Dick di lunedì…

con un “post” post scriptum sull’astronave – fasulla eppur vera – del trapezista Stefano B. in magico equilibrio (senza rete) fra sberleffo, serietà e poesia; seguito da un “post(icino)” post-post scriptum con busta chiusa e fanciulla sorridente.

Cosa ci fa Dick di lunedì sul mio blog? E’ semplice: il suo «Lo stravagante mondo di mr Fergesson» appartiene al filone realistico (senza virgolette). Io l’ho letto e qui lo recensisco in quanto tale. Poi nelle ultime righe, in sintonia con Carlo Pagetti che firma la (ottima al solito) prefazione, giocherò brevemente al confronto con il fanta-Philip che sempre sia lodato in ogni galassia, bar, ucronia e viottolo.

In primo luogo questo è un bel romanzo. Spiacevolmente vero come tanti libri che svelano l’altra faccia (cioè l’incubo) del «sogno americano»: da Saul Bellow a un paio di Miller, da John Barth a Faulkner… per parlare volutamente solo di bianchi e di maschi. Anche in questo segmento della “realtà” i protagonisti dickiani quasi mai sono intellettuali o ricchi ma lavoratori, proletari, piccoli affaristi (perdenti o costretti a inseguire sogni di plastica) oppure strambi, emarginati, piccoli uomini (bianchi e maschi).

Sto parlando – lo preciso – di «Lo stravagante mondo di Mr Fergesson» (Fanucci: 238 pagine per 17 euri) nella traduzione di Maurizio Nati. Il titolo originale, più bello e azzeccato a mio avviso, era «Humpty Dumpty in Oakland»; se conoscete poco gli Usa si parla di California (non troppo lontani da San Francisco) e se incredibilmente non conoscete Lewis Carroll (dunque Humpty Dumpty) sarebbe ora che colmaste una simile lacuna, anzi voragine del vostro sapere e/o piacere. Inedito fino al 1986 (in Inghilterra; negli Usa esce solo nel 2007) questo “Fergesson-Dumpty” è la rielaborazione, datata 1960, di un precedente romanzo («A Time for George Stavros») scritto da Dick nel 1955-56.

Incontriamo subito i due principali protagonisti. Il 58enne Jim Fergesson che ha appena ceduto la sua auto-officina (per 35 mila dollari) e il trentenne Al Miller il quale vende, con scarso successo e con tecniche truffaldine, vetture usate in un auto-salone che Fergesson gli ha affittato lì accanto, cioè sul suo terreno. Due bianchi che vivono in una società piena di «negri» (così allora si definivano gli afro-americani) e di immigrati. Fergesson è razzista (e ama McCarthy), Miller no o comunque è tranquillo nell’intrattenere relazioni, anche amicali, con qualche «ubangi» (la definizione è di Fergesson; «baluba» direbbe Bossi, «scimmia» preciserebbe Borghezio).

Appare e scompare – ma si intuisce che avrà un ruolo importante e il finale lo conferma – Mrs Lane (il nome di battesimo non ha importanza) una saggia e intraprendente «donna di colore».

Quei 35mila dollari incassati suscitano in Fergesson il desiderio di cambiar vita e… lo ficcheranno nei guai (molto di più non sarebbe corretto rivelare) e aumentano la depressione di Miller. Entrambi dovranno fare i conti con il misterioso e ambiguo Chris Harman.

Indecisioni. Finzioni. Totali incomprensioni. Inferni minimi dell’esistenza. Parole che non aiutano a liberarsi perché «la stessa lingua agisce contro di noi».

Consiglio di leggere la (ripeto: interessante) prefazione di Carlo Pagetti alla fine invece che all’inizio perché mi pare anticipi troppo e dunque finisce per togliere a chi legge il gusto dei – piccoli ma molti – colpi di scena. Concordo in pieno con Pagetti

sulle sue valutazioni (compresa quella secondo cui in Dick le automobili sembrano possedere «un’identità più precisa» dei loro padroni) e in particolare sui «tre motivi» che rendono originale, ricco e riuscito questo romanzo. Non mi trovo d’accordo invece sul giudizio del personaggio di Chris Harman che a mio avviso resta assai ambiguo, in un classico meccanismo dickiano di «penultima» verità. Questo abile Philip Dick realista ci mostra piccoli uomini che vivono barcollando in un’America che – ha ragione Pagetti – è già disumana prima dell’arrivo dei nazisti (di «La svastica sul sole» o meglio «L’uomo nell’alto castello»), degli androidi, di Valis, di Ubik, degli alieni, delle super-droghe o di chi/cosa vi pare.

