Dio è atterrato

un racconto di Mauro Antonio Miglieruolo

Iniziò alla breve, e crebbe con rapidità esponenziale, senza altro preavviso che l’ispessirsi del traffico. Macchine, sempre nuove macchine, macchine in entrata, macchine in uscita, macchine nervose, macchine che procedevano tranquille sulla corsia di destra, macchine impazzite su quella di sinistra, macchine che strombazzavano sfogando nel clacson il nervosismo emergente. Convulsamente, in fretta, mentre il nervosismo mutava in frenesia, necessità assoluta di far presto, d’approdare a alcunché, nuove auto si ammassarono alle uscite, altre procedettero in entrata, ostacolando la viabilità del Raccordo. Caos, smog, furore… Messo sull’avviso dall’addensarsi di tutta quell’agitazione (soltanto eventi fuori dal comune potevano giustificarla), mi affrettai a sintonizzarmi su un notiziario. La radio gracchiò la parte finale di un annuncio e tacque. Trenta secondi di silenzio. Infine la replica.

1

Dio è atterrato – udii dichiarare esterrefatto – e trasmette sulla lunghezza d’onda 93.600 delle Modulazioni di Frequenza…

L’inaudito della notizia, offerta nella giusta solenne intonazione, mi distrasse dalla guida. Fissai basito il frontalino. Come illuso che con il semplice sguardo potessi sciogliere l’enigma che sottintendeva l’annuncio. Il conducente di un furgone scelse proprio quel momento per accedere alla corsia centrale, indifferente alle urgenze di chi già la percorreva. Me lo trovai di fronte d’improvviso, in rapido avvicinamento e fui costretto a pigiare con energia sul pedale del freno. Dietro di me altri, sorpresi dalla manovra, tentarono di inchiodare gli automezzi; e tra sbandate, fumo azzurrino che fuoriusciva dai pneumatici, battiti cardiaci a mille, un coro discorde di clacson pigiati per protesta (il solenne ammutinamento degli impotenti), per la prima volta in vita mia temetti seriamente di incontrare lo sguardo assassino di Sorella Morte… sono fatto! dubitai. Avevo sulla destra una lunga fila di veicoli lenti. Sulla sinistra decine di bolidi che, tra insulti, bestemmie e imprecazioni, sorpassavano all’impazzata, protestando essi stessi, ché nessuno osasse interporsi. Non c’era che d’affidarsi alla collaborazione della vecchia auto, la solidità incerta dei freni, sulla cui efficienza nutrivo seri dubbi. Mi sarei spiaccicato. Invece no, i freni tennero. L’auto sbandò, ma poco. Riuscii a evitare il tamponamento (maledissi l’incosciente criminale che mi stava davanti). Rinfoderai deliri onirici e requiem vari, e pigiai una seconda volta e a lungo, il clacson, più cercando sollievo, che in segno di protesta. Il conducente del furgone rispose portando il braccio fuori dall’abitacolo, il medio dritto, puntato verso il cielo.

Schiumai rabbia.

Stronzo! Insolente! – urlai al suo indirizzo. Dio! Che imbecille! Aveva messo ambedue in pericolo e si permetteva pure di fare l’arrogante… La divinità indebitamente chiamata a testimone, rispose a modo suo, reiterando l’avviso appena ascoltato.

Dio è atterrato e trasmette sulla lunghezza d’onda 93.600 delle Modulazioni di Frequenza…

Pensai a uno scherzo, oppure che quelli della Radio fossero impazziti. A meno che non stessi ascoltando una trovata pubblicitaria atta a propagandare chissà quale nuovo prodotto, o quale partito, o setta smaniosa di ottenere una risonanza positiva alla sua predicazione!

Vada per la setta, decisi, pigiando il pulsante di sintonia automatica. Mi sembrava consono, coerente con il contenuto dell’annuncio: non finivano mai di macinare i mulini a vento della fantasia e del fanatismo! Sul nuovo canale però incappai nel medesimo annuncio, con relativa pausa a seguire.

Dio è atterrato e trasmette sulla lunghezza d’onda 93.600 delle Modulazioni di Frequenza…

Cominciai a preoccuparmi. Pigiai in fretta i pulsanti di diversi altri canali, senza altro ottenere che il medesimo altisonante, forse persino blasfemo, straordinario avviso. Dio è atterrato e trasmette sulla lunghezza d’onda 93.600 della Modulazioni di Frequenza… La preoccupazione aumentò. L’etere sembrava completamente invaso dallo stravagante, paradossale annuncio. Chi mai poteva reputare non soltanto ammissibile, ma anche conveniente offrire all’intero Orbe Terracqueo l’immagine empia di un Dio Conferenziere che entrava nell’Agone Massmediologico per propagandare in diretta i suoi propri prodotti? Che stupidaggini! mi dissi. Che forse è un alieno, Dio, che atterra e rivolge appelli all’umanità? È forse un astronauta, un digei, un mezzobusto qualsiasi? Un Predicatore Integralista? Un fanatico della Verità Rivelata male intenzionato a imporre a tutti la sua personale Via di Salvezza?

