Dietro la retorica del 4 novembre

Alcuni contributi sulle menzogne della “Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate” (che nasce già con una bugia)

Il 4 novembre in Italia si “festeggiano” l’Unità Nazionale e le forze armate, nella ricorrenza dell’Armistizio di Villa Giusti a Roma, armistizio tra Italia e Impero austro-ungarico in realtà firmato a Padova il 3 novembre 1918… ma tant’è, come detto e ridetto, e come già diceva Eschilo la verità è sempre la prima vittima di tutte le guerre.

Riprendiamo alcuni contributi, due da Cannibali e Re, due da il manifesto e uno (un punto di vista sardo specifico sulla retorica attorno alla Brigata Sassari, di tre anni fa ma sempre valido e attuale) da Etnos e Demos.

 

OGGI LO STATO SI AMMANTA DI RETORICA PER I MORTI DELLA PATRIA MA 100 ANNI FA CONVINSE I PADRI AD ODIARE I FIGLI SOLO PERCHÉ NON ERANO STATI UCCISI A CAPORETTO: LA STORIA DEI 100.000 PRIGIONIERI ITALIANI MORTI DOPO ESSERE STATI ABBANDONATI E CALUNNIATI DAI NOSTRI VERTICI MILITARI

Da qui: https://www.facebook.com/cannibaliere/photos/a.989651244486682/4431961246922314/

Tu mi chiedi il mangiare, ma a un vigliacco come te non mando nulla; se non ti fucilano quelle canaglie d’austriaci ti fucileranno in Italia. Tu sei un farabutto, un traditore; ti dovresti ammazzare da te. Viva sempre l’Italia, morte all’Austria e a tutte le canaglie tedesche: mascalzoni. Viva l’Italia viva Trieste italiana. Non scrivere più che ci fai un piacere. A morte le canaglie.” Così un padre da L’Aquila, rispondeva alla missiva del figlio, prigioniero a Mauthausen. La lettera agghiacciante è una delle tante ritrovate negli archivi militari e purtroppo esprime bene quale fosse l’opinione che almeno una parte del paese nutriva verso gli italiani internati in Austria.

Dopo la disfatta di Caporetto, i vertici militari, le autorità politiche e la monarchia non potevano certo assumersi la responsabilità del disastro. E così decisero di scaricare la colpa sulla testa dei poveri soldati. Di certo se il fronte aveva ceduto non era per ragioni tattiche o strategiche, per l’impreparazione dei comandi, per l’assenza di adeguati armamenti. Se il fronte aveva ceduto era per colpa di un complotto filo-austriaco, per la viltà dei fanti, per l’incapacità degli ufficiali subalterni.

Oggi, oltre a farci inorridire, queste tesi ci lasciano sgomenti, ma all’epoca la propaganda martellante, il patriottismo esasperato e il deliro bellicista, portarono numerose persone a credere ciecamente alla teoria del tradimento. Teoria che tra i suoi nobili sostenitori annoverava il prode D’Annunzio, il quale non esitò a definire i prigionieri come “imboscati d’Oltralpe”.

Le conseguenze di questa divulgazione caddero, in molti casi, sui legami di sangue che univano le famiglie. In tanti si rifiutarono di adempiere alle richieste dei propri cari. Tutti coloro che, invece, fedeli al vincolo d’amore, inviarono viveri dovettero fare i conti con i controlli governativi, che bloccarono centinaia di pacchi destinati ai nostri ragazzi. Cosa che nessuno degli altri paesi in guerra osò mai fare.

Le conseguenze furono terribili. Dei 600.000 prigionieri italiani, 100.000 morirono di fame e malattie senza che il governo muovesse un dito. Molti di loro con le ultime forze scrissero lettere accorate a quei familiari che ormai li detestavano. Erano ragazzi mandati a combattere un conflitto che non gli apparteneva, che avevano assaltato trincee, versato sangue ed ucciso in nome di una Patria a cui non importava nulla di loro.

Restano le lettere di ragazzi a cui i vertici militari avevano tolto tutto, compreso l’amore dei cari, grazie ad una propaganda bellicista di cui tante volte, tanti uomini sono stati vittima.

Perché come diceva Eschilo già 2500 anni fa, in guerra la verità è la prima vittima.

Cannibali e Re  Cronache Ribelli

 

“SOPPRIMETE QUEI BASTARDI”: NEL NOME DELLA PATRIA NAZIONALISTI E ISTITUZIONI NEL 1918 CHIESERO ALLE DONNE DI ABORTIRE O DI ABBANDONARE I NEONATI “FIGLI DEL NEMICO”. RICORDIAMO QUESTA STORIA NELL’ANNIVERSARIO DELLA FINE DELLA GRANDE GUERRA

Da qui:
https://www.facebook.com/cannibaliere/photos/a.989651244486682/4382667155185057/

“Lo Stato ha più che il diritto, il dover assoluto di difendere la società, sopprimendo comunque questi bastardi tedeschi, i quali se nascessero e vivessero sarebbero per le loro origini psicologiche e fisiche dei degenerati, dei delinquenti nati, e quindi ad un tempo, degli infelici e un pericolo permanente per lo Stato”.

Così tuonava Francesco Zanardino della Lega antitedesca sul Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini.