Volendo si possono trovare molti motivi del fanta-Dick anche in questo romanzo: la realtà sempre sul punto di sfilacciarsi, di rivelare mondi sottostanti; la verità «sopravvalutata»; l’impossibilità di fuggire (alcune pagine ricordano il fantascientifico «L’uomo dei giochi a premio» ora ripubblicato come «Tempo fuor di sesto»)… Ma sono inquietudini che non appartengono al solo Dick o alla fantascienza ma in qualche misura probabilmente a ogni essere umano. Invece è divertente arrivare a pagina 85 e incontrare una (non proprio affettuosa) presa in giro di «Quoziente mille», uno dei peggiori romanzi di Poul Anderson, e della facilità con il quale guadagna soldi chi scrive science fiction, «navi spaziali e macchine per il viaggio nel tempo, roba del genere». Ma ovviamente Dick sta a Poul Anderson come Calvino a Baricco.

POST SCRIPTUM SULL’ASTRO-TECA DI STEFANO, PROFESSORE E GIOCOLIERE

A proposito di fantascienza/non fantascienza, la sera del 4 aprile Jolek (Fabio) mi ha trascinato a Rimini – grazie – per vedere «L’ultima astronave» di Stefano Benni (testi e voce recitante) con Umberto Petrin (musiche, bravissimo al pianoforte ma anche efficace spalla, soprattutto nel finale).

Lo spettacolo circola da tempo – è stato concepito per il Festival delle Scienze 2011 – e spero che girerà ancora; se vi capita a tiro non perdetelo. Il titolo non inganni, la fantascienza c’entra quasi nulla. Questa è la sintesi: «Cosa mettere su un’astronave che partirà per gli spazi siderali, una volta che la razza umana sarà estinta? Codici e invenzioni non bastano. Ci vuole la prova della capacità artistica dell’uomo, il suo sogno e il concreto desiderio di comunicare agli altri. Il meglio, forse, della sua storia. Una storia del mondo con in mezzo due scienziati pazzi, un dicitore e un pianoforte, e uno schermo dove appaiono quadri famosi e inattese sorprese. Dai graffiti paleolitici a Leonardo, dai mostri di Bosch a Velázquez, dalla sfida di Van Gogh a Twombly, attraversando Walt Disney, le ninfee, la restauration art, Klee e Bacon. Le parole degli artisti e altre parole scritte e reinventate. Il sorriso e il grido in letteratura, in musica e in pittura. Un viaggio ironico e crudele, in ciò che di meglio e peggio l’uomo ha da mostrare all’universo, nel caso vicino o lontano che debba scomparire».

Come sempre Benni è capace di stare nell’equilibrio – difficile e affascinante – fra sberleffo, serietà e poesia.

Cosa c’entra con il P. K. Dick qui molto amato? Molto a ben pensarci. In ogni caso, verso la fine Benni butta lì una frase dickiana: «La realtà è un incubo dal quale non puoi uscire».

POST-POST SCRIPTUM (se no che «ultima» astronave o «penultima verità» sarebbe?) CON BUSTA E FANCIULLA

All’inizio dello spettacolo Benni posa sul tavolo una busta e racconta che lì un gruppo di scienziati (riuniti a Tokio per calcolare la più probabile data della “fine mondo”) ha scritto la sua serissima ipotesi. Benni annuncia che forse alla fine aprirà la busta ma poi… non lo fa. Così io e Fabio mentre il pubblico sfollava siamo saliti – non invitati né autorizzati – sul palco e abbiamo preso la busta. Chiusa. Dopo una breve discussione fra noi (e sotto gli sguardi crescentemente inquieti di un gruppetto di persone) abbiamo deciso di dare un’altra possibilità alla razza umana… e non l’abbiamo aperta. Certo su questa scelta sofferta – ammeeeeesso che una data sia calcolabile, non vooooooogliamo saperla – ha contato la comparsa sul palco di una fanciulla visibilmente uscita da uno dei quadri che Benni aveva illustrato da par suo: non da un dipinto di Bosch o Bacon ma piuttosto da Leonardo, Velázquez o dal non evocato Tiziano. Quando le abbiamo affidato la busta chiusa ci ha sorriso. Un finale che sarebbe piaciuto ai nostri amici P. K. Benni e Stefano Dick.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Un amico e super-esperto di fantascienza dissente sulla mia equazioncina “Dick sta a Poul Anderson come Calvino a Baricco”. E’ offensivo – dice lui – perchè vicino a Dick e Calvino certo Anderson e’ di second’ordine ma mettere un buon intrattenitore con qualche lampo di genio (“La spada spezzata” ma anche racconti e personaggi sparsi qua e là) sullo stesso livello dell’insopportabile birignao di Baricco no. Opinioni ovviamente ma vedo, con piacere, che da queste parti è grande il disgusto per Bar-oco, Bah-ricco o come si chiama quello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.