Doveva esserci qualche garbuglio, qualcosa di serio, dietro quella scempiaggine senza capo né coda; un qualcosa di importante (altrimenti non sarebbero stata occupata l’intera banda percepibile dalle autoradio), del quale era opportuno ne sapessi di più. Mi occorreva dunque uscire dal pauroso isolamento in cui mi confinava l’auto in corsa (la conclusione di tutti) e cercare qualcuno informato col qualche confrontarmi. Abbandonai (anche io) il Raccordo e mi immisi su una delle tante Vie che conducevano a Roma. Dopo un po’ le prime case, i primi pubblici esercizi. Parcheggiai l’auto in prossimità di uno di essi e vi entrai per attaccare bottone.

Ha sentito la radio? – chiesi subito dopo ordinato un caffè, cercando di parere disinvolto.

Non ascolto mai la radio – rispose il banconista, continuando a sciacquare bicchieri. – Solo la TV.

La televisione era accesa. Sullo schermo la superficie riservata alle abituali insulsaggini era occupata dal fastidioso effetto neve.

È guasta?

Solo il video. L’audio invece funziona. Però continua a ripetere a intervalli regolari una specie di assurdo ritornello in una lingua sconosciuta…

Il banconista concluse le manovre con l’acqua e iniziò a preparare il caffè.

Ecco? Sente? – disse non appena il televisore reiterò l’annuncio. – Non si capisce niente!

L’autocontrollo con il quale mi difendevo malamente dall’improprietà degli eventi fu per sfaldarsi. Ero sbalordito. Pur gracchiando fastidiosamente, il segnale audio era comprensibilissimo, assurdamente, desolatamente chiaro. Almeno la capivo io, che me ne sentivo angustiato, travolto da quell’allocuzione ciclica sul presunto atterraggio di Dio e sulle sue velleità predicatorie. Cercai di frenare la costernazione, di restare impassibile. Difficile. Impossibile non preoccuparsi. La pazzia di un solo uomo mette paura; quella di un’intera epoca terrorizza. Non indugiai oltre nei pensieri e nelle preoccupazioni. M’occorreva saperne di più e subito. Posai due euro sul bancone e mi precipitai fuori.

Armeggiai col telefonino. Non mi rispose alcuna voce nota, ma la stessa impersonale degli ultimi minuti che ripeteva, instancabile, con pervicacia degna di miglior causa, il monotono messaggio sulla materializzazione di Dio nel Mondo.

La preoccupazione cominciò a diventare panico. Anche perché solo a quel punto mi resi conto di quanta poca gente ci fosse in circolazione e quella poca, impegnata a raggiungere frettolosamente la propria dimora. Le persone parcheggiavano l’auto come capitava, apparentemente preda di un feroce attacco di diarrea, attraversavano a passo svelto i marciapiedi e scomparivano nei portoni.

Riuscii a fermarne uno proprio mentre scendeva dall’auto e l’interpellai.

Che sta succedendo? – chiesi. – Perché tutta questa fretta?

Come, non lo sa? Dio è atterrato e trasmette sulla lunghezza d’onda 93.600 delle Modulazioni di Frequenza!

Sì, lo so – replicai impaziente, più impaziente di lui che già si stava avviando. – Ma perché precipitarsi in casa?

Lo stupore per la mia inaudita ignoranza riuscì a avere ragione della fretta. Per un attimo dubitò fossi un qualsiasi seccatore in vena di attaccare bottone ma gli bastò un’occhiata per rendersi conto della mia ansia e, pietoso, decise di attardarsi a rispondere.

Stanno trasmettendo gli atterraggi in diretta. Ce n’è uno ogni pochi minuti, praticamente in tutte le capitali del mondo… E poi – aggiunse. – Per ascoltare in santa pace il Messaggio. In santa pace e insieme alla famiglia. Non le sembra importante questo? Che Dio scenda per far sentire la sua voce? Una occasione da non mancare?

Ma io alla radio non sento nulla. Solo il breve spot che sta trasmettendo…

Strano. Tutto lo sentono. Pensi, anche mio figlio che sta in Inghilterra, mi ha telefonato apposta, da quelli parti lo sentono in Inglese. Sembra stia trasmettendo in tutte le lingue e dialetti. Si vede che non è sintonizzato sulla lunghezza d’onda giusta… ma ora mi dispiace, devo andare…

Rientrai nel bar. Il gestore e alcuni avventori, forse gente troppo lontana da casa per sperare di raggiungerla in tempo, stavano seduti a semicerchio davanti al televisore e lo fissavano incantati. Anche io mi incantai. L’effetto neve era terminato. Al suo posto la fantasmagoria di colori del caleidoscopio. Proprio come bambini le persone guardavano il mirabolante succedersi delle variazioni, sempre più complesse e splendenti, e facevano oh: ohooo!

Ancora più stravolto tornai a precipitarmi fuori. Fui colto dalla vertigine del silenzio, un silenzio impossibile per la Metropoli, la quale persino durante le ore piccole amava far sentire ch’era ben desta. A differenza della notte, in cui s’ode comunque il riecheggiare di un continuo remoto di attività, foga d’essere inestinguibile appena rallentata, nella piazza antistante il pubblico esercizio l’esistenza medesima del rumore sembrava estinto. Non c’era anima viva in giro, non rumore di passi, e neppure il suono delle migliaia di televisori sicuramente accesi, tenuti a bassissimo volume da una infrequente volontà di discrezione. Chiusi i negozi, salvo, dall’altro lato della piazza, uno di elettrodomestici, che persisteva a tenere alzata la serranda. Chiuso il mondo, nel silenzio attonito di un avvenimento che non aveva precedenti, né paragoni.

