“Le armi non finiranno mai” dicono i Masters of War

articoli, video, disegni  musica di Enzo Bianchi, Alberto Negri, Vittorio Rangeloni, Pascal Najadi, Laura Ru, Fabrizio Verde,Matteo Saudino, Stefano Orsi, Clara Statello, Marino Badiale, Manlio Dinucci, Costituente Terra, Pepe Escobar, Fabio Mini, Libreria delle donne, Davide Malacaria, Tonio Dell’Olio, Massimo Zucchetti, Francesco Masala, Drago Bosnic, Papa Francesco, Antonio Mazzeo, Carlo Rovelli, Roger Waters, Antonio Castronovi, Quino, Nomadi, Giuseppe Cassini, Francesca Lacaita, Antonia Sani, Vauro, Lee Camp, Allegra. Alcune fotografie che trovate qui ci sono arrivate da una manifestazione a Iglesias.

 

 

La demente inglese – 1 – Massimo Zucchetti

C’è una demente che è primo ministro inglese. Ha detto che “Gli Stati della NATO attendono l’onore di chi per primo premerà il pulsante per lanciare un attacco atomico contro la Russia”.

Ha detto che “non importa se moriranno molti civili, l’importante è conservare nel mondo gli ideali di libertà dell’Occidente”.

Tutti hanno applaudito la demente inglese. Donna. Forte e volitiva.

Va bene.

Allora vediamo – in tre puntate – cosa succederebbe se quanto ha detto la demente inglese non fosse solo una incosciente zelenskata machista da gradasso del Bar Sport, ma diventasse realtà.

Ti prendo sul serio, demente inglese, prima ministra di una nazione che amo per mille ragioni, che ora non contano.

Facciamo le cose per bene. Da demente quale sei, ma per bene.

Molto probabile che l’attacco avvenga da un sottomarino nucleare, dal mare del Nord.

Sapete che questi giocattoli Massimino vostro li conosce molto bene, per mestiere. UK ha una classe di sottomarini nucleari Vanguard che possono lanciare un bel grappolo di 16 missili nucleari, ognuno da 800 kiloTon.

Pronti? Via. Alleluja, alleluja. Direzione Mosca.

Così impara, sto Putin. Se lo merita.

Rapidi ed invisibili, partono i missili dai sommergibili (canzoncina cara ai fascisti durante la WW2).

Fine della prima puntata.

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La demente inglese – 2 – Massimo Zucchetti

Nella prima puntata abbiamo visto la demente inglese soddisfare la sua invidia del pene, vuole dimostrare di avercelo più lungo di Putin.

Da un sottomarino partono i missili su Mosca. Tempo un quarto d’ora, eccoli che arrivano.

Finalmente Putin la paga!

Beh, lui no, starà nel suo bunker. In compenso circa tre milioni di moscoviti vanno all’altro mondo, un milioncino subito (i più fortunati), altri due milioni nel giro di giorni, settimane, mesi. Il fall-out il primo giorno tocca anche la Bielorussia, se il vento spira nella direzione giusta: così imparano pure loro.

Chiede Ursula Priscilla von der Leyer Rottermeier: dobbiamo preoccuparci del fall-out sull’Europa? Saranno contaminate le riserve auree della BCE? Ma no, ma no, avrai altro di che preoccuparti, Ursula.

Mentre la demente inglese annuncia la lieta novella, prima del silenzio radio dovuto alle radiazioni, facciamo ancora in tempo a vedere in collegamento sulla maratona Mentana il buon Zelensky che esulta, vestito da scozzese in onore della grande alleata, suona la cornamusa. Viva la NATO!, canta.

La demente inglese, mentre parla in mondovisione, prova a ripetere il discorso di Churchill sulle “lacrime, sudore e sangue” che promette al suo popolo, ma vediamo che ha un tono un po’ esitante, guarda a più riprese in un monitor, si sentono voci concitate dietro le quinte.

Bonelli e i Verdi dicono che sono contro il nucleare, persino su quei pessimi moscoviti. Fanno un appello, intitolato curiosamente “Putin go home”. Ma nessuno li bada, men che meno Putin che ha un po’ da fare.

Le trasmissioni si interrompono per il fall-out elettromagnetico. Le TV tacciono. Questo è un bene, dicono in molti, e li capisco.

Fine della seconda puntata.

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Operazione militare speciale versus guerra – Francesco Masala

 

Quando il 24 febbraio la Russia parlava di Operazione Militare Speciale e non di Guerra sembrava una boutade di Putin, col tempo abbiamo visto che avevano ragione.

Guerra è il bombardamento a tappeto come a Bagdad, Hiroshima e Nagasaki, Belgrado, per coincidenza tutti effettuati dai buoni.

In realtà quella in Ucraina è una guerra atipica, pare che muoiano più militari che civili, come un tempo.

Fra qualche tempo qualcuno ricorderà le pretese della Russia prima del 24 febbraio, ragionevoli, col senno di poi, e si pentirà di non aver negoziato prima del conflitto, e i russi ricorderanno di chi li voleva distruggere.

Ma ipotizziamo che “vinca” l’Ucraina, cioè la Nato.

L’Italia sosterrà un regime che bombarda i suoi cittadini che parlano il russo, ammazza i giornalisti, e non solo, la cui lista viene pubblicata e aggiornata continuamente, si continueranno a produrre virus in laboratori fuorilegge nei paesi “civili”, dai militari e dalle case farmaceutiche, per non parlare dei neonazisti, utili esecutori di ordini indicibili.

Il primo ministro inglese Liz Truss, gloriosa studiosa della geografia, pare contenta di usare le bombe atomiche, come forse Ursula van der Leyen, fa parte delle responsabilità del Potere nello scontro di civiltà.

Un lancio di bungee jumping con l’elastico per capelli, a loro che amano il rischio (per gli altri), potrebbe aiutarle a ragionare meglio.

 

L’Italia e l’Europa affondano sul gas: ma lo sapevamo da un pezzo – Alberto Negri

 

Alla vigilia della guerra avvisavo sul Manifesto e su Facebook che questa per noi sarebbe stata la guerra del gas e che gli esperti prevedevano razionamenti se non fossimo intervenuti per tempo. In tv la settimana scorsa sottolineavo che il tetto al prezzo del gas nella Ue era di difficile attuazione. Non si trattava di essere dei maghi ma di fare quattro conti. La Turchia, Paese della Nato che rifornisce di armi Kiev, non ha imposto alcuna sanzione a Mosca sul gas e sul resto. Avremmo dovuto applicare sanzioni progressive, commisurate alla situazione del Paese. Con la recessione in vista non aiutiamo noi e neppure la ricostruzione dell’Ucraina. Il resto sono chiacchiere di gente irresponsabile e incompetente.

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La Russia sta “trasformando in arma” il gas naturale contro l’UE? – Drago Bosnic

 

La speranza della Russia era quella di stabilire legami di lunga data con l’UE e assicurarsi che la sicurezza strategica ai suoi confini occidentali fosse garantita attraverso la cooperazione economica, non la forza militare. Tuttavia, Washington aveva altri piani e le élite compiacenti di Bruxelles hanno l’hanno seguita.

Da anni, l’Occidente politico accusa la Russia della cosiddetta “trasformazione in arma” [weaponizing] delle sue risorse naturali [in inglese], in particolare del gas e del petrolio. Mosca è stata accusata di aver utilizzato queste risorse essenziali per presumibilmente “ricattare” l’Unione Europea, mentre Bruxelles, in parte spinta dalla belligeranza imperialista statunitense, in parte dalla propria ambizione (neo)colonialista, ha continuato ad insinuarsi nel cortile geopolitico della Russia, creando tensioni con il gigante eurasiatico. Mosca non avrebbe mai permesso il ripetersi dell’invasione nazista tedesca che ha causato decine di milioni di vittime russe, oltre alla devastazione senza precedenti lasciata sulla sua scia. A peggiorare le cose, “Barbarossa” è stato l’ennesimo nella lunga lista di tentativi dell’Occidente politico di distruggere la Russia. Per oltre mille anni, molti in Europa hanno cercato di neutralizzare il gigante eurasiatico. La Russia ha prevalso ogni volta, ma ha dovuto farlo con la forza delle armi.

Tuttavia, negli ultimi decenni, Mosca ha cercato con forza di stabilire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con l’Occidente politico, in particolare la sua parte europea. Ciò includeva la conclusione di accordi a lungo termine con l’UE, in particolare quelli relativi alla fornitura di materie prime essenziali come gas naturale, petrolio, cibo e altre materie prime, che hanno contribuito ad alimentare la crescita di intere industrie in Europa e altrove. La speranza della Russia era quella di stabilire legami di lunga data con l’UE e assicurarsi che la sicurezza strategica ai suoi confini occidentali fosse garantita attraverso la cooperazione economica, non la forza militare. Tuttavia, Washington aveva altri piani, e l’élite compiacente di Bruxelles l’ha seguita, assicurandosi che le infrastrutture militari della NATO (in particolare le strutture militari statunitensi di impatto strategico) continuassero ad espandersi verso est, avvicinandosi sempre di più al cuore della Russia.

Anche in questa situazione, Mosca ha provato a ridurre l’escalation. Sebbene continuasse a lavorare sui modi per contrastare questa strisciante invasione militarmente, specialmente attraverso lo sviluppo e la messa in campo di capacità strategicamente impareggiabili [in inglese], la Russia sperava che le “menti più fredde” alla fine avrebbero prevalso a Bruxelles e in altre importanti capitali dell’UE, in particolare Parigi e Berlino. Questa speranza è rimasta in qualche modo anche dopo il disastroso colpo di Stato del Maidan del 2014, che ha portato al potere la giunta neonazista a Kiev. Per quasi un decennio Mosca ha continuato a cercare di riportare in sé l’Occidente politico. Sfortunatamente, inutilmente, poiché questo approccio è stato visto come una debolezza a Washington e a Bruxelles [in inglese]. Il 24 febbraio la Russia ha deciso di porre fine a tutto questo.

Ora, dopo mesi di assedio economico fallito del gigante eurasiatico, soprattutto dopo che il boomerang delle sanzioni ha iniziato a devastare le economie occidentali, l’Occidente politico sta cercando di giocare un gioco della colpa piuttosto comico, accusando Mosca di “trasformare in armi” le proprie risorse naturali. Di fronte alla prospettiva di un inverno disastroso, l’UE è ora intrappolata tra la sua subordinazione suicida a Washington e la necessità di semplicemente sopravvivere. Mentre gli Stati Uniti continuano ad importare materie prime russe (con un volume di circa 1 miliardo di dollari al mese) [tutti e quattro i link in inglese], stanno costringendo Bruxelles ad imporre efficacemente un embargo autoimposto che sta causando danni incalcolabili al settore produttivo dell’UE, già in diminuzione, causando un effetto a cascata di devastazione su altri settori apparentemente non correlati.

Invece di cercare di fare un accordo con Mosca, Bruxelles si è unita alla guerra economica contro la Russia, spingendo il gigante eurasiatico a rispondere. Ora, quando i prezzi del gas naturale sono più alti del 400% rispetto ad appena un anno fa [in inglese], le potenze dell’UE, in particolare la Germania, si trovano di fronte alla prospettiva di una chiusura industriale quasi completa. E il problema scottante non viene solo dall’aumento dei prezzi del gas naturale, ma anche dalla sua carenza. Per mesi, i prezzi elevati hanno prosciugato la liquidità delle economie dell’UE, ma dopo che il Nord Stream ha smesso del tutto di pompare gas naturale, il problema è esponenzialmente peggiore [in inglese], poiché intere industrie rischiano di crollare completamente.

Oltre alla chiusura del settore produttivo, molti membri dell’UE si trovano ad affrontare l’impennata dei prezzi dell’energia, che sta esercitando un’enorme pressione sulle famiglie, che devono affrontare la prospettiva non solo del fallimento, ma anche del congelamento, dato che la stagione fredda nell’UE sta iniziando con gli impianti di stoccaggio del gas naturale al livello più basso di sempre. Pertanto, la pressione su Bruxelles è sia economica che sociale. Con il crollo dei governi di molti stati membri dell’UE, l’instabilità politica nel travagliato blocco è destinata a peggiorare molto nei prossimi mesi. Oltre alla carenza di gas naturale, c’è anche il problema dell’impennata dei prezzi dei generi alimentari, che potrebbe presto trasformarsi in carenze, causando ancora più instabilità sociale e politica in tutta l’UE.

La domanda è cosa farà l’UE? Dovrebbe chiedere aiuto ai suoi padroni a Washington? E gli Stati Uniti invieranno cibo, petrolio, gas e altri beni essenziali? Gli Stati Uniti ne hanno abbastanza per se stessi? In che modo “la statura morale di dare fastidio a Putin” aiuterà a riscaldare le case, sfamare centinaia di milioni di cittadini affamati (e arrabbiati) e alimenterà intere economie e paesi? In che modo i governi dell’UE spiegheranno ai loro elettori che “vale la pena di fare” tutto questo affinché la “giovane e vivace democrazia di Kiev” [in inglese] possa sopravvivere? Come sarà l’Europa nel 2023, dopo che avrà attraversato un completo disfacimento politico e sociale? L’UE diventerà mai abbastanza sovrana da rendersi conto che qualunque cosa accada, gli Stati Uniti continueranno ad importare beni di prima necessità dalla Russia mentre faranno pressioni su altri affinché non lo facciano? Il prossimo inverno sarà una perfetta cartina di tornasole della sovranità e un ottimo indicatore di chi avrà il privilegio di entrare a far parte del nuovo mondo multipolare delle nazioni sovrane [in inglese].

