintura verde, eh?

Lui (guardando fuori dal finestrino del tram) – Verde semaforo.

Lei (guardando fuori) Quel verde lì?

Lui – Uguale, uguale. (Pausa) Le piace la minigonna?

Lei – Moltissimo.

Lui – Quel vestito le starà benissimo.

Lei – Dice?

Lui – Glielo garantisco.

Lei – Ma non ho i soldi, come farò?

Lui – Ho appena preso lo stipendio.

Lei (capendo) – E io, in cambio…

Lui – Certo.

Lei – Mi faccia pensare.

Lui – Guardi che scendo alla prossima. In balera, con quel vestito rosso non la lasceranno in pace.

Lei – Questo collo di trina bianca è troppo poco. Ci vuole un vestito rosso con la cintura verde semaforo. Ci sto.

Lui – Allora, scendiamo?

Lei – Scendiamo.

(I due si alzano. La ragazza si avvicina all’uscita. Lascia passare prima il signore che scende. Si sente il rumore di una macchina che non riesce a frenare e investe in pieno il signore).

Lei – Poveraccio. Non era poi tanto vecchio.

(BUIO)

SCENA II

(L’interno dello stesso tram. La signorina è in piedi e guarda ancora fuori. Si sente il rumore di un’ambulanza che arriva. Dalla parte anteriore del tram si presenta un giovane magro, pallido, dall’aria malaticcia; ha i capelli scuri divisi in mezzo, orecchie a sventola e naso da semita).

Personaggi:

Lui (Kafka)

Lei (la giovane di prima)

Lui – Perché è successo?

Lei – Da dove è entrato lei?

Lui- Ero qui. (tossisce) Sono il conducente.

Lei – (scusandosi) Perché non si è presentato prima? Se io l’avessi visto…

Lui – Questa storia non doveva finire così.

Lei – Sono stata coerente al mio ruolo.

Lui – Ma chi ti ha dato questo ruolo?

Lei – Me lo sono inventato io. Ho immaginazione. Possibile che solo voi possiate creare?

Lui – Hai distrutto una vita e parli di creatività? Perché non hai creato una storia d’amore?

Lei – In venticinque righe? L’amore richiede molte pagine, dialoghi, ricordi. Si va al passato e si sogna il futuro in una storia d’amore. Lei non mi ha dato neanche un nome. Non so neanche come si chiamava quel signore. Cosa può nascere tra persone senza nomi? Ma si rende conto che neanche le pieghe della mia sottana potevano muoversi? Senza movimento non esiste l’amore!

Lui – Vuoi dire che non c’è movimento nella dialettica esistenziale che io…

Lei (interrompendolo) – Alcuni capelli della mia tempia destra mossi dal vento, vero? Chiama questo, movimento? Persino la bocca dovevo tenere chiusa.

Lui – Certo. Non dovevi parlare. Hai rovinato tutto!

Lei – Ha attaccato lui, il bottone. Perché se la prende con me?

Lui – Con lui, ormai, è troppo tardi. Tu dovevi scendere alla prima fermata. Si sarebbe evitata un’inutile tragedia.

Lei – A sentir lei, sembra che le tragedie non le piacciono…

Lui – A me piace l’ironia. C’è una sottile differenza. Non hai capito niente. (Tossisce, prende un fazzoletto e se lo mette sulla bocca, tossisce ancora) Hai troppa immaginazione per il mio gusto.

Lei (con dolcezza) – Prometto che in futuro farò solo quello che vuole. Mi dia un’altra opportunità. Mi metta in un altro racconto.

Lui – No. Basta.

Lei – Cosa sarà di me?

Lui (serio) – Das Schloss.

Lei – Cosa?

Lui – Il castello.

Lei – No!

Lui – Sì!

Lei – Tutto meno questo. Il castello è così noioso. Non ce la farei.

Lui – Ho deciso così.

Lei – Preferisco La colonia penale.

Lui – Ho detto il castello. (Tossisce)

Lei – Lei è malato. Ha bisogno di cure. Lasci che io…

Lui – Ci penserà la mia fidanzata.

Lei – Ma lei litiga con tutte! Forse con me…

Lui – Il nostro rapporto è diverso.

Lei – Proviamo…

Lui – Non mi piace la tua intraprendenza.

Lei – Senta, posso almeno avere quel vestito rosso? Il signore me lo aveva promesso.

Lui – No. Togliti pure il collo di trina bianca.

Lei (sconvolta) Adesso?

Lui – Sì, adesso. (Lei glielo consegna) Dammi pure il collant che hai in borsa. (Lei glielo consegna) Sei pronta?

Lei – Sono pronta.

Lui – Scendiamo.

Lei (in un delicato gesto) – Prima lei.

Lui – No, cara, tu, prima.

(Lei scende. Si sente il rumore di una macchina che non riesce a frenare e investe  violentemente la giovane donna).

(BUIO)

UNA PICCOLA NOTA

Se desiderate sapere qualcosa in più su Christiana De Caldas Brito qui nel blog trovate una mia vecchia recensione all’antologia di racconti «Qui e là». Da non perdersi il romanzo «500 temporali» (Cosmo Iannone, 2006) e «Viviscrivi: verso il tuo racconto» (Eks&tra, 2008).

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