Mi avviai verso il negozio di elettrodomestici. Ero quasi in prossimità del marciapiedi che le ante trasparenti, disegnate di logo pubblicitari, si aprirono per lasciar uscire una donna. La riconobbi nel subito del battito nel petto, l’emozione che saliva alla gola.

Flaminia! – gridai nello spazio vuoto della mente, lasciando che l’eco rimbalzasse verso il petto, e formasse un unisono col cuore, attento solo non uscisse di bocca. Ma poi, più forte di ogni pudore, il pensiero mutò in suono e il suono nel nome. Flaminia! – esclamai allora, un po’ chiamando, un po’ esultando. Da quanto, quanto tempo…

Flaminia non rispose. Restò sulla porta del negozio, le mani allacciate sul grembo, gli occhi bassi, come una bambina in punizione. Non c’era bellezza sul suo volto, segnato dal dolore. C’erano anni e anni di tormenti, i segni delle battaglie perdute, degli errori commessi e del prezzo pagato. E c’ero io, col mio amore, che anche in quello straordinario di circostanze le manifestavo. Dio poteva anche essere atterrato, ma non sapevo interessarmi a altro che a lei, a Flaminia, all’unica amabile che avessi mai amato.

Flaminia – ripetei in un soffio, inconsapevole di farle ancor più male esprimendo il tanto turbamento. Non le era certo di conforto sapere che, pur dopo i molti anni, io l’amavo, l’amavo ancora. Capire che solo la sorpresa dell’incontro dava spazio a quell’espandersi di sentimenti, e all’ostilità di sempre, al continuo rimprovero di non manifestarsi. Ch’ero ancora perduto per lei, lontano, ostile. Povera Flaminia…

Sempre immobile sulla porta del negozio, sollevò gli occhi appena, per dare uno sguardo fuggevole alla mia espressione. Le fece male ciò che vide, perché nel subito accentuato del turbamento, una lacrima iniziò a formarsi nel bello degli occhi (gli occhi, gli occhi non erano cambiati!), seguita poi da un’altra, a disponendosi ambedue a scendere, attraversando gote ormai abituate a loro, completare, a mia edificazione, un percorso di dolore. Anche nei miei sopravvenne l’umido e con l’umido i ricordi, i motivi del rancore, aprendo ferite non del tutto rimarginate. Rabbia e delusione furono sull’istante mie e io loro, voluttuosamente perduto in quell’acre di compiacimento, quella piccola complicità che sempre occorre affinché il furore possa devastare l’animo.

Puttana! Sei solo una puttana! Sentii il bisogno di gridarle, come le avevo gridato allora.

Flaminia, come colpita del cupo sottinteso di quel turpe attributo, che m’usciva dagli occhi per espandersi intorno, corposo, fece per arretrare; un sordo lamento le uscì di gola, un rantolo da ammalato, un verso indefinibile che mutò in singhiozzo e la costrinse a cedere, a dichiararsi vinta contro l’incalzante esercito del dolore. Scese allora sul marciapiedi e si mise a correre, singhiozzando forte.

Flaminia! – la chiamai ad alta voce. La fissavo procedere ingobbita, nell’atteggiamento da vecchia che aveva imparato ad assumere, mentre frugava nella borsetta alla ricerca di un qualcosa per asciugarsi gli occhi o immergervi il viso e singhiozzare meglio; e in quel punto d’estrema inconclusione, colpito da tutta quella pena, un velo di pietà si stese sui pensieri e riscaldò il freddo del cuore; rabbia e rancore s’attenuarono e per la prima volta dal loro sorgere sentii che potevo rimetterle i suoi torti e assolvermi dai miei. Sentii che potevo perdonarla. E la perdonai, forse… nell’istante di quel forse, che non era dubbio, ma un prendere tempo, il rinviare l’atto a momenti migliori, il sopravvenire irruente, insieme alla pena di prima, una clamorosa diversione scacciò Flaminia dai miei pensieri. Proveniente dall’interno delle case, dai rari negozi ancora aperti, un furioso vociare, il fragore di mille televisori, irruppe nella piazza, la riempì di rumore. Mille, diecimila speaker, in mille, diecimila lingue e dialetti diversi, diedero conto della loro eccitazione pronunciando frasi che si accavallavano, si intrecciavano, ostacolandosi l’un l’altra, impedendo ogni comprensione. Furore furore eccitazione… parole prive senso, affastellate dal caso. Dio, Astronavi, Messaggi, Redenzione… Assordato da tutto quel pazzo argomentare, parole parole parole, un fiume interminabile crescente, mi guardai intorno in cerca di scampo. Non ve n’era che uno, la mia automobile. La raggiunsi in fretta e mi ci chiusi dentro.

Il fragore dello sportello che sbatteva coincise con l’inaspettato ritorno del silenzio. Tacquero i palazzi, tacquero i negozi, tacquero i televisori. Solo, nel sereno del prolungato meriggiare, il rumore di un’auto in avvicinamento, l’auto dell’ultimo ritardatario.