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Articolo di Drago Bosnic pubblicato su Global Research il 9 settembre 2022
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

da qui

 

 

Armi all’Ucraina: le parole del Papa e la loro manipolazione – Davide Malacaria

 

“Papa Francesco afferma che armare l’Ucraina può essere ‘moralmente accettabile’”. Questo il titolo di un articolo del New York Times che riporta quanto dichiarato dal Papa in una conferenza stampa di ritorno dalla visita apostolica in Kazakistan.

 

Le parole di Papa Francesco

Abbiamo scelto un titolo a caso di un autorevole giornale dell’Impero in considerazione del fatto che i giornali mainstream locali quando si tratta di temi sensibili, come appunto la guerra ucraina, si limitano a riportare pedissequamente la narrazione d’Oltreoceano.

Anzi, normalmente, nello zelo di dimostrarsi soldatini obbedienti, vanno addirittura ultra petitutum, come nel caso in specie, dove quel “può essere” del Nyt è stato rafforzato in un placet incondizionato all’invio delle armi a Kiev. Così, ad esempio, la nostra (loro) Ansa titolava: “Papa Francesco: ‘Armi all’Ucraina? Difendersi è lecito’”.

In realtà, il Papa non ha fatto altro che ripetere quanto ha sempre sostenuto la Chiesa riguardo la legittima difesa di una nazione aggredita, ma sull’inviare armi all’Ucraina, questo il tema della domanda posta, ha fatto una specifica molto significativa, che i media mainstream hanno pensato bene di dilavare.

Così Francesco: “Questa è una decisione politica, che può essere morale, moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità, che sono tante e poi possiamo parlarne. Ma può essere immorale se si fa con l’intenzione di provocare più guerra o di vendere le armi o di scartare quelle armi che a me non servono più. La motivazione è quella che in gran parte qualifica la moralità di questo atto. Difendersi è lecito, ma anche una espressione di amore alla Patria” etc (Vatican.news).

Insomma, alla domanda ha risposto che occorre appunto vedere se dare le armi serve a difendersi o ha il solo scopo di allungare la guerra per lucrare sugli armamenti, che è appunto quel che tanti – i cosiddetti filo-putiniani, secondo la nouvelle vague maccartista – sostengono che sta avvenendo in questa guerra per procura contro la Russia che la Nato sta sostenendo fino all’ultimo ucraino. E probabilmente non è un caso che le perplessità di Francesco siano le stesso di quelle esposte dai critici di tale decisione.

Solo dopo, Francesco ha puntualizzato che la difesa della patria è, ovviamente, atto dovuto, anzi atto d’amore, secondo la sua valutazione. Così nelle parole del Papa non c’è alcun placet incondizionato a quanto sta facendo l’America e la Ue in questo conflitto.

Riflessione e dialogo?

Allo stesso tempo, non vogliamo arruolare il Papa tra i cosiddetti asseriti filo-putiniani, solo puntualizzare che, se pure le sue dichiarazioni non sono una  sconfessione recisa della “decisione politica” della Nato, suonano comunque come un invito alla riflessione.

Invito che fa il paio con quanto ha affermato di seguito, cioè che con la Russia occorre comunque cercare un dialogo per trovare vie di uscita dal conflitto, iniziativa che sembra fuori dall’orizzonte della Politica d’Occidente.

Peraltro, un cenno del tutto obliterato del suo discorso è quello riguardo al conflitto tra Azerbaigian e Armenia, che “si è fermato un po’ perché la Russia è uscita come garante”.

In questo tempo di fondamentalismi, nel quale la Russia deve essere dipinta come il male assoluto, questo cenno positivo suona in netta controtendenza (anche se poi Francesco ha dovuto pur aggiungere “garante di pace qui e fa la guerra lì”).

Informazione e manipolazione

Non abbiamo steso questa nota per tirare Francesco “per la manica”, nel caso specifico per la talare, e schiacciarlo su una posizione, cosa che peraltro non aggiungerebbe nulla alle possibilità di pace dal momento che il Papa non ha alcun potere in merito,  potendo solo pregare e suggerire ai fedeli di pregare il Signore perché ponga fine Lui a questa immane tragedia.

Si vuole solo evidenziare quanto sia manipolata, e in maniera anche volgare, la narrazione relativa alla guerra ucraina. Se non viene rispettata neanche una dichiarazione pubblica e facilmente verificabile del Papa – non un quisling qualsiasi – si può immaginare come sono trattati altri temi meno facilmente verificabili o non verificabili affatto su fonti sicure, essendo la verità ormai coincidente con la narrazione ufficiale.

Va da sé che tale manipolazione mediatica, alla quale sono consegnati o costretti i giornalisti mainstream, non è conseguenza della propaganda di guerra. La guerra infinita, di cui quella ucraina è solo l’ultima manifestazione, sono strutturate sulla menzogna organizzata, come ha dimostrato il suo momento epifanico, cioè la guerra in Iraq, con le immaginifiche armi di distruzione di massa di Saddam.

Colin Powel all’assemblea generale dell’ONU con la celebre provetta di antrace

Sul punto riportiamo l’inizio di un articolo di Philip Giraldi pubblicato sul sito del Ron Pual Institute: “È stupefacente quanti osservatori della guerra ucraina, che avrebbero dovuto averne una maggiore comprensione, siano inclini a prendere alla lettera le affermazioni delle ‘fonti’ che provengono in maniera esplicita dai diversi governi coinvolti nel conflitto”.

“Quei leader ingaggiati nell’inesorabile marcia degli Stati Uniti e dei loro alleati per trasformare la crisi dell’Ucraina nella terza guerra mondiale hanno di certo imparato la lezione che gestire la narrazione di ciò che sta accadendo è l’arma più potente che i falchi della guerra abbiano nel loro arsenale.

“Si ricorda come dopo l’11 settembre e prima della guerra in Iraq, la Casa Bianca di George W. Bush e i neocon del Pentagono abbiano mentito su quasi tutto per convincere l’opinione pubblica che Saddam Hussein era un megalomane terrorista armato di armi di distruzione di massa, descrivendolo come una figura paragonabile ad Adolf Hitler”.

L’Iraq in un certo senso è stata un’esperienza formativa per quanti al governo e nei media hanno fatto il lavoro pesante, propalando l’inganno a un’opinione pubblica per lo più ignara dei fatti. Ciò che stiamo vedendo ora in relazione all’Ucraina e alla Russia, tuttavia, fa sembrare l’esperienza dell’Iraq un gioco da ragazzi come audacia riguardo le presunte informazioni che fanno o non fanno notizia”.

“Noto, in particolare, che il recente attentato terroristico con un’autobomba alla giornalista attivista russa Darya Dugina da parte di un assassino ucraino ha fatto notizia per circa quarantotto ore prima di scomparire, ma non prima che la menzogna secondo cui il presidente Vladimir Putin ne fosse responsabile fosse fermamente radicata in un certo numero di articoli dei media mainstream”. Articolo bello, da leggere (cliccare qui).

 

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Il battito del cuore dei bambini – Tonio Dell’Olio

 

C’è da riflettere molto sul serio su quella scelta, introdotta in

Ungheria e proposta in Italia, di far ascoltare alle madri il battito

del cuore dei feti prima di procedere all’interruzione di gravidanza.

Al di là delle ragioni e delle intenzioni con cui tale pratica viene

introdotta, indubbiamente è di grande impatto. Se per alcuni è

discutibile e quanto meno di cattivo gusto, per altri è il ritmo

(cardiaco) che riconduce alla realtà o che interroga emozionalmente le

coscienze. Ciò che mi stupisce è che a proporre questa modalità siano

le stesse forze sovraniste e nazionaliste, patriottiche e asfittiche

che non riescono a sentire il battito di bambine, bambini (e adulti)

che attraversano il deserto, i lager libici e il Mediterraneo spinti

dalla disperazione o che percorrono la via balcanica col peso di

atroci sofferenze scappando dal battito necrofilo dei cannoni. Forse

per i battiti di quei bambini non esiste un’ecografia della coscienza

a far gridare la vita e a scandirne ritmicamente la sete di

sopravvivenza. Vite abortite dalla sete di guadagno di chi vende armi,

di chi cerca potere, di chi insegue profitti sempre più alti e non si

cura dei battiti del cuore delle vittime.

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L’Ucraina non è uno stato sovrano – Antonio Castronovi

Combatte per la causa NATO-USA non per la sua indipendenza.

L’Ucraina non è più uno stato sovrano dal 2014 quando è passata, col golpe di piazza Maidan, sotto la sovranità NATO-USA con il supporto delle milizie banderiste neonaziste e di un governo indicato dall’Ambasciata americana a Kiev, vera regista del golpe. Il governo Zelensky è un governo fantoccio, utile per dare una parvenza di democraticità a quello che è a tutti gli effetti un regime militarizzato e repressivo sotto il tallone delle formazioni neonaziste e della polizia.

Eletto con la promessa di pacificazione con la Russia e di risolvere la questione del Donbass rispettando gli accordo di Minsk e le autonomie di quelle regioni, dopo le elezioni ha cambiato linea di condotta ed ha abbracciato la causa della guerra infinita alla Russia aderendo a tutta l’impostazione nazionalista dell’estremismo ucraino russofobo, fagocitato dagli ambienti NATO e intimidito dalle milizie banderiste.

Tutta l’opposizione politica è stata decapitata, messa al bando o incarcerata, ridotta al silenzio o fuggita dal paese. L’Ucraina non è più una democrazia, è un paese fallito, con una economia fallita, che vive dei sussidi europei e di economia di guerra. L’informazione è militarizzata e i dissidenti, anche giornalisti stranieri che operano nel Donbass, sono iscritti in un albo con tutti i riferimenti anagrafici personali e resi pubblici sulla rete: una vera e propria lista di proscrizione che mette a rischio la loro vita. L’esercito è sotto il comando NATO-USA. Il suo nerbo è costituito dai reparti speciali addestrati dalla NATO e da milizie occidentali camuffate da volontari e mercenari. Il compito assegnato dalla NATO – angloamericana e antieuropea – al popolo ucraino è quello di fare guerra alla Russia e di sacrificarsi per questa crociata fornendo carne da cannone. I soldati sono mandati al massacro contro l’artiglieria russa in numero esorbitante, stile Cadorna durante la Prima guerra mondiale, con l’obiettivo di raggiungere l’obiettivo anche a costo di enormi perdite umane. La conquista della sola zona di Karkov in questi giorni si stima abbia provocato circa 5.000 morti e diecimila feriti nelle file dell’esercito ucraino che affollano gli ospedali dell’Ucraina e dei paesi europei e che viene sottaciuta dalla informazione nostrana e dai suoi giornalisti con l’elmetto in testa.

Il comando, le armi, le tecnologie, le strategie di guerra e le chiavi della pace e della guerra sono nelle mani di Londra e Washington, non di Zelenskji e del suo governo. Per porre termine a questa guerra bisogna scollegarsi da questa catena di comando NATO e rivendicare la piena sovranità politica del nostro paese sulle decisioni che riguardano la pace e la guerra. Ricordiamocelo anche quando andremo a votare. Sulla pace l’Europa non ha voce in capitolo. Non esiste una diplomazia europea. Bruxelles è allineata alla NATO. Non l’ha neanche la Russia, che può solo provare a vincere per raggiungere una pace che garantisca la sua sicurezza. Il generale inverno ci dirà di più.Oppure finirà quando lo vorranno Londra e Washington che non nascondono il loro obiettivo di destabilizzare la Russia e dividersi le sue spoglie. Oppure, in questo caso, arriverà dopo una guerra nucleare, indipendentemente da chi premerà per primo il fatidico bottone. Una pace, questa, non augurabile e da evitare.

L’Italia è in guerra. Diciamocelo senza ipocrisie. Lo è sostenendo in tutte le forme le strategie di guerra della NATO-USA, dalle sanzioni alla Russia all’invio di armi senza il controllo del Parlamento. Lo è con il coinvolgimento emotivo dell’opinione pubblica sulle ragioni della guerra alla Russia, con la militarizzazione dell’informazione e del sistema mediatico tutto con il compito di costruirne il consenso. Lo è accettando le restrizioni nefaste per il benessere dei cittadini causate dalle sanzioni scellerate, utili solo per mettere inginocchio la nostra economia e quella europea.

Questa guerra non ci appartiene. L’Italia non ha nulla da guadagnarci e tutto da perdere. Dire che combattiamo per la libertà e la democrazia in Ucraina è solo una menzogna senza riscontro nei fatti. L’Ucraina non è né una democrazia né uno Stato ormai più sovrano, ma una colonia USA-NATO.

Questa guerra serve solo gli interessi egemonici del mondo anglosassone che oggi sceglie la guerra in Europa per ri-affermarli, come è sempre stato nella sua eterna storia coloniale.

Speriamo anche di no, stavolta.