Alla fine della Grande guerra tutte le istituzioni italiane erano radicalmente antiabortiste. Nonostante ciò alle donne italiane che nel corso della guerra avevano avuto relazioni più o meno volontarie con soldati degli eserciti nemici si chiese con violenza di abortire. In molti casi si era trattato di autentici stupri di guerra, in altri, invece, furono i bisogni materiali o veri sentimenti a condurre molte donne in braccia “straniere”.

Si calcola che quasi un migliaio di donne siano rimaste “incinte del nemico”. Ovviamente agli uomini di governo, ai nazionalisti e alla monarchia nulla interessava della condizione fisica e morale delle donne, delle durissime prove a cui erano state sottoposte dalla guerra, delle sofferenze patite, delle violenze subite. La violazione dei loro corpi non era percepita come un grave fatto morale.

Gli stupri e le relazioni erano solo una “questione nazionale”; una serie di atti che ledevano l’onore della patria. E i bambini che ne sarebbero nati diventavano, per le pubbliche autorità, la prova vivente che il decoro italiano era stato calpestato. Numerosi intellettuali, giornalisti, politici, parlarono inoltre di “decadimento della razza”, di futuri “disordini sociali”, di “nemici politici” ancora in fasce. I corpi delle donne così ancora una volta divennero altrui proprietà, su cui tutti potevano dire la loro fuorché le dirette interessate. Alcune decisero di non portare avanti la gravidanza dinnanzi alle pressioni subite, altre invece diedero alla luce i “figli del nemico”.

Per molti di questi neonati si aprirono le porte degli orfanotrofi. Altre madri invece vennero abbandonate dai mariti che si portarono via la “prole legittima”, lasciando le mogli in condizioni di estrema povertà. Qualche capofamiglia infine accettò di accogliere figli che non erano biologicamente propri.

Con l’avvento del fascismo i figli del nemico divennero degli appestati di cui non si doveva più parlare. Reclusi negli istituti ne uscirono talvolta solo per andare a combattere nella Seconda guerra mondiale. Ora che bisognava morire per lei, quella patria che non li aveva mai voluti si ricordava bene della loro esistenza.

Cannibali e Re  Cronache Ribelli  

 

 

4 novembre, le celebrazioni che «sotterrano» tutto

Franco Corleone  da qui: il manifesto  5/11/2021 https://ilmanifesto.it/4-novembre-le-celebrazioni-che-sotterrano-tutto/

Il 20 e 27 novembre del 2020 vi fu sul manifesto uno scambio di lettere tra chi scrive (qui) e la Presidente della Commissione Difesa del Senato Roberta Pinotti (qui) sulla vicenda della legge per la restituzione dell’onore alle 750 vittime del militarismo e della giustizia militare dei Tribunali di guerra.

Le promesse di impegno per la risoluzione di una pagina tragica della follia della guerra si risolsero in un ennesimo insulto con l’insabbiamento della proposta di legge e l’approvazione di una risoluzione generica e senza atti di riparazione anche simbolici per ricostruire una memoria collettiva.

Nelle proposte di legge (Rojc e De Petris al Senato e Tondo alla Camera dei deputati), oltre al richiamo ai principi della Costituzione che non ammette la pena di morte e a precisi impegni per la ricostruzione delle drammatiche vicende denunciate nel 1968 da Forcella e Monticone nel volume “Plotone d’esecuzione”, si prevedeva che nel complesso del Vittoriano fosse affissa questa iscrizione: «Nella ricorrenza del centenario della Grande guerra e nel ricordo perenne del sacrificio di un intero popolo, l’Italia onora la memoria dei propri figli in armi, vittime della crudele giustizia sommaria. Offre la testimonianza di solidarietà ai soldati caduti, ai loro familiari e alle popolazioni interessate, come atto di riparazione civile e umana».

Cosa è accaduto invece?

Approfittando delle celebrazioni del Milite ignoto è stata affissa al Vittoriano una targa che recita così: «Nella ricorrenza del centenario della traslazione della salma del milite ignoto all’altare della patria, la Repubblica italiana onora la memoria dei propri figli in armi fucilati durante la Prima guerra mondiale per reati contro la disciplina, anche in assenza di un oggettivo accertamento della loro responsabilità, a testimonianza di solidarietà ai militari caduti, ai loro familiari e alle popolazioni».

Colpisce il riduzionismo storico, il linguaggio burocratico e leguleio e l’italiano zoppicante di una targa misera se non miserabile.

Per fortuna il Friuli Venezia Giulia con una decisione all’unanimità del Consiglio regionale ha approvato il 28 maggio 2021 una legge, non impugnata dal Governo, per la riabilitazione storica attraverso la restituzione dell’onore dei soldati nati o caduti nel territorio dell’attuale Regione Friuli Venezia Giulia condannati alla fucilazione per l’esempio.

Una bella prova di autonomia davvero speciale.

Il Presidente Mattarella per fortuna nel suo discorso per il 4 Novembre ha stigmatizzato «le colpe scaricate in modo scellerato sulle truppe, sino all’orrore del sorteggio per decidere, con la decimazione, i soldati da destinare alla fucilazione». Una frase non banale che condanna la pusillanimità della politica e del parlamento nei confronti del potere militare.

 

Milite ignoto, l’insegnamento è il «rifiuto della guerra»

Davide Conti   da qui: il manifesto  5/11/2021

https://ilmanifesto.it/milite-ignoto-linsegnamento-e-il-rifiuto-della-guerra/

 

 

 

 

 

 

 

La retorica celebrativa, ovvero il linguaggio pubblico utilizzato dagli Stati come espressione politica delle proprie liturgie civili, genera inevitabilmente una contraddizione esplicita tra il racconto epico ed il principio di realtà della storia.