L’auto, una piccola utilitaria che procedeva annunciata da un rumore di lamiere allentate, si fermò proprio accanto alla mia. Il conducente, un ometto calvo sulla sessantina, tirò giù il finestrino. Tirai giù il mio.

Alle sei! – gridò mettendo appena fuori la testa. – Alle sei inizia il ciclo dei messaggi personalizzati. Si affretti…

Perché? dovetti chiedere con la perplessità piena d’uno sguardo alle prese con l’enigma già da troppi minuti. Che valeva affrettarsi? Rispose con un sorriso pieno di fiducia, un sorriso così innocente che fiducia diede. – Vada, vada… – insistette. – Rischia di perdere il meglio…

Ignoro perché e come, ma l’invito produsse il suo effetto. Alcuni minuti più tardi, dopo un intervallo di vuoto mentale in cui ero stato preda integrale degli automatismi, mi ritrovai a procedere col motore imballato sulla strada di casa. Andavo in seconda, il motore al massimo. L’urlio del motore tormentato mi rimbalzava contro dalle facciate dei palazzi. A parte me, nulla si muoveva. La mia era l’unica realtà mobile, mobile e rumorosa, che occupasse il fondo stradale. Non gente sui marciapiedi, non auto agli incroci, nessuno ai semafori. Dio era sceso in terra e aveva riaperto il paradiso, il paradiso degli automobilisti. Attraversai all’impazzata una piazza, solitamente ingorgata dalle macchine. Un brivido, l’improvviso ritorno della consapevolezza, accelerarsi dei battiti del cuore… Rallentai. L’urlio del motore s’acquietò. Rallentai ancora e mi acquietai anche io. Sciolsi ogni preoccupazione e lasciai libero spazio al libero corso dei pensieri.

2

E se fosse vero? dubitai allora e per la prima volta. Se veramente Dio fosse sceso in terra e stesse parlando agli uomini? A TUTTI gli umani, nel linguaggio e nel sentire individuale di ognuno. Sei miliardi di messaggi personali, sei miliardi di comunicazioni a hoc, al livello coscienziale del destinatario… perché no? Dio non poteva forse? Non era nei suoi attributi? Nell’irrazionale logica delle cose? Invece di inviare suoi rappresentanti, si presentava lui stesso, in prima persona, essere concreto, forma parlante, Dio al cospetto delle sue Creature… che poi, a guardar bene, non era molto, non un vero presentarsi, salvo la messinscena degli annunci e, probabilmente dell’atterraggio; non altro che la mera concretezza di un apparecchio che emetteva suoni, una mediazione, non certo la voce sua diretta (ma Dio aveva una voce?) in un meraviglioso impossibile faccia a faccia da amanti o dirimpettai in vena di parola. Dio articolava sei miliardi di annunci e un insieme di apparecchi, radio, telefoni, TV, li diffondevano per il mondo… la potenza di Internet moltiplicata e unificata in funzione di una buona causa… la Sua buona causa… già, perché no?

Perché no! Risposi a me stesso selvaggiamente. Perché stavo impazzendo, io come tutti, travolto dal comune delirio, dalla volontà generale di inebriarsi di prodigi. “La Sua causa”, avevo pensato. Oddio! La Sua causa! Con la S maiuscola. Con il desiderio di crederci, se già non ci credevo!

Spaventato dalla slealtà di quella particella inserita a tradimento nel viluppo delle ruminazioni, mi indussi alla freddezza, a tornare a me stesso, alla razionalità che mi contraddistingueva, all’immagine di persona con i piedi ben piantati in terra costruita in tanti decenni e dalla quale non desideravo separarmi. Ma quale causa! Ma quale Dio! E quale atterraggio! Figuriamoci! Dio, se pure era possibile ammettere l’esistenza di un essere simile al concetto racchiuso nella parola Dio, che si prendeva il disturbo di volgere l’attenzione al minuscolo granello di sabbia che roteava implacabilmente e inopportunamente nei cieli, miliardi e miliardi di anni di corsa inutile e di presenza assente, per predicare a esseri ancora più minuscoli, tanto piccoli da situarsi al limite della spettro di visibilità: a predicare proprio a loro, fantasmi erranti in una realtà senza capo né coda, pazzi ottenebrati dai desideri, dalla lussuria, dall’ispirazione a tradire e perdersi, uomini in perpetuo conflitto con la loro propria umanità… Dio, qualunque fosse il concetto che riempiva il termine, era di sopra da simile, fantasiosa eventualità. Non si può essere la parte e il tutto nello stesso tempo. O l’una o l’altra cosa. O Dio era un Marziano capace di rocambolesche, fantasmagoriche discese al mondo, o era il Creato che quel mondo conteneva. Dio era l’Inspiegabile e l’Inavvicinabile per antonomasia, il Troppo Grande per l’Intelligibilità umana. Il Troppo in Alto d’ogni possibile speculazione. La forma non forma dalla quale originavano tutte le forme. Un tale Essere non si svegliava d’improvviso, al termine di innumerevoli Eoni per dare la sveglia ai discoli che abitavano il martoriato pianeta Terra…

O sì, invece?

