Divulgo Ergo Sum

di Riccardo Dal Ferro.

“I divulgatori disonesti si somigliano tutti tra loro. Ma ogni divulgatore onesto lo è a modo suo.” (semicit.) 
Ma cosa differenzia un divulgatore genuino da uno marcio?
Questa è una domanda importante, nell’epoca della divulgazione 2.0, perché saper distinguere tra quelle due categorie può segnare il confine tra una società intelligentemente critica e un coacervo di opinionisti rimbecilliti che parlano solo perché possiedono un apparato orale.
Partiamo dal presupposto che i mezzi comunicativi oggigiorno si sono moltiplicati in maniera così capillare e sono giunti agli anfratti più inarrivabili del mondo, al punto da rendere virtualmente possibile l’atto della divulgazione (purtroppo non automaticamente dell’ascolto) a chiunque faccia parte del primo e del secondo mondo.
Ma nel popolo dei divulgatori, siano essi blogger, vlogger o ibridi, coloro cioè che si ammantano di questo titolo attraverso internet, ci sono moltissimi impostori che vanno riconosciuti e smascherati.
Quindi, ecco cinque punti, cinque domande da porsi e su cui riflettere nel momento in cui si ascolta un divulgatore, utili per comprendere realmente se ci si trova di fronte a qualcuno che ha a cuore la diffusione di un messaggio, di un insegnamento, di una riflessione, oppure se ci si trova di fronte a qualcuno che usa la parola “divulgazione” per mascherare scopi meschini, a volte addirittura pericolosi.

  1. La divulgazione è prima di tutto relazione. Il divulgatore è colui che cerca il modo migliore e più libero per creare una relazione discorsiva con chi ascolta, non si tratta di un maestro gerarchicamente più elevato rispetto alle masse, ma di una persona che possiede alcune conoscenze e riflessioni utili tanto alla trasmissione quanto al dialogo. La domanda da porsi è: il divulgatore che mi trovo di fronte cerca il dialogo oppure si comporta come un ripetitore automatico?
  2. La divulgazione è prima di tutto apprendimento, poi insegnamento. Il divulgatore è qualcuno che, prima di insegnare, ha appreso ma soprattutto apprende nel momento stesso in cui divulga, attraverso la relazione con i propri ascoltatori. La domanda da porsi è: colui che parla si mette in discussione oppure cerca artifici retorici volti a consolidare passivamente la sua posizione di partenza?
  3. Il divulgatore sa eclissarsi dietro ciò che espone. Il carisma, parte integrante dello stile divulgativo, non deve però diventare il protagonista dell’atto divulgativo. L’idea, l’informazione, il racconto, ecco quali sono i protagonisti di questa fondamentale arte. La domanda da porsi è: la gente ascolta questo divulgatore per la forza dei suoi ragionamenti oppure esclusivamente perché è lui che li espone?
  4. La divulgazione è coinvolgimento, e in questo è molto più simile alla costruzione di un racconto che all’informazione giornalistica. Il divulgatore sperimenta diversi metodi (stilistici e narrativi) per coinvolgere le persone nell’ascolto della sua idea. Il divulgatore deve rimettere sempre in discussione lo stile con cui divulga, perché forma e contenuto non sono separati. La domanda da porsi è: la forma e il contenuto con cui il divulgatore espone i propri concetti sono frutto di una ricerca, oppure l’uno o l’altro sono semplici forme passive atte a creare “specchietti per le allodole”?
  5. Il divulgatore pone chiari obiettivi alla propria esposizione, sia per quanto riguarda le persone a cui si rivolge, sia per il contenuto di ciò che vuole esporre. Troppo spesso, la divulgazione perde valore quando diventa chiacchiera, e la chiacchiera è la volontà di diffondere “un po’ a tutti” contenuti i cui contorni sono volutamente non identificabili. La domanda da porsi è: il divulgatore comunica in maniera chiara il proprio target e il proprio campo discorsivo?

Questi sono solo cinque punti, ce ne sarebbero molti altri per farsi un’idea appropriata di chi ci troviamo di fronte, quando parliamo di divulgazione. Ma per il momento sono sufficienti a comprendere se colui che parla è competente, disponibile al dialogo e privo di secondi fini, oppure se il divulgatore è la maschera che nasconde obiettivi subdoli, non sempre pericolosi, ma di certo dannosi per il dibattito pubblico.
Saper distinguere il divulgatore dal ciarlatano diventa oggigiorno un compito tanto difficile quanto importante per migliorare la qualità dell’opinione pubblica, troppo spesso trascinata dalla chiacchiera di chi usa le idee per scopi tutt’altro che genuini.
Siate attenti.

Riccardo DAL FERRO

2 commenti

  • Grazie per questo intervento. Linguaggio semplice, tesi forte, concetti chiari: un ottimo esempio di divulgazione.

  • Bell’intervento! Il buon divulgatore è un buon insegnante. Definire “il buon insegnante” non è semplice, ma di sicuro le qualità che tu attribuisci al buon divulgatore contraddistinguono (secondo me) anche il buon insegnante. Attenzione: insegnare non significa trasmettere, ma piuttosto aiutare (gli allievi) a costruire degli strumenti per poter fare, per poter analizzare in modo autonomo, per poter continuare a imparare. Il buon insegnate può diventare un migliore insegnante se è in grado di imparare dai propri allievi, come motivarli, come coinvolgerli, come aiutarli a diventare “ricercatori” più (auto)critici e più autonomi. In questo l’insegnante è aiutato dal fatto che gli allievi sono fisicamente più vicini, ma questa vicinanza si realizza nel quadro dell’istituzione scolastica, con tutte le sue rigidità, inerzie e limiti, ma anche risorse positive, in alcuni casi non so quanto frequenti o rari. Benvenute allora sia i buoni divulgatori sia i buoni insegnanti. Abbiamo estremo bisogno di entrambe. Grazie. Ciao!

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