Così il centenario del Milite Ignoto, la traslazione dei resti di un soldato caduto al Vittoriano, si trasforma da occasione di rielaborazione collettiva attorno ai significati epocali della devastazione della guerra mondiale (drammaticamente al centro del nostro presente nell’era del conflitto globale) a strumento declamatorio di processi unificanti che, giocoforza, si presentano come più immaginari che reali di fronte ai fatti della storia: dai massacri dei campi di battaglia alla distruzione dell’Europa; dalle fucilazioni degli stessi soldati italiani (ancora oggi non riabilitati ed espulsi dal racconto nazionale) ordinate dai Tribunali militari speciali sulla base delle circolari del generale Cadorna, alla successiva brutalizzazione della vita civile restituita dal ritorno dalle trincee dei reduci travolti da quell’esperienza totale.

Questo centenario si sarebbe potuto configurare come un’opportunità per guardare da un lato alla traiettoria storica percorsa dalle masse contadine, operaie, proletarie e sottoproletarie (che pagarono il prezzo più alto alla guerra in termini sociali e di vite umane) al tempo della loro irruzione nella sfera pubblica; dall’altro alla condotta della monarchia sabauda e delle classi proprietarie e militari italiane che a quell’«inutile strage», come la definì Benedetto XV, condussero l’intera società.

In realtà l’eterna narrazione, promossa oggi dalle stesse classi dirigenti e politiche del Paese, di una presunta debolezza dell’identità nazionale finisce per riproporre, nel discorso pubblico, temi e caratteri propri del nazionalismo volti a rappresentare un vincolo astratto tanto tra i caduti in battaglia ed uno Stato incarnato dal re come padre della patria, quanto dalla nazione come corpo unico-organico e madre dei figli-soldato.

Il Risorgimento aveva disegnato un perimetro valoriale che muovendo dal principio dell’emancipazione guardava ad una patria libera e indipendente in mezzo ad altre patrie, altrettanto libere e indipendenti. Il nazionalismo bellico e post-bellico operò la torsione di questo lascito storico fino all’approdo estremo ed apicale che si ebbe con il fascismo.

In quella concezione militarista la patria libera si tramutò in «nazione forte» come premessa alla politica imperiale e di potenza, ovvero l’anticamera della Seconda guerra mondiale e la strozzatura di ogni istanza di autodeterminazione dei popoli. D’altro canto come già ammoniva il patriota Cesare Battisti, dalle pagine de «Il Popolo» e de «L’Avvenire del Lavoratore», le guerre combattute per «gli interessi della borghesia» e per «odi nazionali» hanno sempre costituito «il bastone nella ruota del socialismo».

Il Paese reale di allora venne attraversato da complessità, fratture, conflitti e divisioni (interventisti e oppositori della guerra; nazionalisti e internazionalisti; ceti proprietari e classi popolari) che restituiscono molto della storia italiana del Novecento e ne fanno specchio per quella di oggi, attraversata dalle tante crisi del nostro tempo che muovono da quella pandemica per trasferirsi a quella sociale, ambientale e culturale. Un tempo presente in cui la guerra è prepotentemente all’ordine del giorno su scala globale e modella a sua immagine il profilo ideologico delle propagande nazionali.

La crisi sistemica accesa dalla miccia degli spari di Sarajevo nel 1914 trovò la sua conclusione con il secondo conflitto mondiale e l’ingresso definitivo della «guerra totale» nella vita delle società contemporanee.

Fitcion RAI sul milite ignoto

Un esito caratterizzato da un nuovo modo ideale di combattere e da una «misura altra» dell’impegno volontario data allo stesso concetto di patriottismo, incarnato stavolta dalla Guerra di Liberazione Nazionale. Da qui mossero le donne e gli uomini della Resistenza ovvero, come ha scritto nel suo libro di memorie il partigiano dei GAP di Roma Rosario Bentivegna, dalla concezione di Giuseppe Mazzini secondo cui «la Patria non è un territorio: il territorio non è che la “base” su cui una società di uomini liberi conquista, accresce e difende le proprie libertà».

L’approdo della Resistenza fu quella Costituzione repubblicana che, ponendo uno iato irriducibile con lo Statuto albertino del Regno, dichiarò per sempre nel suo articolo 11 il proprio rifiuto della guerra.

Da quel punto è necessario partire per restituire la dignità alle moltitudini ignote morte in trincea e per educare alla lotta per la Pace ed alla democrazia conflittuale e partecipata i cittadini della Repubblica non più sudditi della monarchia.

 

La Brigata Sassari tra “nazione italiana” e “razza sarda”

4 NOVEMBRE 2018 ~ Andria Pili in ETHNOS & DEMOS

http://Da qui: https://ethnosdemos.wordpress.com/2018/11/04/la-brigata-sassari-tra-nazione-italiana-e-razza-sarda/?fbclid=IwAR3vRUO7dSZAqxF0t2Ibt4C5cZ–y_YeYMyiMcBEPbmogfVZgJPGshK96bY

«Il sardo ha molto vivo e profondo il senso dell’onore e della fierezza (…) il soldato sardo non alza le braccia, non si arrende in combattimento e non conosce l’obbrobrio dello sbandamento. Niente urta di più il sardo che l’essere tacciato e sospettato di vigliaccheria. Il vero figlio dell’isola vuole fare sempre bella figura, il soldato sardo combatte per l’Italia e per la Sardegna».