L’interrogativo, che ripeteva, insinuante e ostinato, il dubbio di poco prima, insistette nell’esigere da me una risposta; volle riprecipitarmi, consapevolmente questa volta, nella medesima fretta di pochi istanti prima: nel medesimo frenetico che aveva rapito tutti e aveva vuotato le strade. Desiderai anche io abbandonarle. Agognai il sicuro delle quattro pareti, il conforto della poltrona e le luci fantasmatiche degli aggeggi elettronici in attività. Agognai sapere, assistere alla manifestazione degli eventi epocali ossessivamente annunciata e fino a un istante prima sprezzati. Ma soprattutto entrare nel medesimo di tutti, con un credo, un simbolo, un obiettivo, una speranza capace di restituire luce a me e al sole.

La cercai, la volli, l’invocai quella speranza. Lo feci per l’intero percorso, in macchina e nell’ascensore, salendo al quinto piano di casa, e non appena mi chiusi la porta alle spalle e sedetti sulla poltrona. Pensavo sempre a quello. Al Dio delle convenzioni e a quello delle speculazioni. Al Dio Eterno e a quello (o quelli) provvisorio con cui ci teniamo buoni. Un Dio dai mille volti e altrettante sfumature. Dio spirituale e Dio concreto, Dio astrazione e Dio Totem. Quasi ogni cosa poteva essere Dio. Quasi tutto oggetto di adorazione (un animale, un oggetto, un normale essere umano…). Anche io avevo avuto il mio Dio, l’essere in cui più avevo creduto. Flaminia. L’avevo amata, adorata e considerata Dio. Il mio Dio, la verità esatta espressa dalla locuzione mio Dio… Flaminia…

Qualcosa, qualcuno, un animale selvaggio, m’afferrò per le viscere, graffiò e morse, distrusse, mi indusse a ansimare. Un malessere interiore tremendo… Flaminia, mormorai, senza altro scopo che quello di ripetere un suono che un tempo mi provocava tanta dolce emozione ed ora solo affanno. O forse con lo scopo recondito, puro masochismo, di macerarmi col recente ricordo dell’incontro, di riprodurre la medesima pena al primo apparire delle lacrime, e poi la fuga, le spalle curve ingobbite, la sconfitta iscritta in ogni atto, ogni mossa… quanto grande il dolore di quella creatura! Quanta disperazione! e io ero il responsabile, io il carnefice, io che nel più profondo dell’anima continuavo a tenerla cara, a accarezzarla, a invocarne la presenza… io che selvaggiamente gridavo contro di lei, mostrando il pugno minaccioso, digrignando i denti… io, che mi volevo tanto buono e non riuscivo a trovare in me la forza per rompere i ponti col rancore… ne invocavo il nome trascinato dalla segreta speranza che dopo avermi fatto tanto male, anestetizzato dalle tante volte, finissi per diventare impermeabile al malessere, forte contro ogni dolore… Flaminia, ripetei. E nella ripetizione, il miracolo. Perché subito feci eco a me stesso con un intenerito povera Flaminia! che mi riempì il petto di calore… mi fornì il coraggio di affrontare la verità sicura della comune situazione. Povera Flaminia, certo; ma più ancora poveretti tutti e due, così tanto legati e pur così divisi…

Basta! Dissi a me stesso. Basta tormentarsi…

Mi alzai e accesi il televisore. Un coro di fischi, sibili e fruscii di elementi elettronici malfunzionanti si levò dall’apparecchio. Nessuna immagine, solo effetto neve e rumori incomprensibili. Sì, forse, anche lontana, sommessa una voce che recitava sillabe elementari, prive di senso. Era quello ciò che Dio aveva da comunicarmi sui misteri della vita e della morte? Un ben scarno contenuto…

Non sedetti di nuovo. Uscii sul pianerottolo e bussai alla porta dei vicini. Dovetti pigiare tre volte il campanello prima che la loro figlia diciottenne mi aprisse. La ragazza si scusò per avermi fatto attendere.

Dio stava dicendo qualcosa d’importante… mi scusi per averla fatta attendere, ma non riuscivo a staccarmi dal televisore…

Brutto segno! pensai. Da invasione degli Ultracorpi! L’umanità si stava trasformando rapidamente in un’accozzaglia di posseduti, di ipnotizzati da un qualcosa a cui era stato sovraimpresso il nome di Dio.

Ora ha smesso? – chiesi con palese intenzione ironica.

Mi fissò sbalordita.

Madonna! Signor Antonio, ma che ha? Si vedesse in faccia!

Mi parli di Dio – insistetti. – Delle sue belle prediche…

Non si lasciò scomporre.

Adesso tocca a mio padre… sta parlando a lui… poi toccherà a mia sorella e poi di nuovo a me…

A lei due volte?

Due, tre, dieci volte, tutte le volte che servono… Dio non smette mai di parlare con noi, cosa crede? Che si stanchi? No, lui non si stanca. Lui trasmette, trasmette sempre. Siamo noi a non ricevere sempre.

Capisco – dissi mentendo, perché non solo non capivo, ma rifiutavo anche di capire.