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Il Messico proporrà all’ONU un accordo sull’Ucraina e per una tregua mondiale

 

Dal continente americano si leva una voce di pace. E’ quella del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador. In occasione di un discorso tenuto a una parata militare per il 212° anniversario dell’indipendenza del paese AMLO ha lanciato un appello per la pace nel mondo e ha puntato il dito con l’ONU accusata di essere paralizzata, “preda di un formalismo e di un’inefficacia politica che la confina in un ruolo meramente ornamentale” di fronte alla situazione in Ucraina.

“Bisognerebbe cominciare a chiedersi se la guerra non si sarebbe potuta evitare e se le Nazioni Unite e i politici delle grandi potenze hanno mancato alla loro responsabilità di promuovere il dialogo tra le parti per risolvere pacificamente la controversia. La verità è che è stato fatto poco o nulla a questo proposito”, ha dichiarato il presidente messicano, che ha poi aggiunto di sperare “di avere successo con questa iniziativa, ma qualunque cosa accada, non sarà mai vano lottare per la giustizia e la pace”.

Con un chiaro riferimento all’ingombrante vicino del nord López Obrador ha inoltre affermato di trovare “riprovevole il comportamento delle grandi potenze che, esplicitamente o silenziosamente, si posizionano di fronte al conflitto solo per servire i propri interessi egemonici”.

Davanti alle Forze Armate messicane e agli ospiti speciali, ha sottolineato che l’atteggiamento dei governi di queste nazioni “non può evitare il sospetto che, sebbene possa sembrare perverso e incredibile, questa guerra, come molte altre, sia alimentata dagli interessi dell’industria bellica”.

Infatti proprio l’industria bellica statunitense si sta fregando le mani per i profitti stratosferici realizzati grazie all’ingente e continuo flusso di armi da occidente verso l’Ucraina. E’ talmente imponente il numero di armamenti fornito al regime di Kiev da Stati Uniti e vassalli occidentali che per loro stessa ammissione è praticamente impossibile controllare l’effettiva destinazione di queste armi. Complice la corruzione endemica vigente a Kiev è probabile che diverse attrezzature militari occidentali siano già state contrabbandate. A questo proposito diversi osservatori hanno già lanciato l’allarme perché queste armi potrebbero finire nelle mani di mafie e organizzazioni terroristiche.

Il Messico ha quindi deciso di sbloccare l’impasse e presentare la propria proposta di pace che il Segretario agli Affari Esteri, Marcelo Ebrard, porterà all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per cercare “urgentemente” un accordo per fermare la guerra in Ucraina e raggiungere una tregua di almeno cinque anni tra tutte le nazioni, attraverso una commissione composta dal Primo Ministro dell’India, Narendra Modi, da Papa Francesco e dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

“La missione di pace dovrebbe cercare di ottenere immediatamente la cessazione delle ostilità in Ucraina e l’avvio di colloqui diretti con il presidente ucraino Zelenski e con il presidente russo Putin; inoltre questo comitato, secondo la nostra proposta, dovrebbe anche raggiungere un accordo multinazionale per una tregua di almeno cinque anni approvata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e che preveda l’immediata sospensione delle azioni militari e delle provocazioni, nonché dei test nucleari e missilistici”, ha spiegato AMLO.

L’accordo implica anche che tutti i governi si impegnino a evitare il confronto e a non intervenire nei conflitti interni, “crediamo che in questo modo si possa creare un’atmosfera di pace e tranquillità che permetterà ai governi di dedicare tutti i loro sforzi ad affrontare i pressanti problemi di povertà, salute e violenza di cui soffrono tutti i continenti e ad affrontare il fenomeno migratorio in modo umanitario e fraterno”.

Poi il presidente messicano è tornato a battere il tasto delle reali ragioni che hanno portato la Russia a lanciare la sua operazione militare speciale per demilitarizzare e denazificare il regime di Kiev. Leggendo tra le righe delle sue parole troviamo un dito puntato verso Washington: “La politica è l’unico strumento che abbiamo per evitare la guerra; tuttavia, i gruppi di interesse che occupano posizioni di potere governativo o economico si preoccupano di indirizzare la politica verso il conflitto armato e, una volta commesso l’errore, invece di rimediare, scelgono di approfondirlo senza curarsi delle sofferenze che infliggono all’umanità e dei danni che causano alla stabilità delle nazioni e al benessere delle società”.

Per questo motivo, ha affermato AMLO, continuiamo a come sia possibile che i governi della NATO abbiano portato l’Ucraina a questo bivio in un momento cruciale, mentre inviano sempre più armi e sanzionano la Russia, aumentando così il conflitto, causando ulteriori sofferenze ai suoi abitanti e aggravando la crisi economica mondiale con l’inflazione.

Ha quindi aggiunto he questo è il motivo alla base della guerra, delle sanzioni e delle massicce spedizioni di armi al regime di Kiev, “azioni che hanno aggiunto un’ulteriore dose di irrazionalità al confronto in corso”.

Il Presidente López Obrador ha avvertito che senza pace non ci sarà né crescita economica né giustizia. “Governare non deve essere un esercizio di egemonia per il gusto di dominare, ma soprattutto la ricerca del benessere del popolo. Il potere ha senso e diventa una virtù solo quando è messo al servizio degli altri”.

da qui

 

 

 

I piani di USA e UE per saccheggiare l’Ucraina – Lee Camp

 The Most Censored News with Lee Camp, condotto dal comico/scrittore/raconteur/provocatore/sabotatore Lee Camp, è uno sguardo bisettimanale alle storie più censurate all’interno dei media aziendali, ospitato dalla nuova piattaforma video Behind the Headlines – un progetto video di MintPress sostenuto al 100% dagli spettatori.

Camp porta alla luce storie che vengono (intenzionalmente) ignorate dai media mainstream e scava più a fondo quando i media tradizionali riportano solo la realtà superficiale. Essendo stato un comico professionista per 20 anni, uno scrittore per The Onion e il conduttore/scrittore capo di Redacted Tonight, Camp è anche particolarmente adatto a portare l’umorismo su questi argomenti.

Ora che gli Stati Uniti hanno pubblicamente accettato che quella in Ucraina è una guerra per procura e che l’Ucraina non vincerà, l’attenzione si è spostata su chi potrà saccheggiare cosa dall’Ucraina dopo la guerra.

Benjamin Norton di Multipolarista riferisce: “Il 4 e 5 luglio 2022, alti funzionari di Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud si sono incontrati in Svizzera per la cosiddetta Conferenza per la ripresa dell’Ucraina“.

Una conferenza per la ripresa dell’Ucraina suona bene, vero? Scommetto che raccomandano il volontariato nelle strutture di assistenza agli anziani, alloggi gratuiti per tutti coloro che in Ucraina stanno attraversando un periodo difficile e forse il finanziamento di un sistema di trasporto pubblico gratuito. No?

Norton continua: “Si sono incontrati per pianificare una serie di dure politiche neoliberali da imporre all’Ucraina del dopoguerra, chiedendo di tagliare le leggi sul lavoro, “aprire i mercati”, ridurre le tariffe, deregolamentare le industrie e “vendere le imprese statali agli investitori privati””.

In altre parole, stanno solo ripetendo il normale piano di gioco dell’Impero statunitense. Distruggere un’area del mondo, poi mettere in atto politiche capitalistiche drastiche e crudeli che arricchiscono un numero esiguo di persone e non aiutano chi soffre.

Questo piano di saccheggio dell’Ucraina non è iniziato con la guerra per procura dello scorso febbraio. Nuove prove dimostrano che gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali stavano pianificando di privatizzare l’economia ucraina almeno dal 2018.

Tra il 2018 e il 2021 la Conferenza per la ripresa dell’Ucraina aveva un nome diverso: Conferenza per la riforma dell’Ucraina. Secondo un documento della conferenza del 2018, “l’obiettivo finale della riforma è quello di vendere le imprese statali agli investitori privati…“. Questo obiettivo originario non è cambiato.

Se ci pensate, vendere le imprese statali agli investitori privati significa prendere qualcosa che apparteneva a tutto il popolo ucraino e darlo a una manciata di miliardari. Si tratta di un furto su larga scala.

Per quanto questo suoni come un saccheggio di un Paese, se il popolo ucraino volesse che ciò avvenisse, non starebbe a me discutere.

Ma, come riporta Norton, gli ucraini non sono favorevoli al saccheggio della loro nazione: “L’URC ha riconosciuto di essere molto impopolare tra gli ucraini reali. Un sondaggio ha rilevato che solo il 12,4% è favorevole alla privatizzazione delle imprese statali (SOE), mentre il 49,9% si oppone”.

Ma quando mai le obiezioni del popolo di una nazione sono state importanti per i potenti interessi che cercano di rubare le loro risorse?…

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La guerra in un mondo senza futuro – Marino Badiale

 

  1. Introduzione.

Il primo dei numeri della rivista “Limes” dedicati alla guerra in Ucraina (uscito a marzo) aveva il titolo “La Russia cambia il mondo”. È un titolo che coglie molto bene uno degli aspetti di fondo della situazione attuale, cioè il cambiamento netto, nella realtà politica mondiale, causato dall’attacco della Russia all’Ucraina. In questo intervento cercherò di esaminare come questo cambiamento si colleghi all’analisi della situazione storica contemporanea che ho sviluppato in vari interventi su questo blog, analisi la cui tesi principale è che l’attuale società capitalistica mondializzata si sta avviando verso un drammatico collasso.

Il punto di partenza per queste riflessioni è la sensazione che nei paesi occidentali buona parte dell’opinione pubblica, ma anche degli analisti e degli stessi ceti dirigenti, sia stata colta di sorpresa dall’azione russa, ritenendo evidentemente molto improbabile quello che poi è realmente accaduto. Anch’io ero di questa opinione, perché mi sembrava che una guerra, come quella attualmente in corso, fosse contraria agli interessi di tutti gli attori in gioco, e ovviamente confidavo nella razionalità di tali attori. La realtà ha smentito queste opinioni (che, come ho indicato, ritengo non fossero solo mie), e naturalmente occorre prenderne atto. D’altra parte, il fatto che la guerra sia iniziata e prosegua mi sembra non invalidi del tutto la tesi che vi siano, in questo fatto, forti elementi di irrazionalità, nel senso sopra indicato: tale guerra non appare del tutto congrua agli interessi dei vari attori coinvolti. Questo intervento è dedicato ad una riflessione su questo punto, cioè su come questa vicenda, e la sua disturbante irrazionalità, illumini alcuni aspetti di fondo della realtà contemporanea.

 

  1. Irrazionalità degli attori in gioco

Cercherò in questa sezione di mostrare gli elementi di irrazionalità che mi sembrano individuabili nel comportamento dei principali attori in gioco. Prenderò in esame, in quest’ordine, la Russia, gli USA, l’Ucraina.

2.1 Per quanto riguarda la Russia, sembra evidente che la scelta dell’intervento militare è un azzardo assai rischioso. Esaminiamo alcuni dei fattori di rischio.

In primo luogo, chi inizia una guerra corre il rischio di perderla, e la sconfitta molto spesso comporta il cambiamento, pacifico o violento, del ceto dirigente. Tutto questo è ovvio, ma nel caso della Russia il rischio sembra maggiore, perché la Russia è uno Stato che presenta vari punti critici: una economia debole e basata sulle esportazioni di materie prime, la presenza di popolazioni etnicamente differenziate che in un momento di crisi potrebbero avanzare rivendicazioni di autonomia o di indipendenza, una strisciante crisi demografica, un deficit di democrazia. Tutto queste debolezze fanno pensare che una sconfitta potrebbe comportare per la Russia una crisi più profonda di un semplice ricambio ai vertici. Non si può escludere, in queste condizioni, l’ipotesi estrema di una frammentazione dell’attuale Federazione Russa, in maniera analoga a quanto è successo alla Jugoslavia.

Queste osservazioni vanno legate ovviamente al fatto che l’invasione russa ha causato una risposta decisamente ostile da parte degli USA, e di conseguenza da parte dei loro vassalli europei. Sembra abbastanza evidente che nei ceti dirigenti USA vi sia da una parte chi vede nella Cina il nemico principale, e da questo punto di vista è disposto ad essere conciliante con la Russia; dall’altra, chi intende contrastare in ogni caso entrambe le potenze. Se questo è vero, non si può dubitare del fatto che la mossa di Putin abbia fatto pendere la bilancia in favore della seconda corrente, che appare adesso ispirare la politica estera USA, e che, prevedibilmente, resterà dominante almeno finché durerà la guerra. In questa temperie politica, è chiaro che lo smembramento della Federazione Russa potrebbe diventare, se non lo è già, un preciso progetto dei ceti dirigenti occidentali. In sostanza, la mossa di Putin ha alzato il livello dello scontro e le poste in gioco, rendendo possibili scenari estremi che finora erano quasi impensabili.