Questo passaggio di uno scritto di Attilio Deffenu – intellettuale autonomista sardo, caduto nella Grande Guerra nel 1918 – è stato citato dall’On.Salvatore Deidda (Fratelli d’Italia) il 25 settembre scorso, entro un dibattito parlamentare riguardante la concessione della cittadinanza austriaca per gli altoatesini. Il fulcro del discorso del deputato sardo è che in Sardegna – pur essendo una Regione a Statuto Speciale e vivendo in una condizione peggiore dell’Alto Adige, a causa della distanza con il continente – a differenza di quanto avviene nelle zone in cui «si sputa sull’Italia», non ci si lamenta e si prosegue a servire fedelmente la «Patria». Il richiamo era dunque un modo per sottolineare la dedizione dei sardi che, pur avendo ragioni di insoddisfazione, non si sognano di venir meno ai propri doveri verso l’Italia ma sono addirittura disposti a morire per essa. Una citazione che mostra come – ad un secolo di distanza – la retorica nazionalista statale sulla Grande Guerra sia parte importante del nazionalismo italiano dei sardi, di un’identità sarda subalterna.

 

Per capire meglio è molto interessante andare direttamente alla fonte, leggere tutto il testo di Deffenu e, soprattutto, chiedersi il perché l’aveva scritto. Si tratta della «Relazione sui mezzi più idonei di propaganda morale da adottarsi fra le truppe della Brigata» (1918), scritta per conto del servizio di propaganda dell’Esercito; la sua tesi è che sia necessario prendere atto della esistenza, entro lo Stato, di regioni caratterizzate da «forme arretrate di convivenza» e cercare di sfruttare tale condizione per finalità pratiche (in questo caso, l’impegno bellico). Dunque, l’obiettivo della propaganda militare tra i soldati sardi deve essere quello di accentuare le doti naturali della loro etnia, al fine di portarle a vantaggio dell’esercito italiano; si tratta di trasformare in forza positiva gli elementi di arretratezza isolana. Infatti, il passaggio citato in Parlamento è preceduto da questo: «Ora il sardo ha, come i popoli alquanto primitivi che non hanno subito l’influsso di correnti di idee che sono l’espressione del più abbietto e materialistico egoismo». Insomma, le qualità belliche dei sardi e il loro spiccato senso dell’onore derivano dal primitivismo, carattere specifico di questo popolo a lungo isolato dalla civiltà. Il mito sciovinista-militarista della Brigata Sassari – come chiarito dalla storica Giuseppina Fois nella sua indispensabile «Storia della Brigata Sassari» (1981) – ha come fondamento le teorie razziste dell’antropologia positiva della seconda metà del secolo XIX: i soldati sardi sono dei selvaggi in divisa, sono degli abili combattenti all’arma bianca, proprio in quanto razzialmente inferiori, privi delle inibizioni della civiltà. Questo aspetto razziale del mito, presente chiaramente anche in Deffenu, è palesemente rimosso dalle celebrazioni del nazionalismo statale che, al contrario, vorrebbero che la Brigata Sassari fosse prova dell’italianità dei sardi e del legame indissolubile fra Sardegna e Italia, trasformando in un rapporto paritario quello che è un rapporto gerarchico in cui la prima è posta a servizio della seconda.

Tuttavia, sempre nella stessa relazione, troviamo scritto che al fine di ottenere il massimo risultato dai soldati sardi è necessario far loro credere il loro sforzo servirà a realizzare un «migliore destino» per la propria terra. Qui abbiamo l’idea del tributo di sangue, grazie al quale i 13000 morti sardi per il presunto compimento dell’unificazione italiana darebbero agli isolani il diritto di rivendicare l’acquisizione di pari diritti di cittadinanza o di reclamare l’attenzione dello Stato centrale per porre rimedio ai loro problemi. Anche in questo caso è palese un’idea di subalternità della Sardegna, che attende l’intervento salvifico esterno (italiano) per sottrarsi al disastro insito nella sua natura. Vediamo tale concezione anche nella battaglia politica per l’inserimento dell’insularità in Costituzione, sostenuta trasversalmente da centrodestra e centrosinistra, secondo cui la condizione geografica sarebbe un limite superabile solo con l’intervento attivo dello Stato garantito esplicitamente sulla Carta Costituzionale dello Stato. I rappresentanti del comitato promotore così si sono espressi, lo scorso 7 ottobre, in occasione della consegna al presidente del Senato delle 100000 firme raccolte a supporto della proposta di legge: “ci consentirà di rivendicare ancora con più forza ciò che ai sardi spetta di diritto. L’Italia ha un debito di riconoscenza nei confronti della nostra Isola, un debito che risale a quasi un secolo fa e che non è mai stato saldato”. Anche qui un richiamo ai sardi nella Grande Guerra e l’utilizzo del mito intorno alla Brigata Sassari a legittimazione del ruolo di mediazione della classe politica sarda.

 

Penso che la Brigata Sassari sia la rappresentazione concreta dell’identità sarda subalterna, al limite tra l’aspirazione a diventare pienamente italiani – in nome di ciò che l’ingresso nella nazione civica italiana rappresenti sul piano ideologico e materiale, fra progresso e sviluppo economico – e l’appartenenza ad una comunità nazionale distinta per territorio, storia e lingua. In questo senso, l’ideologia nazionalista italiana in Sardegna è funzionale a mistificare un rapporto di subalternità che non potrà mai essere paritario, legittimando il potere statale e della classe dirigente sarda.