Perché non entra? – mi invitò facendosi da parte. – Su, solo un attimo, così ascolta anche lei…

Di là proveniva una voce carezzevole, lenta, che pronunciava frasi nel dialetto incomprensibile del padre della ragazza. Mi lasciai affascinare dalla voce e ne seguii la traccia sonora. Diedi due, tre passi e la voce si spense, quasi si annullò. Quando fui nella stanza era tornata a essere l’insieme di dissonanze che emetteva anche il mio. Nessuno disse nulla, nessuno commentò. Solo la ragazza continuava a fissarmi in viso, pietosa. Si capiva come fosse addolorata per me, non tentava minimamente di nasconderlo. Gli altri invece, prima con lo sguardo fisso in terra, poi fingendo di guardare fuori, iniziarono a intrecciare le loro opinioni sugli avvenimenti.

Dio si è fatto furbo – disse uno. – Non manda più gente in carne e ossa a occuparsi di noi. Profeti, Veggenti, Consiglieri, Messia… No. Sa che brutta fine gli faremmo fare. Adesso se ne scende armato fino i denti, con quelle sue poderose astronavi, tonnellate e tonnellate di acciaio, e bombe e missili, raggi della morte e chissà quante altre diavolerie, un vero arsenale, e senza dirlo, ci dice l’essenziale: provateci e vi faccio a fette. Non che abbia veramente l’intenzione di usarle quelle armi. Vuol solo farci sapere che ce l’ha… così tutti se ne stanno buoni e niente strane idee per la testa…

Ma che dici? Dio è forse un allievo del Pentagono? Un mafioso? Un bullo di periferia? Ha forse bisogno di intimidire, Dio? Macché armi e acciaio! Io non ne ho vista di quella robaccia che dici. Tecnologia dura, grigia, in atto di minaccia… Ho visto invece piccoli aerei di velluto, multicolori, con ali di farfalla e vocazione di libellula. Tutta roba così, leggera, artistica. Non ti sbagliare, amico, Dio è un pacifista a oltranza, uno tranquillo, pacato, di quelli che non alzano mai la voce…

Parlate senza sapere. Senza avere veramente visto. Io invece sì, ho visto. Ho visto questa discesa di Dio. Non è come dite voi… niente aerei o astronavi… si trattava di una specie di sedia gestatoria che scendeva frenata da quattro potentissimi razzi e Lui sopra, seduto comodo, le gambe accavallate, che prendeva appunti per chissà quale scopo…

Erano in quattro lì dentro, ma solo tre partecipavano alla discussione. Il quarto se ne stava zitto, ascoltando le sciocchezze degli altri e tamburellando con le dita sul ripiano di cristallo del tavolo dietro cui era seduto. Incontrò il mio sguardo e mi rivolse un cenno d’intesa. Mi capiva. Stava zitto apposta, per meglio concentrarsi sulle cose e comprenderle.

Io non ho visto un bel nulla – intervenne. – Visto e udito nulla. E voi tutti mi sembrate pronti per il manicomio e vi ci chiuderanno, sicuro come la morte, se insistete con le vostre allucinazioni…

Non sono solo, dunque, pensai ascoltandolo. Qualcuno oltre me aveva conservato la ragione. Era possibile ve ne fossero altri, forse tanti…

Me ne tornai di là e la ragazza dietro, mi seguì silenziosa fin sul pianerottolo. Aveva fatto sempre in quel modo, sin dalla prima volta che c’eravamo conosciuti. Lei cinque anni, io già venticinque. Mi veniva sempre dietro, guardandomi con i suoi grandi occhi meravigliati e ignari e chiedendomi in continuazione, perché questo e perché quello, una infaticabile fabbrica di perché, che non riuscivo a saziare. E da grande ancora, appena poteva, mi si avvicinava arrossendo, per darmi del lei e seppellirmi ancora sotto valanghe di perché, perché impliciti, perché affannati, il perché dell’amore e della delusione, della crudeltà e dell’impossibilità di mantenersi innocente. Molti perché dati attraverso confidenze impossibili da comunicare ai suoi e probabilmente inutili da comunicare a me, che in essi raramente riuscivo a destreggiarmi.

Mi seguì fin sulla soglia di casa. Lì dovette fermarsi. E io pure, paralizzati ambedue dalla sorpresa. C’era Flaminia ad attendermi accanto alla porta d’ingresso. Una Flaminia nuova, ferma, la spina dorsale dritta, l’espressione determinata della persona che sa di non voler tornare indietro.

Dio mi ha parlato – disse con semplicità. – Per questo sono qui. Per chiederti perdono.

La figlia dei vicini la fissava a bocca aperta. La chiuse per dire qualcosa, l’indiscreto di una frase che udii a malapena e solo più tardi decifrai il senso.

La perdoni, Signor Antonio – piagnucolò tendendo ambedue le mani verso di me, come ad abbracciarmi, o per aprirsi a una preghiera. – La perdoni…

Paventai la debolezza romantica di quell’appello, il tono di voce accorato, anche lei, la ragazza, per una sciocchezza aveva appena perduto un amore, e la pietà condensarsi in una qualche resa. Paventai la fermezza dello sguardo di Flaminia, quello sguardo ora così puro, così trasparente, a cui la coscienza pacificata aveva restituito l’antica bellezza. Paventai anche la vergogna che sentivo sorgere in me, vergogna per la tanta meschinità che l’aveva fatta da padrone; e non desiderando cedere, né risprofondare negli abissi del rimorso, senza curarmi di loro, aprii d’impeto l’uscio e mi precipitai dentro. Il battente sbatté fragorosamente alle mie spalle, sollecitando il me stesso inferocito a analoghi gesti di clamore.