In secondo luogo si può osservare che la mossa di Putin ha introdotto ulteriori elementi di debolezza per la Russia, con le sanzioni economiche occidentali e il consumo di risorse militari che, per quanto grandi, non sono infinite. È probabile che il ceto dirigente russo abbia previsto questi problemi e abbia fatto il possibile per prevenirli. Sembra infatti che per il momento le sanzioni economiche non abbiano l’esito sperato nei paesi occidentali, ma d’altra parte è difficile pensare che esse non provochino un indebolimento del paese, almeno sul medio-lungo periodo e soprattutto pensando al fatto che la Russia ha bisogno delle importazioni di macchinari ad alta tecnologia. Per quanto riguarda l’esercito, appare evidente che la Russia ha programmato un’invasione che non mettesse in campo tutte le proprie forze, per non sguarnirsi, ma in ogni caso la situazione militare al momento in cui scrivo queste righe (fine estate 22) appare bloccata, e ovviamente le operazioni militari non possono continuare indefinitamente senza esaurire le risorse russe. Si può inoltre osservare che, impegnando l’esercito russo in una guerra in campo aperto, ampiamente monitorata dalle potenze occidentali in tutti i modi possibili (satelliti, agenti sul territorio, collaborazione con l’intelligence ucraina), Putin ha fornito a tali potenze una messe di informazioni sullo stato dell’esercito russo, sui suoi armamenti, le sue capacità, le sue tattiche. Senza che gli occidentali abbiano rivelato nulla di analogo dalla propria parte, visto che i loro eserciti non sono direttamente impegnati.

In terzo luogo, se l’invasione russa è stata sicuramente accolta con soddisfazione dalle minoranze che si sentivano oppresse dallo Stato ucraino, altrettanto sicuramente ha cementato un senso di appartenenza nazionale e di necessità di difesa del proprio paese da parte della maggioranza degli ucraini. È certo questa una delle ragioni della resistenza che finora l’Ucraina ha saputo opporre all’esercito russo. In sostanza, se la Russia riuscirà probabilmente, alla fine, ad incamerare alcuni territori finora ucraini, pagherà queste acquisizioni con la creazione di un granitico sentimento nazionale e antirusso in ciò che resterà dell’Ucraina, che diventerà così un altro membro del gruppo di Stati confinanti con la Russia e decisamente ostili ad essa (come Polonia e Stati baltici).

Infine, sul piano della politica globale, è evidente che la mossa di Putin spinge la Russia ad una alleanza sempre più stretta con la Cina, proprio perché le debolezze russe delle quali si è discusso rendono difficile evitare la sconfitta senza un alleato di grande forza come appunto la Cina. Ma è discutibile se questa alleanza stretta sia davvero conveniente, nel lungo periodo, per la Russia: essendo indubbiamente il partner più debole, essa corre il forte rischio di diventare subalterna. È evidente che per la Russia sarebbe stata più conveniente una politica di autonomia sia dall’Occidente sia dalla Cina, una politica che avrebbe più facilmente potuto perseguire i propri interessi nazionali, scegliendo volta per volta il partner dal quale fosse possibile ottenere di più. La mossa di Putin ha in sostanza grandemente ristretto la libertà d’azione geopolitica della Russia.

2.2 Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il punto da mettere in rilievo è che, come abbiamo appena detto, la situazione attuale spinge la Russia ad una stretta alleanza con la Cina. Ora, è abbastanza plausibile pensare che vi siano state, prima della guerra, trattative fra Russia e USA, che la Russia abbia fatto delle richieste come l’accettazione dell’annessione della Crimea e forme di forte autonomia per le zone russofile, e che gli USA le abbiano respinte, favorendo quindi la scelta di Putin di assumersi i rischi di cui abbiamo sopra parlato.

D’altra parte, una tesi ampiamente diffusa fra chi si occupa di questi problemi è quella che vede nel confronto USA-Cina il tema strategico fondamentale di questo secolo. La Cina è la potenza emergente di questa fase storica, e passaggi di questo tipo in passato hanno sempre portato a scontri, alla fine anche militari, fra la potenza egemone e quella emergente. Di ciò sono perfettamente consci i ceti dirigenti USA, che in questi anni hanno cercato in vari modi di contenere la crescita di influenza (economica, politica e anche militare) della Cina.

Ma se tutto questo è vero, è difficile evitare di trarre la conseguenza che gli USA dovrebbero fare di tutto per evitare una alleanza fra Russia e Cina. Se io sono il numero 1 e so che dovrò prima o poi scontrarmi col numero 2, è mio interesse isolare quest’ultimo e in particolare evitare che esso stringa un’alleanza col numero 3. Entrambi sono più deboli di me, ma messi assieme possono essere molto pericolosi.

Rispetto a questo tipo di argomentazioni, il comportamento degli USA, prima e dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, appare come un gravissimo errore strategico: avere prima negato a Mosca quanto chiedeva, e farsi, dopo, leader della coalizione antirussa, significa spingere la Russia all’alleanza con la Cina, che è proprio quello che gli USA dovrebbero evitare ad ogni costo (o quasi).

Ci sono spiegazioni per questo che appare come un grave errore strategico? Come è stato fatto anche per Putin, si può chiamare in questione l’irrazionalità, ma si tratta di una spiegazione puramente verbale. Dire che un certo comportamento è irrazionale significa semplicemente dire che non lo capisco, che non ho spiegazioni. Si tratta di una confessione di ignoranza. L’irrazionalità, quando diventa fattore storico significativo, non è una spiegazione perché va a sua volta spiegata. Un esempio di possibile spiegazione sarebbe il considerare l’ipotesi, alla quale abbiamo già accennato, che una strategia di lungo periodo degli USA sia quella della distruzione della Russia, e della creazione, come inevitabile conseguenza, di una fascia di instabilità, conflitti e rischi politici e militari di vario tipo nel cuore dell’Eurasia. Questa “strategia del caos” avrebbe come scopo, in questa ipotesi, di creare, appunto, il caos ai confini della Cina, in maniera che essa ne venga coinvolta, in un modo o nell’altro, e si trovi quindi bloccata nella sua crescita verso l’egemonia mondiale. Se questa è la strategia USA, sembra comunque altrettanto rischiosa per gli USA di quanto l’invasione lo sia per la Russia: infatti, creare il caos in un paese che possiede migliaia di testate nucleari potrebbe mettere in questione la stessa sicurezza nazionale USA; inoltre, lo sfaldamento della Russia creerebbe sicuramente problemi alla Cina, ma potrebbe offrirle anche una possibilità di espansione nelle ricche terre della Siberia orientale, e in generale l’opportunità di agire come agente di ordine in una Eurasia resa caotica, ampliando così la sua sfera di influenza e di potere, e magari creando un vastissimo “impero asiatico” che rappresenterebbe la base territoriale dalla quale lanciare la sfida agli USA.

2.3 Infine, per quanto riguarda l’Ucraina, la scelta di combattere una guerra contro un nemico dotato di risorse molto maggiori è una scelta autodistruttiva. È ovvio che nessun ceto dirigente statale accetta volentieri diminuzioni della propria sovranità, ma il punto è che, a meno di svolte drastiche nel corso della guerra, tali diminuzioni verranno comunque imposte, ad un grado maggiore o minore a seconda di ciò che accadrà sul campo: e a quel punto l’Ucraina si troverà ad aver perso parte dei propri territori, e soprattutto si troverà con una economia devastata. Appare del tutto ovvio che sarebbe stato più sensato, per l’Ucraina, accettare subito perdite territoriali limitate ma evitare i disastri della guerra.

Si possono riassumere le riflessioni fin qui svolte dicendo che il probabile esito finale di questa guerra sarà la sconfitta di tutti gli attori in gioco. Per “probabile esito finale” intendo una situazione in cui l’esaurimento delle risorse porterà ad una stabilizzazione del fronte che diverrà poi, materialmente o anche formalmente, la linea di confine. In questo modo, la Russia avrà incamerato una parte di Ucraina, ma a caro prezzo: farsi ancora più nemici tutti i paesi europei con lei confinanti (la richiesta di adesione alla NATO di due paesi tradizionalmente neutrali come Finlandia e Svezia è un segnale forte in questo senso), peggiorare la propria economia, specie nei settori che richiedono tecnologie avanzate, diventare dipendente da una potenza non del tutto amichevole come la Cina. Gli USA avranno indebolito la Russia ma rafforzato la Cina regalandole appunto la Russia, e non sembra una mossa di grande genialità. L’Ucraina avrà ottenuto di conservare una identità statale, ma sarà un paese devastato e impoverito.

Se davvero questo è l’esito più probabile della guerra in corso, l’irrazionalità delle scelte fin qui compiute da tutti gli attori appare evidente…

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UN PROTOCOLLO SUL RIPUDIO DELLA GUERRA

23 AGOSTO 2022 /  COSTITUENTE TERRA /  IL PROCESSO COSTITUENTE /

PER UN PROTOCOLLO SUL RIPUDIO SOVRANO DELLA  GUERRA E LA DIFESA DELL’INTEGRITÀ DELLA TERRA

UN APPELLO AI CANDIDATI DEL 25 SETTEMBRE

NOI  ELETTORI, SOVRANI E SOVRANE, SENSIBILI  AI PRINCIPI  COSTITUZIONALI  E  AGLI  IDEALI  PERSEGUITI DA “COSTITUENTE TERRA”, “ LAUDATO S Ì”, “ CHIESADITUTTICHIESADEIPOVERI”,  “RETE PACE E DISARMO”,  “SBILANCIAMOCI”,“NOI SIAMO CHIESA”, “FONDAZIONE BASSO ISSOCO”,” CENTRO DI RICERCA PER  LA PACE DI VITERBO”,  “FONDAZIONE INTERNAZIONALE  PER  IL DIRITTO E LA LIBERAZIONE DEI POPOLI””,  “COORDINAMENTO PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE”, “ PAX CHRISTI”,” CENACOLO IN ASCOLTO  DI  PAPA FRANCESCO”,”COMITATI  DOSSETTI E  PER LA COSTITUZIONE”, “ACI”  E DA ALTRE ASSOCIAZIONI ANALOGAMENTE ISPIRATE,

RIVOLGIAMO  AI CANDIDATI DI TUTTE LE LISTE  ALLE  ELEZIONI  DEL 25 SETTEMBRE 2022 UN FERVIDO APPELLO IN FAVORE DELLA PACE.

LO FACCIAMO SPINTI DALL’URGENZA DI USCIRE  DA UNA GUERRA INCONTROLLATA  E  FATTA SPETTACOLO, MEMORI DELLE TRAGEDIE PASSATE, COMUNICANDO NEL DOLORE DELLE VITTIME, DEI  NAUFRAGHI,  DEI  PROFUGHI, DELLE DONNE UMILIATE E OFFESE, CONFIDANDO NELL’ASCOLTO DI QUELLI CHE SARANNO I NOSTRI RAPPRESENTANTI.

La guerra, maturata nella sfida e nei sospetti reciproci, cominciata sciaguratamente come guerra tra la Russia e l’Ucraina, divenuta inopinatamente guerra tra la NATO e la Russia, pronosticata come guerra tra l’Occidente e la Cina  e incombente come guerra mondiale, non si fermerà da sola e senza una straordinaria iniziativa politica che la intercetti precipiterà verso un esito infausto per l’umanità tutta. Questa Iniziativa politica resiliente però  sarebbe vana se limitata a sospendere  la guerra in atto e non invece a estromettere la guerra dal diritto e da ogni eventualità futura.

Chiunque può prendere questa iniziativa. Sappiamo dalla storia che la salvezza può venire dal forte come dal debole, da più Stati insieme ma anche da un solo Paese, dal concorso di molti ma anche dal personale operato di  una sola o di un solo.

Noi pensiamo che possa essere l’Italia a prendere questa iniziativa e che la grande opportunità offerta da queste elezioni possa  far  sì che a condurla siano il prossimo governo e il prossimo Parlamento.

La richiesta ai candidati al prossimo Parlamento è pertanto di impegnarsi con gli  elettori  a far sì che l’Italia, governo e popolo, promuova un generale ripudio della guerra quale scritto nella sua Costituzione e già fatto proprio dalla Carta dell’ONU. Questa iniziativa politica dovrebbe prendere la forma della proposta alle altre Parti contraenti dei Trattati europei e dello Statuto delle Nazioni Unite di un Protocollo sul ripudio  della guerra e la difesa dell’integrità della Terra. (Quarantatre, compresi  quelli soppressi, sono i Protocolli già allegati ai Trattati europei, da quello sul ruolo dei Parlamenti nazionali a quello sui privilegi dell’Unione Europea).

IL PROTOCOLLO SUL RIPUDIO DELLA GUERRA

Il Protocollo sul Ripudio Sovrano della Guerra da discutere in Parlamento dovrebbe avere i seguenti contenuti.

Le Alte Parti Contraenti hanno convenuto le Disposizioni seguenti, che vengono allegate al Trattato che istituisce l’Unione Europea e allo  Statuto delle Nazioni Unite

La guerra è ripudiata in tutte le sue forme, comprese le sanzioni indiscriminate e ogni altra modalità di genocidio,  a cominciare dalla definitiva abolizione e interdizione delle armi nucleari e delle altre armi di distruzione di massa, biologiche, chimiche, radiologiche, come delle mine antiuomo.

Un nuovo  sistema di sicurezza collettivo, garantito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adempierà alle funzioni di mutuo aiuto e di difesa  già esercitate dalle alleanze militari di parte e comporterà una  riduzione graduale e condivisa delle spese militari nonché della fabbricazione e del commercio di tutti gli armamenti.

Dovere di tutti i popoli e Stati è la difesa della Terra, patria e madre di tutti. Compito e obiettivo comune è arginare un uso delle risorse lesivo dell’ambiente naturale, ripristinare l’equilibrio ecologico e salvaguardare le specie viventi.