Italianità “civica” e “razza sarda”

 La costruzione razziale del mito del combattente sardo si basa sull’idea razzista di una stratificazione storico-sociale dell’umanità: i sardi sono predisposti alla guerra a causa dello stadio razziale inferiore in cui sono rimasti fermi, lungo il cammino della civiltà; esattamente come gli africani. Paolo Orano nel suo «Psicologia della Sardegna» (1896) scrisse che fare dei nuoresi un corpo militare avrebbe significato mettere a frutto positivamente le loro «tendenze fisiche e morali veramente primigenie della razza». Alfredo Niceforo, nel suo «La delinquenza in Sardegna» (1897), descrisse tale tendenza dei sardi in un capitolo sull’aggressività come fattore individuale del sardo, condannandola appunto come un «ardore bellico (…) proprio delle razze e degli individui inferiori» che verrà superato con l’avvento della civiltà industriale. A mio parere l’antropologia positiva della seconda metà del XIX – già Lombroso (1876) e Sergi (1893) ritenevano i sardi inferiori a causa delle ridotte dimensioni del loro cranio – segna il passaggio, nella costruzione dell’identità sarda, dal mito dell’italianità naturale dei sardi all’idea orientalista di essi come Altro rispetto all’Europa occidentale; i sardi, dunque, devono italianizzarsi per raggiungere lo stadio più avanzato della modernità, abbandonare lo stato di arretratezza per entrare nella Storia.

L’italianità dei sardi è stata una scelta della classe dirigente sarda, una borghesia debole e dipendente, incapace di farsi «borghesia nazionale sarda» e di imporsi sull’aristocrazia feudale, come accadde altrove tra fine XVIII e XIX secolo. Sconfitta l’ala più radicale e popolare del movimento riformatore protagonista del triennio rivoluzionario sardo (1793-1796), si creò un legame sempre più stretto tra la classe dirigente locale e la Corona sabauda, sino ad una fusione perfetta con il Piemonte perseguita in nome del miglioramento della propria condizione sociale (ad es. pieno accesso agli impieghi pubblici, apertura commerciale) e della modernizzazione (superamento definitivo del feudalesimo e un sistema a protezione della proprietà privata); l’autonomia dell’isola era vista come un anacronismo da Vecchio Regime da abbandonare – nel 1847 – in favore dell’uguaglianza formale, per poter recepire le riforme che sarebbero state attuate sul continente da Carlo Alberto. In questo contesto, nella prima metà del XIX secolo, gli storici sardi dell’epoca riscoprirono la storia dell’isola con il tentativo di valorizzarla, toglierla dalla denigrazione o disinteresse degli stranieri. Ciò avviene nell’ambito della propria negoziazione per ottenere il riconoscimento della propria italianità: essere ritenuti appartenenti al mondo civile significa poter entrare a far parte del ceto intellettuale continentale. Passando anche per l’utilizzo di falsi come le Carte d’Arborea, si cercherà di dimostrare proprio questa italianità naturale, dunque la fusione perfetta come un ricongiungimento con la naturale patria italiana. Si utilizzava ancora l’espressione «nazione sarda», poi caduta in disuso a partire dall’Unità d’Italia o forse già dallo Statuto Albertino per cui la nazione era solo il corpo dei cittadini, acquisendo il significato politico, civico, moderno.

La realizzazione dello Stato unitario pose il dilemma di quella «Africa in casa», che la Fusione tra Sardegna e Piemonte aveva anticipato. Il Sud sottosviluppato venne inteso come palla al piede rispetto alle ambizioni della borghesia settentrionale, più vicina alle realtà europee più sviluppate. Inizia la costruzione del meridionale come italiano degenere, la parte cattiva degli italiani; i meridionali sono così posti al limite tra l’inclusione ed esclusione dal perimetro della nazione italiana. Il razzismo positivista della seconda metà dell’Ottocento diede una sistemazione scientifica alla costruzione orientalista già in atto da decenni, giustificando lo sfruttamento del Sud e delle isole per opera del capitale settentrionale. I libri di Orano e Niceforo sulla Sardegna sono collocati in un periodo ben preciso: la crisi agricola degli anni’90, provocata dalle politiche protezioniste della Sinistra storica (ad es. la guerra doganale con la Francia fece mancare ai produttori sardi un mercato importante) che portò ad una recrudescenza del banditismo. Le tesi razziali erano funzionali a spiegare il fenomeno allontanando lo sguardo dalle responsabilità politiche e sociali, incolpando così la stessa natura dei sardi, in particolare del pastore errante, emblema della sardità in quanto ritenuto il principale nemico del progresso dell’isola.