Antonio… Antonio… – sentii chiamare da fuori in tono accorato. Flaminia non si appellava più alla mia indulgenza. Mi offriva la sua. Mi carezzava con la voce affinché non continuassi a ferirmi col rancore.

Antonio…

Antonio non rispose. Lasciò che la bestia ch’era in lui s’espandesse, diventasse padrone del corpo e della mente. Trascinato dalla bestia digrignai i denti e mentre fuori continuavano a chiamarmi (anche la figlia dei vicini aveva voluto unire i suoi appelli a quelli di Flaminia) dentro il disordine ebbe luogo. Afferrai la prima cosa che mi capitò sottomano e la scagliai contro il muro. Trascinato dal gesto, ne afferrai una seconda e poi una terza e una quarta e tante altre, esaltato dai miei stessi atti; e mentre passavo dalle suppellettili ai mobili, fuori piangevano per me e continuavano a chiamarmi e a bussare alla porta e dire Antonio Antonio, ti prego apri… A un certo punto alla loro voce si unì quella del padre della ragazza e quella di altri, altri pietosi, uniti dalla necessità di indurmi a smetterla. Poverino, poverino, pigolavano le femmine, dando la possibilità ai maschi di scuotere la testa, dire che così non si faceva, bisognava averci le palle, e che insomma, usare la testa, che diamine, non si poteva mica lasciarsi andare in quel modo…

In quale modo, allora, uno doveva lasciarsi andare? Ne esisteva un altro, forse? No, io non lo conoscevo. E se esisteva, non mi interessava, non mi serviva conoscerlo. Per cui, sospinto dall’implicito della mio aver ragione, ah! che ma la davo per bene, tutta completa, senza attenuanti, quella ragione! sospinto da essa, mi lasciai andare come potevo, scuotendo gli scaffali e scagliando oggetti intorno. Avevo dentro, tanta, troppa energia d’impotenza accumulata, tanta da diventare potenza, una nova umana scatenata, per non lasciarmi andare. Colpii ovunque, le mani che ormai sanguinavano e una ferita pure al volto; e continuai a colpire finché, brutto e grigio come sempre, il televisore, rispettato per una qualche oscura ragione, non mi si parò davanti. Era rimasto per ultimo, placido come sempre, nel suo uguale, pieno di non messaggi, di borbottii e borbogli. Sempre enigmatico.

Fu allora, nel confronto dell’uno contro l’altro, un duello rusticano, io che rischiavo di prevalere, com’era inevitabile prevalessi, se la lotta restava sul piano puramente fisico dello scontro basato sulla forza bruta, l’apparecchio pronto a implodere nella sua stessa materia morta; fu a quel punto che nell’ancestrale menabò della trasmissione venne introdotto il diversivo che sconvolse i rapporti; che lo schermo si illuminò, presero corpo le immagini, la voce consentì a lasciarsi capire (con la medesima maestà con cui è venuto, sta tornando al suo Alto nei Cieli, udii). Insieme al sopravvenire del significato, si diffuse, lentamente, col il medesimo soffice con cui muove la nebbia, la medesima luminescenza dorata che avevo visto posarsi sul volto degli spettatori, la seconda volta che ero entrato nel bar. Rammentai le espressioni intente, l’espandersi carezzevole della luce e il rapimento di ognuno. Anche io rapito. Una singolare dolcezza, singolare perché radicalmente opposta alla furia di poco prima, si impadronì di me. Come prima il furore, fui sua, preda della dolcezza, preda complice e consenziente.

Dio sta partendo… mormorai. E nel mormorio la pena, che si sovrappose alla dolcezza e quasi la cancellava. Non più oscurato dai pensieri e dallo scetticismo, compresi che stavo per perdere la mia occasione, la mia ultima occasione. Non ne avrei avute altre, non in questo piano d’esistenza almeno. Perché in effetti Dio, il mio Dio, l’altro, non quello che da fuori aveva smesso di chiamarmi, quello che dava senso al mio essere vivo e alle convulsioni con cui interpretavo la mia parte, quel Dio stava per abbandonarmi. Stava per partire, dandomi l’estremo addio. Si apprestava a decollare e perciò e non avrebbe più trasmesso sulla lunghezza d’onda 93.600 delle Modulazioni di Frequenza… né su altre lunghezze d’onda… né per me, né per nessun altro.

Me lo dicevano con estrema crudeltà le immagini che campeggiavano sullo schermo del televisore. Nel ridotto del piccolo schermo poteva essere ammirato uno spettacolo notturno da inizio del mondo. Luci in quantità e persone, una distesa pressoché infinita di persone. L’operatore sembrava felice di mostrarle accalcate le braccia in alto per salutare la divinità in partenza. Errando da una parte e l’altra della grande spianata arrivò a inquadrare il punto focale della generale attenzione. Un inaudito mobile in partenza. La grande, gigantesca astronave globulare con cui il Visitatore era sceso e si apprestava ad andare.