La coesistenza fraterna  degli Stati in ogni circostanza, favorevole o avversa, la rinunzia a modificarne con la forza i confini, la liberazione e il riconoscimento del diritto e dell’autodeterminazione dei popoli sono norma comune e bene fondamentale dell’intera Comunità della Terra.

A partire dalle tradizioni costituzionali degli Stati membri, dalle culture e valori dei popoli e dalle esperienze di convivenza pacifica già in atto nella famiglia umana assumiamo l’impegno di predisporre con un’ampia consultazione e promulgare  una Costituzione della Terra che garantisca giusti ordinamenti,  la dignità del lavoro e il godimento universale dei diritti e dei beni fondamentali a tutti  gli uomini e le donne del Pianeta  nessuno escluso.

Nel chiedere questo impegno legislativo e politico ai nostri futuri rappresentanti in Parlamento noi sappiamo che il ripudio della guerra  nella sua piena effettività comporta il rovesciamento di una cultura millenaria e il passaggio a un nuovo corso storico che è compito della politica assecondare e governare. Le candidate e i candidati che condivideranno e manterranno l’ impegno che qui viene loro richiesto si segnaleranno in tal modo agli elettori per affidabilità e lungimiranza.

Chi intende aderire a questo documento può comunicare la sua firma scrivendo all’indirizzo mail:

ripudiosovrano@gmail.com

I candidati possono aggiungere la loro firma allo stesso indirizzo specificando la lista in cui si presentano…

da qui

 

Si vis pacem para pacem: alcuni consigli pratici – Francesca Lacaita

 

La guerra in Ucraina ha compiuto sei mesi. Bisogna forse risalire alla guerra in Kosovo nel 1999 (che tuttavia ne durò meno di quattro, mentre di questa non si vede la fine) per trovare un conflitto che abbia stretto altrettanto unitamente le classi dirigenti europee, e il sistema mediatico che le sostiene, attorno alle ragioni della NATO, e che abbia diviso altrettanto profondamente l’opinione pubblica progressista. Allora come oggi chi non sosteneva l’Occidente in nome della pace veniva accusato di simpatizzare per un dittatore, anch’esso paragonato a Hitler, e di calpestare valori fondamentali quali i diritti umani (nel 1999) e la libertà e l’autodeterminazione di un popolo (nel 2022). Oggi come allora la pace “giusta” si ritiene possa conseguirsi solo assicurando la vittoria, appunto, alla parte giusta della Storia, che garantirà democrazia, diritti umani, libertà e autodeterminazione.

Nella prospettiva pacifista, per contro, la pace come espressione di una potenza o di una costellazione egemone è di per sé fragile e instabile, sottoposta a continue tensioni e contestazioni. Basta solo ricordare l’oblio in cui sono cadute quelle dottrine che una ventina di anni fa salutavano l’età del “nuovo imperialismo liberale” o dell’“Empire Lite” quale cornice per risolvere i problemi dei conflitti etnonazionali o degli “stati falliti” – e che comunque con la guerra in Ucraina in corso forse non conviene evocarle troppo. Il punto è invece superare la violenza strutturale e i rapporti di potere che dominano il mondo, sia tra gli stati sia all’interno di essi. Vaste programme, potrebbe dire qualcuno. In realtà, se si considerano le dinamiche alla base dei vari processi di pace o di riconciliazione che si sono intrapresi nella storia del nostro tempo, non è difficile individuare i fattori che hanno contribuito alla loro riuscita (si pensi allo stesso processo di integrazione europea, specie nei primi anni dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, o, pur con i suoi limiti, al processo di pace nell’Irlanda del Nord), o viceversa al loro fallimento (un esempio per tutti, il processo di pace in Palestina nei primi anni Novanta). Non si richiedono palingenesi; al contrario la pace si costruisci a piccoli passi, cominciando a mettere in discussione quanto passa per verità ricevuta, a osservare, ad ascoltare, a dialogare, a mediare, a educare, ad accordarsi, fino a modificare i rapporti e le condizioni strutturali che producono violenza. La pace è una piantina delicata, che va coltivata con cura, ma che cresce se vi si dedica.

Nel caso del conflitto in Ucraina, secondo l’opinione politicamente e mediaticamente dominante, è proprio l’aggressione brutale e ingiustificabile, contro ogni diritto internazionale, da parte della Russia, a impedire approcci diversi dalla guerra “vecchio stile”, che dovrà inevitabilmente concludersi con la vittoria ucraina. L’eventuale sconfitta di questi ultimi sarà da addebitarsi unicamente alla nostra carenza di solidarietà. Solidarietà intesa in senso sostanzialmente militare, come l’unica cosa che conta.

La solidarietà con gli aggrediti e il sostegno al loro diritto di autodeterminazione (il plurale è d’obbligo quando si parla di Ucraina) sono fuori discussione, come pure la condanna della visione autoritaria, coercitiva, imperiale, violenta e regressiva del regime putiniano. Ma quella che si combatte in Ucraina non è solo una guerra di resistenza a un’invasione. È una anche guerra che si inserisce nel contesto di rivalità geopolitica tra gli USA con la NATO e la Russia. Al tempo stesso, nel quadro di questa guerra, viene consolidandosi in Ucraina un determinato progetto politico, sociale e nazionale a discapito di altri almeno sino a poco tempo fa concorrenti. Questa complessità è negata da quelle letture popolari nella sinistra “interventista” che si concentrano quasi esclusivamente sull’atto dell’invasione e sulla rievocazione di paragoni improbabili dal punto di vista storico, quali la guerra civile spagnola o la Resistenza europea, italiana in particolare, in un gioco di specchi che rivela così tutto il carattere della propaganda (vent’anni fa era invece il momento dell’arrivo degli americani alla fine della Seconda guerra mondiale a essere oggetto di trepida rievocazione).

Al contrario, è in virtù di questa complessità che occorre ripensare agli insegnamenti dell’ultimo secolo e mezzo di conflitti (mondiali, imperiali, regionali, nazionali) e pensare in che modo preparare la pace anche con questa guerra in corso. Ce lo ricorda una pubblicazione uscita nei mesi scorsi in Germania, Friedensgutachten 2022. Friedensfähig in Kriegszeiten (“Perizia della pace 2022. Capaci di risolvere i conflitti pacificamente in tempi di guerra”, Transcript Verlag, disponibile gratuitamente qui in versione pdf), un annuario prodotto da una rete di istituti di ricerca sulla pace (Bonn International Centre for Conflict Studies; Leibniz-Institut Hessische Stiftung Friedens- und Konfliktforschung; Institut für Friedensforschung und Sicherheitspolitik an der Universität Hamburg; Institut für Entwicklung und Frieden, Universität Duisburg-Essen). L’edizione di quest’anno è prevedibilmente dedicata in buona parte al conflitto in Ucraina. Gli autori intendono chiaramente porsi come interlocutori del governo tedesco, e non ne mettono in discussione il punto di vista, come pure quello dell’Occidente in generale. Sottoscrivono persino l’invio di armi e il sostegno militare al paese invaso. Tanto più sono significativi il resto e il contesto delle proposte, che costituiscono una buona base di partenza per pensare a come preparare la pace.

Sì allora alla fornitura di armi all’Ucraina, secondo gli autori del rapporto, ma essa deve essere sottoposta a continuo monitoraggio per sincerarsi della sua utilità e per evitare effetti controproducenti (p. 17), non come in Italia dove si mantiene il segreto sulla consegna delle armi. Stessa cosa riguardo alle sanzioni, di cui vanno seguiti gli effetti per valutare la loro efficacia e minimizzare le conseguenze dal punto di vista umanitario (p. 18). Armi e sanzioni devono comunque rientrare in una strategia complessiva che consenta una risposta rapida e flessibile ai cambiamenti che si riscontrassero dall’altra parte. Soprattutto, esse devono avere per scopo alzare i costi dell’impegno bellico della Russia e rendere conveniente per la sua dirigenza intraprendere la via diplomatica con serie trattative di pace. L’obiettivo è giungere prima a un cessate il fuoco che congeli immediatamente il conflitto, per poi giungere al negoziato da cui uscirà l’assetto postbellico. L’Occidente, in altri termini, «non dovrebbe puntare soltanto su una soluzione militare, in quanto soltanto una pace attraverso i negoziati (e non una pace attraverso la vittoria) ha la ragionevole prospettiva di durare» (p. 32). La pace attraverso i negoziati, si ricorderà, era stata una richiesta dei movimenti per la pace durante la Prima guerra mondiale al di qua e al di là del fronte, e chissà, se fosse stata presa in considerazione, forse la storia del Novecento avrebbe potuto andare diversamente. Allo stesso modo, se l’obiettivo è portare la Russia al tavolo dei negoziati, non può essere quello di sconfiggerla militarmente o di provocare un cambio di regime (p. 26). «Occorre essere consapevoli che il rischio aumenta se la Russia viene spinta sulla difensiva» (p. 32), aumenta cioè la sua disponibilità a correre rischi per ribaltare la situazione. Né è saggio evocare un nuovo «conflitto di sistema» sulla base del contrasto fra democrazia e autocrazia (p. 26).

Più in generale, è fondamentale pensare ora a preparare la transizione dalla guerra alla pace. Gli autori non prendono una posizione precisa riguardo alle cause della guerra. Da un lato ritengono «degno di discussione» perché l’Occidente e anche l’Ucraina abbiano «esitato», anche con i segnali di crisi in corso, a cercare soluzioni intermedie in risposta alle richieste russe di neutralità dell’Ucraina e di fine dell’allargamento della NATO, richieste che gli autori ritengono fossero «negoziabili» (p. 30). Dall’altro lato, puntano il dito contro la Russia, che «negli ultimi anni si è allontanata dall’ordine normativo mondiale, ha violato sistematicamente il diritto internazionale e ha commesso ripetutamente crimini di guerra. Richiede molta fantasia immaginare come si possano nuovamente ricostruire relazioni basate sulla fiducia che vadano oltre la deterrenza e la coesistenza conflittuale» (p. 29). Invece, proseguono immediatamente gli autori, è proprio questo che è necessario proporsi. «Il rischio del dibattito attuale è che vengano generalmente rifiutate la diplomazia, la cooperazione e la fiducia politica. […] Un ordine di pace e di sicurezza basato sulla cooperazione è possibile e non è fallito solo perché adesso Vladimir Putin lo sta distruggendo» (p. 29). La «costruzione di nuove strutture di cooperazione» in Europa e nel mondo prenderà tempo e sarà graduale, passando dalla deterrenza e standard minimi di controllo degli armamenti a una coesistenza pacifica che comporti la rinuncia «alla destabilizzazione reciproca» (p. 30). Ma, insistono gli autori, è adesso che si deve pensare come arrivarci.

Altre loro raccomandazioni esulano dal conflitto russo-ucraino in senso stretto ed includono il rafforzamento dell’Unione Europea all’interno e verso l’esterno, il sostegno a iniziative e a programmi di controllo degli armamenti e di disarmo nucleare, l’adesione da parte della NATO al principio di “no first use”, l’impegno cioè a non attaccare per primo con le armi nucleari (perché la NATO sarebbe teoricamente un’alleanza difensiva, ma, a differenza di India e Cina, si rifiuta di riconoscere vincoli in tal senso). Viene anche auspicata l’adozione di una politica estera femminista, a cui il rapporto dedica un’intera sezione. Appare chiara la rilevanza che avrebbe un tale approccio, preso sul serio, nella risoluzione del conflitto tra la Russia e l’Ucraina. Ma non se ne può discuterne qui ora.

Questi “consigli pratici” che si ricavano dal Friedensgutachten 2022 confermano, se ce ne fosse bisogno, la futilità di concentrarsi (e di dividersi) quasi esclusivamente sull’invio delle armi in Ucraina. Non può essere in discussione il diritto degli ucraini a resistere come possono all’aggressione. È però legittimo contestare il ruolo che ha avuto la NATO, non ufficiale e non dichiarato, e quindi tanto più torbido, nel gestire questo conflitto prima e dopo l’invasione russa, e che ha tuttora nell’ostacolare la ricerca di una via d’uscita pacifica dalla guerra. Andare oltre la logica di guerra, pensare la pace, preparare la pace, dovrebbe essere dirimente anche per chi ritiene necessario aiutare gli ucraini anche militarmente. Ma chi lo fa?

da qui

 

 

A proposito dell’allargamento della NATO a est, col senno del poi… – Antonia Sani

Tra le mie carte di diversi anni fa ho recentemente ritrovato una mia riflessione inviata a «Repubblica» nel maggio 1998 – e che ripropongo qui sotto nella sua interezza – ai tempi del dibattito sulla questione dell’allargamento della NATO ad est ai paesi dell’ex-patto di Varsavia. Rifondazione Comunista – alla quale andavano all’epoca le mie preferenze politiche – fu in quell’occasione l’unica compagine della sinistra parlamentare a sostenere con forza, nel successivo dibattito politico alla Camera di fine giugno, la propria contrarietà a tale decisione «in favore di un potenziamento dell’ONU e della definizione di un sistema di sicurezza comune europea fondato sull’OSCE» (intervento di Ramon Mantovani alla Camera, seduta n. 377 del 23 giugno 1998). L’intero schieramento parlamentare, ad eccezione – oltre che di Rifondazione – della Lega Nord e di Alleanza Nazionale, votò compatto a favore di tale opzione sostenendo «che l’allargamento della NATO a paesi che facevano parte del blocco sovietico rappresenta una opportuna scelta politica nell’ambito di una strategia di pace e di collaborazione» (intervento del capogruppo PdS Fabio Mussi alla Camera, seduta n. 377 del 23 giugno 1998). Oggi, a distanza di ventiquattro anni da quel dibattito e da quegli accadimenti, la funesta realtà che ci circonda è ben altra da quella che la maggioranza di governo, all’epoca, andava prospettando nel quadro del consolidamento della pace a livello mondiale: ci troviamo infatti nel pieno di un conflitto generato, in ultima istanza, proprio da quelle discusse decisioni alle quali non si è mai andata affiancando una reale politica di contenimento e smantellamento degli arsenali militari e nucleari e di rafforzamento dell’Europa comunitaria come entità autonoma e non subalterna agli interessi della NATO. Col senno di poi, chi aveva ragione?