Nella prima metà del Novecento, specie durante il fascismo, l’idea di italianità della Sardegna si ripresenta evidenziando tre momenti chiave: la Romanità, l’italianizzazione primaria dell’isola sotto la dominazione pisano-genovese (Basso Medioevo) e il ricongiungimento con la Storia grazie all’avvento dei Savoia dopo il periodo buio spagnolo. In ogni caso è presente l’idea dell’unione con l’Italia come un passaggio obbligato per il progresso e la fuoriuscita dei sardi dall’isolamento mentre l’idea razziale sui sardi viene paradossalmente ribaltata non solo in quanto utile all’impegno bellico per l’Italia ma anche in quanto segno di una purezza razziale italiana. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la creazione dell’autonomia speciale si è invece affermata l’idea di adesione alla Costituzione Repubblicana antifascista come sinonimo di identità italiana oltre all’applicazione del dualismo modernità/tradizione – propria della teoria sociale ed economica che fece da sfondo ai Piani di Rinascita per l’industrializzazione dell’isola – in termini di italianità/sardità.

Tenendo conto dell’evidente difficoltà di collocare la Sardegna entro la costruzione dell’italianità, dati l’appartenenza ad un territorio dunque ad una comunità distinta con una sua lingua e storia particolare, penso che l’italianità in Sardegna non avrebbe potuto affermarsi senza puntare sull’idea civica di nazione italiana. Rispetto a quanto avviene nella penisola, in cui semplicemente ci si riconosce come italiani in quanto appartenenti alla comunità che sta su una regione geografica denominata Italia, in Sardegna l’italianità deve sempre essere giustificata in maniera esogena, alla ricerca di eventi storici chiave che avrebbero «saldato» il legame tra l’isola e la penisola – il tributo di sangue della Grande Guerra, l’avvento di Pisa e Genova o della lingua latina – oppure che rappresenterebbero particolari valori, aspirazioni di élite o di massa (penso alla Fusione perfetta come ingresso nella modernità o alla Resistenza antifascista dunque alla Costituzione della Repubblica). Su queste ultime due è bene ricordare che non solo l’isola non ebbe – per ovvie ragioni – resistenza popolare contro i nazisti (è singolare come sia l’unica regione italiana a non aver avuto una strage nazista) ma durante il referendum tra monarchia e repubblica votò per la prima; da qui si capisce come l’adesione dei sardi come popolo a questi eventi storici fondanti dell’identità dell’Italia repubblicana sia posta innanzitutto sul piano ideale. È chiaro come in questa costruzione l’italianità debba sempre essere intesa come qualcosa di positivo, malgrado – ricollegandomi all’esempio precedente – il fascismo sia nato non a caso in Italia, il Partito Sardo d’Azione sia stato un importante partito antifascista e autonomista di massa e non sia certo necessario essere italiani per essere antifascisti, essendo l’antifascismo un valore universale. Credo dunque sia evidente come – anche nel caso di un’idea «progressista» di nazione italiana – si ponga il problema di un’identità sarda subalterna, di un complesso di inferiorità che vuole i sardi incapaci di partecipazione autonoma alla storia globale senza l’intervento italiano e di un rapporto che è comunque sempre verticale e mai equo.

Perciò, la sardità è connessa a termini negativi (immobilismo, arretratezza, chiusura, isolamento) e con un passato «arcaico» o «primitivo» (nella migliore delle ipotesi richiama sentimenti, romanticismo, affetto per la terra natia); l’italianità, invece, in termini positivi (apertura, progresso, sviluppo). Il nazionalismo italiano in Sardegna più che operare per far comprendere ai sardi di essere italiani, mi pare più volto a far sì che essi comprendano la necessità di diventarlo: l’italianizzazione come emancipazione. Penso che entro questa concezione si possa comprendere l’ideologia intorno ai soldati sardi nella Grande Guerra.

Militarismo italiano e identità sarda

L’idea fascista di Sardegna relegava l’isola al ruolo di avamposto dell’italianità nel Mediterraneo; le sue fortune, dunque, erano strettamente legate alla «fase imperiale» dell’Italia nel Mare Nostrum. La medesima concezione sciovinista la ritroviamo in «Il valore del sardo in guerra», scritto da Medardo Riccio tra il 1917 e il 1920, per celebrare l’impegno dei sardi nella Grande Guerra, tramite la ricostruzione «storica» delle tendenze belliche del popolo sardo: «La storia della Sardegna (…) rivela il carattere, l’indole ed il genio di una stirpe che, come sentinella avanzata del Mediterraneo, ebbe la missione di difendere, colla propria terra, la civiltà latina e la libertà italiana». Missione adempiuta con zelo sia in occasione del tentativo di invasione francese di fine secolo XVIII («rinunziarono alle seduzioni ed al fascino della rivoluzione francese per rimanere italiani») che durante la permanenza forzata dei Savoia nell’isola, dopo l’invasione napoleonica del Piemonte («non solo l’asilo più sicuro della dinastia, ma altresì il baluardo inespugnabile della nazionalità italiana»).

Per la Repubblica, antifascista e ripudiante la guerra, la Sardegna – nel contesto dell’Alleanza Atlantica – riveste la stessa funzione di avamposto militare più importante dell’Italia nel Mediterraneo. L’isola, infatti, con i suoi poligoni militari (Quirra e Teulada, 12000 e 7200 ettari rispettivamente, sono i più grandi dello Stato) è indispensabile per le esigenze di addestramento dei soldati italiani. La Brigata Sassari fu rifondata tra il 1988 e il 1989 in un momento storico in cui la Giunta regionale presieduta dal sardista Mario Melis pose per la prima volta con forza la questione della riduzione delle «servitù militari» nell’isola. Né al ministro della Difesa né alle massime cariche militari dell’epoca deve essere sfuggita l’utilità del mito della Brigata Sassari al fine di giustificare l’occupazione militare, consentendo di presentare l’Esercito Italiano non come una forza estranea ma come parte importante dell’identità sarda:

«Nella storia della Brigata Sassari, ricca di fatti costruiti sull’eroismo, di sacrifici, di slanci umani che attengono alle caratteristiche dei sardi (…) cementarono le forti caratteristiche di una etnia (…) simbolo che ha una carica di intenso amore per la Sardegna e per la Patria (…) ridando ai sardi la loro bandiera, quel graffito di dolore e di speranza dal quale è nata la Rinascita della Sardegna (…) ha ridato ai sardi il loro vessillo di gloria e di speranza» [in nome di un] «rinnovato nuovo progetto alto e civile con la Sardegna».

