Demoni esterni e interni

1. Recensione a «I figli della Luna» di Jack Williamson; 2. Considerazioni su alcuni inserti di «Pagina 99»; 3) Che ne dite di «Lei»?  

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Eredità. Diversità. Iniquità. Perplessità. Fatalità. Posterità. Sono i titoli dei 6 capitoli nei quali si divide «I figli della Luna» di Jack Williamson del 1971 che Urania riporta in edicola (traduzione di Roberta Rambelli: 240 pagine per 5.90 euri). Me lo ricordavo bello… però non così bello. Williamson – morto nel 2006 – era sempre (o quasi) un gigante.

Sono, al solito, diviso fra il piacere di sgrovigliare i fili (narrativi ma anche concettuali) della trama e il timore di svelare troppo. Mi muoverò dunque come un elefante che abbia studiato danza con Carla Fracci.

Qualcosa di strano accade sulla Luna a tre astronauti. Allucinazioni forse. La spiegazione è in una «ghiaia nera»? I tre tornano sulla terra e si sposano. Ma i primi due figli, Nick e Kyrie, non sono bimbi normali. Il terzo poi – il gigantesco Guy che all’inizio sembra morto – è decisamente “un mostro” secondo gli standard terrestri. Gli scienziati credono che ci sia un relazione fra quelle allucinazioni lunari (e la ghiaia nera?) e i tre parti così insoliti; anzi «i bambini rappresentano il risultato più straordinario della ricerca spaziale che sia stato ottenuto sino a oggi». Intanto sugli altri pianeti del sistema solare (Venere, Giove, Mercurio) i terrestri trovano stranezze a go-go. Qualcuno comincia a temere, persino odiare quei tre “figli della Luna”. Come spiega Marko: «ritengo che tutti noi andiamo alla ricerca di demoni all’esterno quando non riusciamo a sopportare quelli che abbiamo dentro di noi». Il sospetto è che siano cuculi: «qualcosa li ha piantati dentro di noi perché nascessero in un corpo umano. Ma non sono dei nostri». Chi legge molta buona fantascienza andrà col pensiero a «I figli dell’invasione» di John Windham: in realtà qui il ruolo dei bambini è del tutto diverso ma ovviamente non posso spiegare perché. Quanto ai cuccioli degli umani troppo fantasiosi… dovremmo allora concludere che anche le sorelle Bronte erano aliene? E mentre la trama si aggroviglia varrebbe augurarsi che l’intelligenza sia un ponte e che esista «l’amicizia universale» fra razze diverse. Nel frattempo bisogna fare i conti con una “nebbia” invasiva, con serpenti e formiche, con i limiti della meccanica newtoniana, con la solita miopia dei governanti, con la «gioia vibrante» di molte donne e con un’antica, scomoda domanda “chi aggredisce chi?”.

Ho imparato da questo scintillante Williamson che per comunicare idee non sempre si passa attraverso il linguaggio ma pure che nel deserto esistono i ratti-baratti (un po’ come le gazze ladre). Ottimo libro. Più o meno consciamente Williamson ha voluto smentire, a due anni dall’allunaggio, gli idioti che avevano proclamato “ora la fantascienza è morta”; in Italia più che altrove la fantascienza viene vilipesa soprattutto perché non capita e spesso neppure letta. Sino alla fine di una vita quasi centenaria Williamson ha usato la science fiction non solo alla ricerca del “meraviglioso” ma anche come terapia personale e collettiva. Un pozzo di idee ma anche la scrittura adeguata. Ricordo che, molti anni fa, all’ennesima ristampa di «Il figlio della notte» io e Riccardo Mancini discutemmo di come Williamson riuscisse a raccontare storie stra-vecchie (licantropia, caccia alle streghe, fanta-archeologia) con una freschezza “impossibile”.

 

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Anche se è martedì mi avventuro ora nel mondo cosiddetto “reale” dove da febbraio esce un nuovo quotidiano, «Pagina 99». Nell’inserto del week end (48 pagine a 3 euri) questo quotidiano color salmone sembra attento alle scienze che verranno e meno “catastrofista” dei suoi cugini italiani dove brillano soprattutto sensazionalismo e ignoranza.

Rapidamente tre esempi.

Il 22 febbraio due pagine di Roberta Villa raccontano di «Ingegneria genetica, i mutanti sono tra noi». Si parte dalla notizia che «a Oxford 5 ciechi hanno riacquistato la vista grazie a una iniezione che fornisce un gene mancante» (chi legge fantascienza penserà forse a «Www» di Robert Sawyer) e si prosegue con notizie simili: l’Italia non è indietro, anzi. Interessante.

Sabato 8 marzo «Pagina 99» pubblica invece un dossier (4 pagine) sotto il titolo «Se sono gli automi a lavorare, cosa fanno le persone?»: interviste, box, tabelle, personaggi e la “classifica” delle 12 tecnologie «in rapido sviluppo che nei prossimi anni avranno un impatto rivoluzionario nel mondo del lavoro». Segnalo che «la probabilità che un robot ci sostituisca» è dello 0,42 per i medici (strano), del 99 per gli addetti al telemarketing e del 94 per i ragionieri, solo dell’11 per i giornalisti; non contemplata per ora l’automazione di sindaci o leader politici.

La settimana dopo l’inserto di «Pagina 99» pubblica una pagina, firmata da Filippo Campostano, intitolata «In quell’universo Berlusconi è comunista». Titolo banale ma invece l’articolo è interessante soprattutto perchè recupera il libro «Realtà nascoste: universi paralleli e leggi profonde del cosmo» (tradotto da Einaudi) del fisico e matematico Brian Greene.

Perché ne parlo in blog di martedì? Forse lo sospettate… Nel primo articolo (dove c’è anche una foto presa da «Star Trek – The Next Generation») una domanda è proprio mal posta: «questi pazienti sono da considerarsi veri e propri mutanti, alla Blade Runner?». Chiunque si fermi tre secondi sulla trama del film di Scott sa che i protagonisti non sono mutanti o almeno non di tipo bio-medico. E l’articolo finisce: «altro che fantascienza». Nel dossier sui robot l’illustrazione d’apertura rimanda al film «Io, robot» di Alex Proyas ma la fantascienza non compare negli articoli. Infine nell’articolo di Campostano c’è una illustrazione tratta dalla serie «Incal» di Jodorowsky e Moebius ma per il resto la science fiction è esclusa nonostante sul concetto di «multiversi» abbia prodotto storie interessantissime che hanno quantomeno contribuito alla revisione dei paradigmi einsteiniani in vigore. Insomma evviva «Pagina 99» che sembra avere un buon rapporto con le scienze ma devo lanciare un appello: che qualcuna/o (più ricca/o di me) regali ai collaboratori e collaboratrici di questo giornale un po’ di buona fantascienza. Oppure – piano B – che i più giovani si facciano consigliare da Marco D’eramo (che collabora a «Pagina 99»): è un ottimo giornalista con solida preparazione scientifica ma anche… fantascientifica.

 

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Ripiombiamoci nel più classico martedì (cioè «Di Marte si parte»). Qualche sera fa ho visto il film «Lei» di Spike Jonze, regista mai banale. In attesa che Ismaele dica la sua in blog lancio un mini-referendum. Chi lo ha visto si pronunci, si schieri e magari dica se quel futuro a suo avviso è lontanissimo, abbastanza vicino o già arrivato.

Redazione
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