 

Roma, 14 maggio 1998

Contesto vivamente l’affermazione di Paolo Garimberti (I comunisti di retroguardia, «La Repubblica», 14 maggio 1998) laddove definisce il «no di Bertinotti all’allargamento della NATO una posizione dal sapore di tardo romanticismo comunista anni settanta». Certo, sarà pure una posizione «stonata con la realtà politica europea e internazionale», ma la posizione è d’avanguardia e non di retroguardia! La NATO aveva un senso finché c’era il Patto di Varsavia. Oggi significa soltanto confermare quella «fedeltà atlantica» che, seppure in anni e contesti diversi qualche ragione può averla avuta, oggi di ragioni non ne ha proprio nessuna.

Il tempo darà sicuramente ragione a Rifondazione: l’Europa unita – finalmente a un solo binario – dimostrerà l’inutilità, se non la perniciosità, del mantenimento della NATO, che diverrà un negletto orpello qualora non si voglia procedere al suo smantellamento ufficiale. Per ora mi sento di ringraziare Rifondazione Comunista per questo voto coraggioso, moderno e leale.

da qui

 

 

Il Nobel della pace che vorremmo – Tonio Dell’Olio

 

Ci sono storie che non hanno bisogno di troppe parole. Brillano di

luce propria. Quella di Maria Elena Bottazzi, per esempio, è tutta

custodita nella sua passione per la ricerca scientifica. Nasce 56 anni

fa in Italia e si trasferisce in Honduras per emigrare in seguito

negli Usa dove si è naturalizzata. Vicedecana della Scuola nazionale

di Medicina tropicale, professore di pediatria, virologia molecolare e

microbiologia, capo divisione di Medicina tropicale pediatrica e

co-direttrice del Centro di sviluppo per vaccini dell’Ospedale

pediatrico del Texas presso il Collegio di Medicina di Baylor a

Houston e professore di Biologia all’Università di Baylor a Waco. Oggi

è candidata al Nobel per la pace perché ha elaborato e fatto produrre

il vaccino anti-Covid Corbevax. Avrebbe potuto guadagnare tanti tanti

soldi vendendo il brevetto a qualcuna delle aziende Big-Pharm e invece

ne ha pubblicato la formula come “open science” e chiunque può

produrlo. Dall’India al Botswana all’Indonesia hanno accolto

l’opportunità e, a meno di 2 dollari per dose, è stato confezionato da

aziende pubbliche. Praticamente costa meno di un decimo dei vaccini

attualmente più utilizzati nel mondo. Si calcola che finora più di 70

milioni di persone hanno potuto usufruire di questo vaccino. Se le

venisse assegnato il Nobel, il mondo capirebbe che è possibile avere

una scienza al servizio della pace. Senza bisogno di tante parole.

da qui

 

Sanzioni, storia di un’arma tanto cara – Giuseppe Cassini

 

DA NAPOLEONE A PUTIN. Chi ci ha guadagnato e chi ci ha rimesso, fin qui, con la «febbre sanzionatoria». E quanti morti in Ucraina occorreranno ancora per questa”drôle de guerre” che non osa dire il suo nome

 

Il 21 novembre 1806 Napoleone firmò, nella Berlino appena conquistata, il decreto che proibiva alle autorità portuali europee di far attraccare qualsiasi nave britannica. Con questa inedita misura sanzionatoria, nota come Blocco Continentale, Napoleone contava di affamare la Gran Bretagna, non riuscendo a batterla con le armi. Vi aderirono anche lo zar Alessandro e Francesco I° d’Austria, per non irritare colui che nelle corti europee veniva simpaticamente chiamato l’Orco. Presto, però, Napoleone constatò che il Blocco faceva acqua da tutte le parti e lo rafforzò con un ulteriore decreto, emanato a Milano nel 1807. Fatica inutile.

Tra i primi a violare l’embargo si distinsero gli olandesi, complice il loro re: che era Luigi Bonaparte, fratello dell’imperatore! Per gli olandesi – come per i portoghesi e per tanti altri – la libertà dei traffici con l’Inghilterra era una questione vitale. Dunque i commerci marittimi continuarono, ovviamente a costi rovinosi, fino a provocare la rovina economica della stessa Francia; si salvò invece la Gran Bretagna, ossia la nazione sanzionata.

Funzionano meglio le sanzioni moderne? Dipende. Quelle economiche contro l’Italia votate nel 1935 dalla Società delle Nazioni per l’aggressione all’Etiopia non la danneggiarono più di tanto. Diverso il caso di Cuba nel dopoguerra: l’economia cubana, dipendente in toto dal Nordamerica, collassò sotto il peso dell’embargo. Quando nel 1977 fui inviato come diplomatico all’Avana, mancavano perfino i bottoni. Ma il consenso popolare era ormai fortissimo pur senza bottoni, perché l’embargo aveva forgiato un esaltante sentimento di unità nazionale al grido di «Patria o muerte, venceremos».

Le sanzioni internazionali avrebbero lo scopo di punire uno Stato senza ricorrere alle armi. Chi le applica, infatti, confida che l’arma economica raggiunga lo scopo evitando spargimenti di sangue. Ma non andò così in Iraq. Le molteplici sanzioni adottate contro Saddam Hussein danneggiarono ben poco il regime e i suoi accoliti, mentre ridussero alla fame e alla morte masse di iracheni indigenti.

Quanto all’Iran, gli Usa iniziarono a sanzionare il governo teocratico fin dalla “crisi degli ostaggi”, quando 52 funzionari americani rimasero bloccati in ambasciata oltre un anno fra il 1979 e il 1981. Solo nel 2015 il lento riavvicinamento dell’Occidente all’Iran sfociò in un accordo, davvero storico, che sospendeva per dieci anni lo sviluppo dell’arma nucleare iraniana: merito della fatica diplomatica di Obama, di John Kerry e dell’Ue. Solo l’insipienza di Trump, teleguidato da Israele, lo spinse a stracciare quell’accordo e a rafforzare l’embargo contro Teheran.

Chi ci ha perso? Direi l’Occidente, che ora deve vedersela con un regime indurito dalla violazione americana del principio pacta servanda. Chi ci ha guadagnato? Certamente Dubai, dove si è trasferita ed è fiorente l’attività finanziaria dell’Iran, in barba all’isolamento bancario imposto a Teheran.

Dall’Afghanistan allo Zimbabwe sono una trentina i Paesi colpiti nel dopoguerra dalle sanzioni degli Stati Uniti, una “punizione” tanto cara agli americani imbevuti del biblico spirito di retribution. Washington – come un Minosse dantesco che «giudica e manda secondo chi avvinghia» – separa gli Stati reietti da quelli virtuosi a seconda delle convenienze (Iran reietto, Arabia Saudita no; Venezuela di Maduro reietta, Brasile di Bolsonaro no). L’attuale «febbre sanzionatoria» – definizione di Putin – indebolirà l’Europa più dell’America, ma indebolirà la Russia più dell’Europa.

Gli unici ad arricchirsi sono i soliti: intermediari, speculatori, contrabbandieri. Mentre gli unici a perdere tutto, la salute e la vita, saranno i soldati ucraini e russi, intenti a scavare trincee nel fango per avanzare di qualche metro, come un secolo fa sulla Marna.

In questa drôle de guerre che non osa dire il suo nome e che le diplomazie russa e americana non intendono fermare, quanti morti occorreranno ancora per guadagnare qualche inutile metro di terra in più? Resteranno sepolti lì sotto la neve all’arrivo dell’inverno?

* Ex ambasciatore d’Italia

da qui

 

 

 

Ucraina: la vittoria parziale della controffensiva mistica – Davide Malacaria

 

La controffensiva ucraina continua con successo, avendo riconquistato anche Izyum, che è snodo importante della regione di Kharkov. Ciò ha messo l’esercito russo alle strette e costretto a rivedere il suo dispiegamento e i suoi piani.

Tale successo è frutto della stretta collaborazione con i comandi americani, come rivendica con orgoglio il New York Times, riferendo informazioni provenienti dal Pentagono.

Una vittoria americana

Il fatto che gli Stati Uniti abbiano avuto un ruolo decisivo in questa operazione lo indica anche la visita di Blinken a Kiev di giovedì, nella quale ha annunciato nuovi aiuti militari.

Ma non c’era bisogno di andare in Ucraina per dire che l’America continuerà a sostenere Kiev. Il viaggio serviva a due scopi: anzitutto coordinare da presso le operazioni militari, non tanto sotto il profilo operativo, ché Blinken non è un generale, quanto sotto l’aspetto gestionale, cioè assicurarsi che tutto procedesse secondo le istruzioni.

La seconda, che fa il paio con il senso dell’articolo del Nyt, mettere in evidenza che questa è una vittoria tutta americana, così che, simbolicamente, sono gli Stati Uniti, non l’Ucraina, ad aver sconfitto l’orso russo. Una vittoria che arriva a ridosso dell’11 settembre, data propizia per la controffensiva mistica.

Per quanto riguarda la parte operativa, è significativo quanto scrive il Nyt, che ha spiegato in questo modo le due operazioni fallite prima e in concomitanza della controffensiva vincente nella regione di Kherson; “La decisione dell’Ucraina di propagandare la sua controffensiva nel sud prima di colpire a nord-est è una tecnica standard di depistaggio usata dai soldati delle operazioni speciali americane, gli stessi che hanno addestrato gli ucraini fin dall’annessione della Crimea nel 2014”.

“[…] Questi ragazzi sono stati addestrati per otto anni dalle squadre delle Operazioni speciali”, ha dichiarato Evelyn Farkas, il più alto graduato del Pentagono per Ucraina e Russia dell’amministrazione Obama. “Gli è stato insegnato qualcosa sulla guerra irregolare. I nostri operatori dell’intelligence gli hanno insegnato l’inganno e le tecniche di operazioni psicologiche”.

Forse è vero quanto spiega il generale, il quale comunque, senza accorgersi, conferma quanto sostengono i russi, che la fase bellica attuale è solo una prosecuzione della guerra iniziata nel 2014 con piazza Maidan.

O forse manipola un po’ la realtà perché l’offensiva su Zaporizhzhia era vera, non una finta, altrimenti non avrebbero bombardato per giorni la centrale nucleare nella speranza che una criticità nucleare mettesse alle strette i difensori, prospettiva sfumata per l’arrivo alla centrale degli ispettori dell’Aiea, che avrebbero potuto raccontare al mondo la follia che si stava consumando.

Ma, anche a prendere per buona la tesi del generale, resta che la cronaca made in Usa appare alquanto stralunata. Sembra di assistere a una sorta di Risiko, con gli americani che mettono i loro carrarmatini neri in Ucraina e scacciano alcuni carrarmatini rossi da alcune aree.

La guerra non è un Risiko

La guerra è un’altra cosa, come dimostrano le cifre ufficiali, le quali indicano che l’esercito ucraino negli ultimi quattro giorni ha perso 12mila uomini (4mila morti e il resto feriti). Lo dice, en passant, anche anche il Nyt citato, spiegando che gli ucraini hanno “subito perdite pesanti”. Perché “passare all’offensiva è sempre più difficile da gestire rispetto alla difesa”.

Frase anodina che cela gli orrori indicibili accennati… Ma al di là le vittorie attuali permetteranno alla NATO di fornire ancora più carrarmatini all’Ucraina, dal momento che la vittoria impossibile ora appare meno impossibile, anche se resta una mera follia.

La Russia lo ha dimostrato aumentando la pressione sull’acceleratore e bombardando diverse centrali energetiche in tutta l’Ucraina. Colpi di avvertimento, dal momento che hanno provocato danni limitati (alcuni morti, purtroppo, e qualche black-out).

Attacchi che avevamo ipotizzato in un articolo pregresso e paventati anche dal Nyt suddetto. I colpi di avvertimento russi servono sia a rispondere con la stessa moneta agli ucraini, che colpiscono le centrali energetiche nel territorio controllato dai russi, sia ad avvertire Kiev che le cose potrebbero complicarsi, se cioè la Russia adottasse una tattica simile a quella usata dagli americani in Iraq, dove distrussero tutte le infrastrutture chiave del Paese.

Questi colpi di avvertimento dovrebbero far comprendere a cronisti, politici e guerrafondai vari che la guerra non è un Risiko e l’escalation è sempre dietro l’angolo. E che sarebbe il caso di accogliere le aperture russe sull’avvio di un negoziato (parola che latita nel campo occidentale), come riproposto di recente dal ministro degli Esteri Lavrov.