(Informazione promozionale dello Stato Maggiore dell’Esercito, 08/04/1989, Unione Sarda, p.29)

“L’apertura di questa nuova caserma dell’Esercito rappresenta un ulteriore rafforzamento di quella relazione speciale che esiste tra la gente di Sardegna e i Dimonios della Sassari, una Brigata che è un’eccellenza delle Forze Armate, ed è nostro interesse che questa particolare connessione, dalle profonde e consolidate radici storiche ed identitarie, venga preservata”

(Il generale Graziano in occasione dell’apertura della caserma della Brigata Sassari, a Pratosardo, Nuoro, il 22 febbraio scorso – https://www.difesa.it/SMD_/CaSMD/Eventi/Pagine/Generale_Graziano_inaugura_Caserma_Prato_Sardo.aspx)

Oltre a ciò, il mito consente di riproporre l’idea di italianizzazione come emancipazione, dunque del militarismo nell’isola come fonte di progresso entro un finto rapporto «contrattuale» per cui la Sardegna deve compiere il suo dovere «per l’Italia» ma il sacrificio sardo deve essere ricompensato dallo Stato centrale. Nel discorso economico a difesa delle basi militari nell’isola – dalla propaganda delle Forze Armate agli esponenti di forze politiche di tutti gli schieramenti italiani – è molto comune l’idea dei poligoni come una «industria» all’avanguardia, l’unica che possa garantire reddito e trasferimento di tecnologia; oltre a ciò, i poligoni sono stati presentati anche come spazi che preservano il territorio dalla speculazione edilizia e dall’inquinamento dell’industria pesante. Siamo, come evidente, sempre dentro un discorso coloniale che vede la Sardegna naturalmente sottosviluppata e l’Italia come portatrice di progresso economico. A ben vedere, il sottosviluppo è invece una precondizione perché il militarismo possa prosperare nell’isola, non solo perché ci sarebbe meno disponibilità ad accettare il gravame ma anche perché lo Stato è totalmente disincentivato al perseguimento dello sviluppo economico. Le ricadute sulla Sardegna non hanno alcuna influenza sul buon fine delle attività connesse al settore della Difesa: non solo lo svolgimento degli addestramenti ma anche la generazione di profitti per le aziende che operano nel Distretto AeroSpaziale Sardo, fra cui la statale Leonardo, i cui interessi – per un governo italiano qualsiasi – valgono senza dubbio più di quelli di sardi del tutto impossibilitati a sanzionare un governo con il proprio voto.

Conclusioni.

Analizzare criticamente la vicenda storica della Brigata Sassari – dalla Grande Guerra alle missioni di pace – è utile per comprendere la realtà di una relazione gerarchica fra Sardegna e Italia, mistificata dal mito nazionalista italiano. Il banale nazionalismo dei sardi vede nell’italianizzazione un passaggio obbligato per la propria emancipazione sociale; la Brigata è un’ottima rappresentazione concreta di ciò, dato che in nome di presunti interessi comuni sardi e italiani – pro s’onore de s’Italia e de Sardigna – non fa che confermare la subalternità della Sardegna, un rapporto di servizio in nome di interessi esterni per cui un secolo fa – ma anche recentemente, vedi Silvio Olla e Alessandro Pibiri morti a Nassiriya nel 2003 e 2006 – si giunse a versare del sangue inutilmente fuori dall’isola e oggi si utilizza la Sardegna per finalità belliche volte ad aggredire altri popoli.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 Riguardo la storia della Sardegna su richiamata consiglio la lettura di: Girolamo Sotgiu, «Storia della Sardegna sabauda», Laterza (1986); Aldo Accardo, Nicola Gabriele, «Scegliere la patria», Donzelli (2011); «Storia della Sardegna dal Settecento ad oggi», Laterza (2006), in particolare – riguardo l’idea orientalista e razzista dei sardi – i saggi di Manlio Brigaglia, «La scoperta della Sardegna» (pp.84-97), «L’isola nature fra viaggiatori e antropologi” (pp.98-109) e di Maria Luisa Plaisant «Le radici dell’autonomismo moderno» (pp.60-73); Francesco Atzeni, «Riformismo e modernizzazione. Classe dirigente e questione sarda tra Ottocento e Novecento», FrancoAngeli 2000; su teoria della modernizzazione in Sardegna si veda Alessandro Mongili, «Topologie postcoloniali», Condaghes 2015 e Giovanni Columbu, «Il golpe di Ottana» (1975).

Sulla storiografia sarda della prima metà del XIX secolo: Aldo Accardo, «La nascita del mito della nazione sarda», AM&D (1996); «L’identità perduta» di Luciano Marrocu in «La perdita del Regno», Editori Riuniti (1995), pp.5-108.