Ne ammirai le linee, l’estrosa inventività che l’aveva tratto dal regno del possibile. Un corto uovo posto in verticale e poggiato su decine e decine di buster che emettevano già i fumi della prossima partenza. Si riscaldavano i motori. Ma le luci non erano solo all’esterno del fantastico mezzo, ma anche all’interno. Innumerevoli finestre si aprivano sulla fiancata dell’astronave, migliaia e migliaia, e da tutte spirava la stessa luce che aveva permeato di sé la stanza. A ognuna di quella finestre un occhio guardava fuori, contraccambiava gli sguardi che si concentravano verso l’interno, avidi di sapere, di constatare, di meravigliarsi…

I fumi emessi dai buster trasformarono in fiamma, le fiamme divennero pilastro di fuoco servendosi dei quali l’immane mezzo prese a salire.

A salire, ad andarsene…

Parlami, ti prego, parlami… – pregai allora, una vera preghiera, non una mera richiesta, quasi mi inginocchiavo, e mi prosternai, in effetti, dentro di me il selvaggio superstizioso volle chinare la fronte al cospetto di una maestà di cui neppure conoscevo il nome, che non comprendevo e che con tutto me stesso riducevo ai minimi termini d’una miserabile incapacità di comprensione. – Aiutami, fammi uscire da questa mia prigione…

Un rapido bagliore di dissolvenza. E fui avvolto dalla musica, avvolto, quasi cullato da un insieme di parole. Colui in cui non credevo e che sicuramente credeva in me, si presentò nella sua simbolica grandezza. Lo schermo divenne completamente bianco, di un bianco lattescente. Un bianco che parve travalicare i confini dello schermo e effondersi dappertutto. Ma ne sentii carezzare. Al centro di tutto quel bianco una spirale multicolore iniziò a girare. Ruotando prese a espandersi, ad allargarsi, scomparendo oltre i limiti dello schermo, mentre il bianco, lentamente, come nebbia, come fluido di reazione, continuava a permeare l’intera stanza. Al termine di quell’espandersi contemporaneo del bianco e della spirale, di quest’ultima sullo schermo non sopravviveva che il punto d’origine e la linea appena appena curva che ne simboleggiava l’infinito procedere.

Le parole invece implosero, si concentrarono per formare frasi e poi un discorso. Sempre più ben recitate e nette. Riconobbi la voce che le pronunciava. La voce di tutti coloro che mi avevano voluto bene. La voce di mia madre e di mio padre, della mia amata e dei pochi amici… con un più l’indefinibile caldo e lieve che la rendeva magica. Quella era la voce adatta a dare corpo ai pensieri di un fiore, o al sorriso d’un bambino. La Sua voce. La voce stessa delle stelle…

Il senso complessivo di quel che diceva risultava chiaro, appariva molteplice ed era comprensibile; le parole no, le singole parole continuavano a restare oscure. Era il suono a farmi vibrare, la forza che le muoveva… qualcosa la capii, il più si perdette nell’oscuro della mia incerta coscienza, nella maraviglia incombente che mi prendeva adulto e mi restituiva bambino.  

Questo è il mio aiuto – decifrai a fatica tra i tanti significati che la voce mi trasmise. – Adesso tocca a te, attiva il tuo…

Quante e quali impossibilità si nascondevano nelle pieghe dello spazio tempo! Astronavi Iperboliche, Entità Benevoli, Singhiozzi dell’Anima, Inauditi Entusiasmi… e soprattutto pace, la possibilità di molta pace.

La pace, o meglio il sollievo che fu in me, che mi indusse a sorridere. A guardare senza più meravigliarmi le immagini dell’astronave ch’erano tornate a campeggiare sullo schermo. Le fiamme che continuavano a uscire e l’astronave a salire. A salire. A salire. Il mezzo saliva per lasciarmi solo. Solo con me stesso e la l’intuizione di una prossima via d’uscita.

Non ha importanza, dissi rassegnato ed edificato da quella partenza. Niente ha importanza, solo l’aver cura di sé stessi, del proprio vero essere. Dare a sé stessi il pane quotidiano, tutto qua, un pane di serenità e di conforto. Potevo darmelo. Bastava rimettere l’antico odio contro me stesso e il rancore. Bastava volgersi all’unico essere capace di consolazione. Guardare al bene, al Dio tangibile che mi aspettava oltre la porta. Flaminia. Per quanto avessi cercato di negarlo, era restata in me, immobile al centro del mio cuore. Aver cura di lei, aver cura di me stesso…

La commozione…

Attesi che l’astronave finisse di sollevarsi all’altezza delle nuvole e mi riscossi. Scesi a me stesso, a Flaminia, che mi aspettava oltre il battente, che mi affrettai ad aprire. A Flaminia, mezzo unico e vero con il quale potevo salire, andare oltre. Oltre le nuvole e oltre le stelle.

Per raggiungere quell’altro unico e vero che soggiornava nell’Altrove della Poesia e dell’Intuizione.

Le immagini – scelte dall’autore – sono di Jacek Yerka.

redazione
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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