Le attuali vittorie ucraine potrebbero aprire una finestra di opportunità in tal senso, dal momento che un eventuale accordo non sarebbe percepito come una vittoria di Putin, cosa che Biden vuole evitare prima delle elezioni di midterm, ma come una sua sconfitta.

Purtroppo è più probabile che, invece, agiscano in senso contrario, intossicando ancor più la propaganda bellica che, dopo mesi di fumo, può prospettare una vittoria totale di Kiev in base a elementi parziali e in prospettiva fallaci, ma per la prima volta veritieri.

Sul senso dell’Occidente per la pace in Ucraina, si può leggere un istruttivo articolo di Walt Zlotov sul Ron Paul Institute che spiega come gli Usa, nell’aprile scorso, abbiano inviato Boris Johnson a Kiev per impedire che Zelensky si accordasse con la Russia in base a un piano di pace già stilato e sul punto di essere siglato (titolo dell’articolo: “Perché gli Stati Uniti hanno silurato l’accordo negoziato della guerra in Ucraina di aprile?”).

da qui

 

 

Festival della Nonviolenza | Disarmarsi per disarmare

 

La pace fugge dal campo dei vincitori

A inizio 2022 risultano 12.705 testate nucleari esistenti nel mondo, 9440 in condizione di uso potenziale, di cui 2000 in stato di massima allerta, nonostante il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW), votato dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 2017 ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021.

Le spese militari nel mondo hanno superato nel 2021 i 2000 miliardi di dollari e in Italia, nel 2022 la spesa prevista per gli armamenti è di 25,823 miliardi, più 3,4 rispetto all’anno precedente, più 20% negli ultimi tre anni.

Tutto ciò, nonostante abbiamo attraversato una pandemia con milioni di morti, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ci avverta che  abbiamo ormai margini strettissimi per cercare di porre qualche rimedio ai devastanti effetti del riscaldamento globale e siamo nel pieno di una guerra nel cuore dell’Europa, oltre ai numerosi altri sanguinosi conflitti armati in giro per il mondo che provocano distruzioni umane e ambientali, spostamenti forzati di popolazioni, aumento delle disuguaglianze….

Per questo, abbiamo scelto come filo conduttore di questa quarta edizione del Festival la ‘parola-chiave’ di DISARMO

Intendiamo questa parola in senso positivo, sia concreto sia simbolico:

DISARMO come rifiuto dell’escalation militare

DISARMO verso l’altr* da sé: deporre le armi, accogliere l’altr*, consolare, usare parole NV

DISARMO verso di sé: accettarsi, entrare in contatto con il sé profondo, esprimere le proprie potenzialità positive

DISARMO verso il mondo: camminare con passo leggero sulla terra, esprimere meraviglia e riconoscenza verso ciò che ci trascende (la natura, le creature) praticare azioni di conservazione e di cura.

Durante il Festival saranno ripresi – aggiornati ed esplorati sotto nuovi punti di vista – i tre filoni già  affrontati negli anni scorsi: crisi ambientale; dinamiche socio- economiche, ambientali nei flussi migratori; scenari a confronto negli armamenti nucleari, tra escalation e smantellamento degli arsenali.

PROGRAMMA

Sabato 17 settembre: ANTEPRIMA del Festival: ore 15,00

Convegno sul disarmo atomico organizzato dal Coordinamento A.Gi.Te. Verso un mondo libero dalla minaccia nucleare, (prima parte)

Convegno sul disarmo nucleare a cura del coordinamento AGiTe

Venerdì 23 settembre: serata di apertura | ore 17,30 – 20,00

Le arti per il disarmo: bellezza e cura

Le arti per il disarmo: bellezza e cura…

Sabato 24 settembre: ore 10,00 – 13,00

Convegno organizzato dal Coordinamento A.Gi.Te. Scienza, ambiente, nucleare, guerra. Le implicazioni sistemiche del disarmo nucleare (seconda parte)

Sabato 24 settembre: ore 15,00 – 17,30

Convegno su Giorgio Nebbia, in continuità con i temi della mattinata

Seminario | Giorgio Nebbia. Militante antinuclearista

Venerdì 30 settembre: ore 18,00 – 20,00

(EMERGENCY) Federico Faloppa, linguista, Università di Reading, UK: “Disarmare il linguaggio”. Un intervento di analisi critica sul pervasivo uso del linguaggio e della retorica militare nel discorso pubblico e politico.

Michela Paschetto, medical coordinator di Emergency nei teatri di guerra: “Le armi dalla parte delle vittime”. Una testimonianza diretta di chi, ogni giorno, vede gli effetti delle armi sulle persone.

Sabato 1 ottobre: mattino

Chi può e deve fermare il cambiamento climatico? Evento organizzato dal gruppo Ambiente, con Massimo Mortarino, Enzo Ferrara, Oscar Brunasso, Extinction Rebellion.

Sabato 1 ottobre: pomeriggio

Evento organizzato dal gruppo Migrazioni: Il gorgo. Guerre, crisi ambientali e “stati falliti”. Le migrazioni nel caos geopolitico contemporaneo.

Lunedì 3 ottobre: ore 18,00 – 20.00

Incontro con Jeff Halper sul suo ultimo libro “Decolonizzare Israele, liberare la Palestina.” Un unico stato democratico per Palestinesi e Israeliani?

Venerdì 7 ottobre: ore 17,00 – 20,00 | Sabato 8 ottobre: ore 9,00 – 18,00

Preferirei di no. Storia, voci e prospettive dell’obiezione di coscienza al servizio militare tra l’Italia e Torino a cinquant’anni dalla legge 772.

Convegno | Preferirei di NO.

Lunedì 10 ottobre: ore 18,00 – 20,00

Plenaria e conclusione del Festival: sintesi iniziative politiche  della società civile  da prendere insieme. Camminata silenziosa dal CSSR al centro città e danze per la pace.

Con il patrocinio del C.I.S.P. Centro Interdipartimentale di Studi per la Pace delle Università di Torino, del Piemonte Orientale e del Politecnico di Torino

da qui

 

 

APPELLO

VOGLIAMO VOTARE CONTRO LA GUERRA

Riprendiamo lo stimolo ricevuto da un articolo pubblicato dalla Libreria delle donne di Milano e ne facciamo un appello esplicito per spingere una politica di avanguardia da parte delle donne in occasione delle elezioni.

E’ quella di domandarsi  come fare la pace tra conflitti di ogni tipo.

Perché di questo da sempre continua ad avere bisogno il mondo. E’ questo impegno che oggi va  privilegiato! Contro le armi, le distruzioni, contro l’aggravarsi del clima proprio a causa delle guerre, vanno spinti i rappresentanti politici e le espressioni di voto.  E sappiamo della distanza esistente tra rappresentanti politici e popolazione in Italia in questi mesi  su queste questioni.

Vogliamo premere sulle elezioni per ottenere una scelta di pace dell’Italia nei confronti del conflitto russo-ucraino perché siamo spaventate dallo sconvolgimento mondiale che questo sta comportando in ordine alla alimentazione e alla complessiva sussistenza di molti popoli.

Questa guerra ci appare come una carneficina su cui molti Stati investono nel dispregio della coesistenza e della mediazione tra sistemi politici ed economici diversi;  una scelta patriarcale di scontro totale per vincere un nemico e affermare una sola autorità nel mondo.

In tempo di elezioni il nostro desiderio di fare qualcosa per la pace è interrogare chi si propone come rappresentante del nostro futuro sulla risoluzione pacifica del conflitto, sulla comprensione delle ragioni che lo creano e sulla capacità di privilegiare la soluzione pacifica delle intenzioni dei contendenti, invece di voler vincere rispetto a questioni di principio.

Comprendiamo le motivazioni della invasione Russa e quelle di legittimità che vengono sostenute dall’Ucraina. Queste vanno considerate assieme per trovare una soddisfazione parziale in comune che superi le ostilità che da anni fanno morti e distruzioni in quel territorio ed ora soprattutto.

Non riconosciamo affatto l’esigenza di spingere ad un conflitto occidentale contro altri Stati e privilegiamo il contenimento delle pretese in favore di un equilibrio complessivo che risparmi vite, beni, ambiente, relazioni internazionali.

Siamo contrarie al privilegiare il Diritto a costo della vita, E di quante nel mondo! E siamo in tante e tanti a pensarla così.

Oggi siamo più colti rispetto alla considerazione di quanto si soffrono le guerre che alcuni maschi fanno e di quanto le femmine privilegino nei fatti della loro esperienza quotidiana attività di osservazione dei bisogni vitali e di quelli relazionali.

Questa capacità più sviluppata dalle donne ha trovato condivisione anche tra molti maschi perché la divisione ideologica dei ruoli lascia ormai libertà personale alla affermazione dei propri desideri. Sviluppare la contrattazione dei desideri, nelle questioni comuni, invece di imporre la vittoria assoluta dei propri, è ciò che la pratica politica espressa dalle esperienze femminili pretende dai maschi. Così come imparare a pretendere un confronto con loro, invece di tacere, lo impariamo oggi tra donne. Ci si insegna a considerare le ragioni dell’altro e dell’altra e le proprie, riequilibrando gli spostamenti più su un lato o più sull’altro di uomini e donne ed anche tra donne.

CONDIZIONE DEL VOTO

Vediamo di condizionare il voto, per quello che possiamo, sulla capacità di impegnarsi per la pace tra contendenti alle elezioni.

Distogliamo la classe dirigente italiana dall’attuale volontà di acuire la guerra e di farla sopportare alla popolazione italiana che ha sempre affermato la non disponibilità a sostenere la guerra, ed oggi in particolare.

Queste elezioni devono segnare la non volontà di partecipazione degli italiani ad una guerra e la riconferma attualissima della Costituzione.

Ci sembra un buon modo di intervenire chiedendo ai candidati come intendono comporre il conflitto tra Russia e Occidente  E’ questo un  termometro per misurare tra i candidati l’aggressività, e al contrario la ragionevolezza che oggi deve sostituire l’autoritarismo dei guerrafondai del passato.

I vecchi termini del processo aggressivo e autoritario del fascismo devono lasciare il posto alla capacità di un processo ragionevole  in tutte le questioni, a partire proprio dalla più grave: dalla guerra che attenta alla vita delle popolazioni più povere di tutto il mondo.

La popolazione deve avere più voce di quanta non riuscisse ad averne in passato. Fascismo e antifascismo non hanno significato se non nella contrapposizione di  processi culturali e  politici che oggi dobbiamo saper leggere nella loro presenza in pratiche e contesti diversi. Vorremmo poter dare più chiarezza allo scontro in atto e soprattutto mostrare la distanza tra potere e popolazione, tra amanti dello scontro e  della vittoria e amanti dei limiti che la sopravvivenza impone anche a se stessi.

 

Ulteriori adesioni, oltre ad essere acquisite su questa piattaforma web, possono essere inviate anche a:     antonella.nappi@unimi.it  

 

 

Roger Waters: lettera aperta alla moglie di Zelensky

Proponiamo qui di seguito la traduzione della lettera pubblicata da Roger Waters sul suo profilo Facebook:

Cara signora Zelenska,

Il mio cuore sanguina per te e per tutte le famiglie ucraine e russe, devastate dalla terribile guerra in Ucraina. Sono a Kansas City, negli Stati Uniti. Ho appena letto un pezzo su BBC.com apparentemente tratto da un’intervista che hai già registrato per un programma chiamato ‘Domenica con Laura Kuenssberg’ che andrà in onda sulla BBC oggi, 4 settembre. BBC.com la cita dicendo che “Se il sostegno all’Ucraina è forte, la crisi sarà più breve”. Hmmm? Immagino che possa dipendere da cosa intendi per “sostegno all’Ucraina”? Se per “sostegno all’Ucraina” intendi che l’Occidente continua a fornire armi agli eserciti del governo di Kiev, temo che potresti sbagliarti tragicamente. Gettare benzina, sotto forma di armamenti, sul fuoco, non ha mai funzionato per abbreviare una guerra in passato, e non funzionerà ora, soprattutto perché, in questo caso, la maggior parte della benzina viene (a) gettata sul fuoco da Washington DC, che è a una distanza relativamente sicura dall’incendio, e (b) perché i “lanciatori di benzina” hanno già dichiarato interesse che la guerra in corso duri il più a lungo possibile. Spero che noi, e con noi intendo persone come me e te che vogliono davvero la pace in Ucraina, vogliamo che il risultato non sia combattere fino all’ultima vita ucraina, e forse anche, se si arriva al peggio, all’ultima vita umana. Se, invece, desideriamo un risultato diverso, potremmo dover cercare una strada diversa e quella strada potrebbe risiedere nelle buone intenzioni di tuo marito precedentemente dichiarate.

Sì, intendo la piattaforma su cui si è così lodevolemente candidato alla carica di Presidente dell’Ucraina, la piattaforma su cui ha ottenuto la sua storica vittoria schiacciante alle elezioni democratiche del 2019. Si è posizionato sulla piattaforma elettorale delle seguenti promesse.

  1. Porre fine alla guerra civile in Oriente e portare la pace nel Donbass e una parziale autonomia a Donetsk e Luhansk.
  2. E di ratificare e attuare il resto del corpo degli accordi di Minsk 2.