Per la ricostruzione storica delle tesi razziste sui sardi si legga: Antonello Mattone, «I sardi sono intelligenti? Un dibattito del 1882 alla società di antropologia di Parigi», Archivio Storico Sardo, vol.35, n.3, 1986. Sulla costruzione dell’italianità e il razzismo antimeridionale si leggano in particolare Silvana Patriarca, «Italianità: la costruzione del carattere nazionale», Laterza 2010; Nelson Moe, «The View from Vesuvius: Italian Culture and the Southern Question», University of California Press, 2002.

Per l’idea fascista di Sardegna si legga il volume «Celebrazioni Sarde» (1937), in particolare l’introduzione di Alessandro Pavolini e la relazione di Arrigo Solmi, storico e autore di «Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel Medioevo» (1917). Per quanto riguarda l’idea di Costituzione Repubblicana come fondamento dell’identità italiana si legga «Essere sardi e italiani», Arkadia 2011, in particolare la relazione del giurista Pietro Ciarlo, tra i curatori del

 

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • 11 NOVEMBRE 1918 di Franco Astengo
    La prima guerra mondiale uccise 10 milioni di persone.
    Una catastrofe che durò quattro lunghissimi anni.
    Un immenso sacrificio umano compiuto sull’ara laica del più cieco nazionalismo.
    Da una parte gli interessi di pochi uomini potenti e dall’altra comuni soldati seppelliti sotto il fango, il sudore, le lacrime delle trincee.
    La terribile mattanza iniziata il 28 giugno 1914 con l’attentato di Sarajevo si concluse l’11 novembre 1918.
    Mosso da una forte preoccupazione per la ripresa delle idee sovraniste, la crisi delle organizzazione internazionali, i rischi di guerra insiti in una ripresa di confronto diretto tra le grandi potenze ho preso spunto dalla ricorrenza riguardante la conclusione della prima guerra mondiale per compilare questo appunto, dai contenuti meramente didascalici.
    Il tema che mi sta a cuore è quello del sorgere di un evidente pericolo di scivolamento del quadro internazionale su posizioni nazionaliste (oggi appunto definite “sovraniste”) : un fenomeno accentuato anche dalle condizioni dettate dal protrarsi dell’emergenza sanitaria e dal peso dei flussi migratori dovuti alle guerre e all’aumento delle distanze economiche, sociali, ambientali.
    E’ vero che siamo di fronte ad un fallimento come quello dell’UE e al “ritorno all’indietro” di quello che era stato definito come processo di “globalizzazione”.
    L’idea della “cessione di sovranità” dello stato – Nazione era stata incautamente accelerata mentre emergevano, ed emergono, da parte delle grandi potenze posizioni di tipo imperialista.
    In questo quadro è però necessario rifiutare uno scontro di taglio manicheo tra gli “ortodossi” europeisti – globalisti e i “neo – nazionalisti”, chiaramente orientati a destra.
    A questo punto emerge la necessità di rivisitare la nostra storia, soprattutto dei socialisti e dei comunisti italiani, nei suoi punti più alti.
    Si deve allora ricordare la conclusione della Grande Guerra mentre sembra risorgere il nazionalismo, vera matrice di quell’immane conflitto.
    Il nazionalismo racchiude in sé tutte le chiusure che si stanno verificando anche qui nell’Occidente sul piano etico, culturale, dell’interscambio.
    Un Occidente che i cultori della “fine della storia” pensavano di considerare ancora il punto più avanzato di espressione del pensiero del progresso politico.
    E’ necessario allora tornare a far capire che tutte le lotte: contro il razzismo, il militarismo, la sopraffazione di genere, portano in sé una matrice comunque che è quella dello sfruttamento.
    Lo sfruttamento che nasce dall’imposizione della logica del profitto sull’insieme delle attività umane.
    La sconfitta dei repubblicani nelle elezioni presidenziali USA non è stata sicuramente sufficiente ad allontanare il pericolo di ulteriori processi di imbarbarimento.
    Le forme nelle quali il nazionalismo si è storicamente espresso possono essere così riassunte: 1)Autoritarismo
    2)Interventismo armato
    3)Apologia della guerra
    In sostanza sono stati questi i criteri di politica interna ed estera assunti dalle maggiori potenze europee nel ciclo della crisi internazionale che ha portato al conflitto del 1914 e successivamente a quello del 1939.
    Gli elementi del nazionalismo, dell’autoritarismo e dell’interventismo armato rappresentarono i vettori ideologici per il disciplinamento delle masse e per la loro completa identificazione nel patriottismo fanatico.
    La competizione politica, a quel punto, si era trasferita sul terreno delle ideologie autoritarie e di origini biologiste (vedi antisemitismo) e della vocazione imperialista.
    Insomma: i punti salienti sui quali si sono innestate le catastrofi del ‘900 e che oggi, in veste modernizzata dalla tecnologia e dalla velocità di comunicazione, sembrano riproposte dalle maggiori potenze mondiali (affari militar – energetici compresi) come dimostra la contesa sui vari aspetti della transizione in atto.
    Una contesa malcelata dalla partecipazione ad eventi internazionali (vedi G20 di Roma o Cop 26 a Glasgow) utili soltanto a conservare determinate precise forme di disponibilità del dominio costringendoci a rievocare spettri (mai allontanati) del passato.

  • Ogni nazionalismo include militarism ed inevitabilmente fascismo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.