Si può solo presumere che le politiche elettorali di tuo marito non fossero d’accordo con alcune fazioni politiche a Kiev e che quelle fazioni abbiano convinto tuo marito a cambiare diametralmente rotta ignorando il mandato popolare. Purtroppo, tuo marito ha acconsentito alla negazione totalitaria e antidemocratica della volontà del popolo ucraino, e le forze del nazionalismo estremo che erano in agguato, malevole, nell’ombra, da allora hanno governato l’Ucraina. Da allora hanno anche attraversato un numero qualsiasi di linee rosse che erano state stabilite in modo abbastanza chiaro per un certo numero di anni dai tuoi vicini, la Federazione Russa e di conseguenza loro, i nazionalisti estremi, hanno messo il tuo paese sulla strada di questa disastrosa guerra.

non andrò avanti.

Se sbaglio aiutatemi a capire come?

Se non sbaglio, per favore aiutami nei miei sforzi onesti per persuadere i nostri leader a fermare il massacro, il massacro che serve solo gli interessi delle classi dirigenti e dei nazionalisti estremisti sia qui in Occidente che nel tuo bel paese, a spese del resto di noi gente comune sia qui in Occidente che in Ucraina, e in effetti gente comune in tutto il mondo.

Non sarebbe meglio chiedere l’attuazione delle promesse elettorali di suo marito e porre fine a questa guerra mortale?

Con amore
Roger Waters

da qui

 

 

Generale Mini a l’AD: “Offensiva ucraina significativa per la propaganda, ma sul terreno le condizioni non sono mutate di molto. Anzi…”

 

di Alessandro Bianchi

La controffensiva ucraina ha aperto nuovi scenari nel conflitto in corso, con il Cremlino oggi di fronte ad un bivio dai connotati preoccupanti per chi vive nel nostro continente: accettare un pesante ridimensionamento delle aspettative iniziali (con gravi ripercussioni interne), o passare dalla “operazione speciale” – in supporto delle popolazioni russofone massacrate dal 2014 dal regime di estrema destra insediatosi a Kiev dopo il golpe – alla guerra e mobilitazione totale. “Per la Russia il passaggio è sostanziale e Putin lo sa bene, per questo resiste alle insistenze dei suoi falchi. Il solo parlare di guerra per ogni Stato serio è una cosa grave”, dichiara a l’AntiDiplomatico il generale Fabio Mini. L’invio delle armi deciso dal governo Draghi e ratificato con una delega in bianco dal Parlamento italiano fino al 31 dicembre 2022 ha reso di fatto il nostro paese “cobelligerante” in un conflitto che nessuno con un minimo di onestà intellettuale può negare sia ormai tra Nato e Russia. “Sono state adottate misure di guerra aperta e diretta contro la Russia; siamo apertamente cobelligeranti con l’Ucraina ma non è stata adottata nessuna misura giuridica, economica e politica per riconoscere tale status”, prosegue Mini. In Italia, mentre è in corso la campagna elettorale più imbarazzante della storia repubblicana, di fatto si è deciso di oscurare l’Ucraina, se non per qualche messaggio propagandistico spot. E la spiegazione è semplice: “La posizione assunta dal nostro paese nella questione ucraina è talmente imbarazzante da costituire un brutto argomento elettorale”, conclude Mini.

L’Intervista

Generale dopo l’offensiva ucraina è arrivata la risposta russa contro le infrastrutture elettriche del paese. Siamo ufficialmente passati, dal punto di vista russo, dall'”operazione speciale” alla guerra propriamente detta? 

Non ancora ma ci stiamo avvicinando. Non si tratta di una questione formale, come molti pensano, e nemmeno di un pleonasmo, dato che ciò che vediamo è una guerra de facto, come molti altri affermano. Non è neppure una guerra che riguarda “altri”, come s’illudono la Nato e tutti i suoi azionisti. Per la Russia il passaggio è sostanziale e Putin lo sa bene, per questo resiste alle insistenze dei suoi falchi. Il solo parlare di guerra per ogni Stato serio è una cosa grave. Uno Stato in guerra deve adottare provvedimenti eccezionali anche se si tratta di una guerra che si intende combattere ad un basso livello. Uno Stato in guerra non ammette e non può ammettere dissidenze interne, deve derogare a molte prerogative e diritti dei cittadini, deve chiedere e pretendere sacrifici, deve trovare le risorse per sostenerla e le coperture internazionali per non cadere  nell’illecito giuridico che aggiungerebbe crimine al crimine della guerra stessa. La Russia finora non ha chiesto nulla di ciò ai propri cittadini in maniera esplicita e diretta anche se ha già adottato molte misure necessarie per lo stato di guerra. L’Ucraina stessa non ammette di essere in guerra contro la Russia ma dichiara di resistere ad una “aggressione” e si guarda bene dal colpire obiettivi all’interno dello stato “nemico”. Gli Stati Uniti e gli altri membri della Nato  e dell’Unione Europea sono anche più ambigui e ipocriti. Sono state adottate misure di guerra aperta e diretta contro la Russia; siamo apertamente cobelligeranti con l’Ucraina ma non è stata adottata nessuna misura giuridica, economica e politica per riconoscere tale status. La fornitura di armi è un atto di guerra, le sanzioni economiche sono atti di guerra ai quali la Russia risponde con altrettanti atti di guerra, ma i provvedimenti sembra riguardino una semplice congiuntura transitoria, come si potrebbe fare in caso di sciopero dei distributori o dei trasportatori per il rinnovo del contratto di lavoro. Gli Stati Uniti, un po’ per la lontananza dal teatro bellico e un po’ per convenienza politico-sociale, non hanno emesso un solo provvedimento analogo o similare a quelli eccezionali adottati in occasione della dichiarata “guerra al terrore”. Eppure la popolazione, a causa di questa guerra da essi preparata, voluta e sostenuta,  sta sostenendo sacrifici e disagi ben più gravi di quelli provocati dalla guerra al terrore dall’ 11.9 in poi.

– Sull’offensiva ucraina. Vede paralleli con la ritirata russa dall’area di Kiev e dal punto di vista militare è una grave sconfitta strategica?

Più che paralleli, vedo lo stesso modo di operare. D’altra parte queste manovre di arretramento e riposizionamento sono classiche specialmente quando si vuole sbloccare una situazione di stallo. I russi si sono ritirati in disordine, ma su ordine. La fretta nel lasciare le posizioni è evidente da ciò che si sono lasciati dietro, ma più che una sorpresa tattica degli ucraini dimostra che l’ordine è stato impartito in ritardo. In ogni caso, il caos delle ritirate non ci deve sorprendere. Sono finiti i tempi di Rommel che con un esercito più volte decimato si ritirò dall’Egitto alla Tunisia continuando a combattere. Da Saigon a Kabul le ritirate di eserciti “imbattibili” sono sempre state caotiche. Lo stesso risultato ottenuto dagli ucraini è senz’altro molto significativo in termini di propaganda, ma sul terreno le condizioni non sono mutate di molto. Anzi, in un certo senso peggiorano per gli ucraini che in uno spazio vuoto dovranno sostenere il fuoco russo. Il valore della manovra dovrà essere valutato quando il soldato eroico e vittorioso tra le macerie e sotto i bombardamenti si porrà la domanda: e adesso?

 

– Come confermato dal NYT l’offensiva ucraina ha avuto il supporto decisivo dell’intelligence Nato. Considerando le armi inviate e i tantissimi mercenari Nato che combattono sul campo, si può dire che ha ragione Papa Francesco quando parla di terza guerra mondiale iniziata?

Il supporto decisivo dell’Intelligence Nato è un eufemismo: gli ucraini possono accontentarsi delle medaglie, ma il supporto degli Stati Uniti (più di quello di tutti gli altri paesi della Nato) è stato il vero motore dell’operazione. Non solo sono state fornite informazioni e armi, ma anche piani, obiettivi e la direzione stessa delle operazioni. Papa Francesco parla della guerra moderna avendone colto il vero senso universale, che prescinde dalla teconologia e dalle tattiche: l’uso della forza non è più uno strumento, ma il fine. La violenza, l’inganno e la disumanità sono fini. Sono cose che molti politici e anche molti generali faticano a comprendere. Il Papa è tuttavia ottimista: pensa che la terza guerra mondiale sia appena cominciata e possa essere fermata. A me sembra che proprio nel senso indicato la prima e la seconda non siano mai finite.

– Il conflitto in Ucraina è praticamente assente dalla campagna elettorale in corso in Italia, nonostante sia chiaramente l’evento che più condizionerà le vite degli italiani nei prossimi mesi. Da che cosa deriva questo silenzio? E come può l’Italia farsi volano di pace nei prossimi mesi

La posizione assunta dal nostro paese nella questione ucraina è talmente imbarazzante da costituire un brutto argomento elettorale.  Per tutto il mese di febbraio potevamo fare qualcosa perché la guerra non cominciasse. Sarebbe bastato discutere sulla politica, gli interessi e la sicurezza dell’Europa invece di accettare ad occhi chiusi una versione distorta della realtà come quella prospettata dagli Usa, dalla Ue e dalla Nato. Sarebbe bastato leggere le norme  del Trattato atlantico e quello dell’Unione  per rendersi conto che chi si professava atlantista ed europeista le stava calpestando. Volevamo il ripristino della sovranità dell’Ucraina, il disimpegno dalla dipendenza energetica dalla Russia, maggiore sicurezza in Europa? Tutto questo si poteva ottenere discutendo e negoziando. Se non altro per guadagnare tempo. È stata scelta la strada della guerra, l’abdicazione della diplomazia, la rinuncia alla politica di sicurezza per far prevalere Cultura, Valori e interessi altrui su quelli nostri e quelli genuinamente europei. Una guerra vile, fatta fare agli altri, per le loro fobie e le loro vendette. Ora, gli autori di questo scempio si dovrebbero svergognare da soli spiegandolo agli italiani e implorando il loro voto? Meglio tacere. Poi, dopo le elezioni, un modo per favorire la pace ci sarebbe: leggere i trattati, assolvere gli impegni assunti per la pace e denunciare quelli che pur parlando di pace e sicurezza conducono inesorabilmente alla guerra. 

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Quando verranno indagati i finanziamenti e le ingerenze USA all’estero? – Fabrizio Verde

Puntuale come un orologio svizzero giunge l’accusa alla Russia di finanziamenti volti a realizzare ingerenze nella vita politica di altri paesi, miranti ovviamente a influenzare alcune forze politiche per raggiungere obiettivi che sono nell’interesse di Mosca.

A tal proposito secondo quanto afferma il Dipartimento di Stato USA in un cablogramma di intelligence, la Russia avrebbe stanziato almeno 300 milioni di dollari (301 milioni di euro) a partiti politici e candidati stranieri dal 2014 nel tentativo di influenzare la politica mondiale.

Viene affermato che la Russia ha tentato di ottenere influenza in più di due dozzine di Paesi. Una fonte governativa statunitense ha affermato che la Russia ha finanziato il Partito Democratico di centro-destra dell’Albania per un ammontare di 500.000 dollari nel 2017, e ha anche finanziato partiti o candidati in Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Madagascar.

“Pensiamo che questa sia solo la punta dell’iceberg”, ha dichiarato un funzionario ai giornalisti a condizione di anonimato, come riportato dalle agenzie di stampa AP e AFP. La valutazione dell’intelligence, contrassegnata come sensibile ma non classificata, è stata inviata alle missioni statunitensi con punti di discussione per i diplomatici.

La pubblicazione dei documenti fa parte della spinta dell’amministrazione Biden a condividere le informazioni sulla Russia dopo che a febbraio Mosca ha avviato l’operazione militare speciale in Ucraina per smilitarizzare e denazificare il regime di Kiev.

Nel cablogramma viene affermato che la Russia aveva una duplice strategia, che consisteva nel promuovere le fortune dei candidati favoriti, ma anche nell’acquisire influenza all’interno dei partiti politici.

Alcuni dei fondi sarebbero stati trasferiti attraverso organizzazioni in Belgio, l’ambasciata russa in Ecuador o tramite criptovalute.

In un incontro con la stampa, martedì, i funzionari non hanno spiegato come è stata calcolata la cifra di 300 milioni di dollari, ma il documento sostiene che Mosca ha pianificato di trasferire “almeno altre centinaia di milioni” in futuro a partiti a essa solidali, nel tentativo di contrastare le sanzioni.

Le ripercussioni in Italia

Ovviamente è immediatamente ripartito anche in Italia il surreale dibattito sulle presunte ingerenze russe con la relativa caccia alle streghe. Surreale perché l’Italia, in particolare con a capo del governo Mario Draghi, è diventato un paese ultra-atlantista che condivide le stesse posizioni oltranziste dei fascisti polacchi. Basti pensare che misure gravi come le sanzioni alla Russia e l’invio di armi all’Ucraina sono condivise da tutti i maggiori partiti.

Da Washington interviene il presidente del Copasir Adolfo Urso: “Mi sono confrontato con l’Autorità delegata alla sicurezza della Repubblica Franco Gabrielli” sul rapporto dell’ intelligence Usa che riferisce di finanziamenti della Russia a partiti di Paesi esteri “ed al momento non esistono notizie che ci sia l’Italia” tra i Paesi coinvolti, ha affermato ai microfoni di Agorà su Rai 3.

“Io qui a Washington – ha proseguito il senatore- avrò altri incontri, tra l’altro con il presidente della Commissione intelligence del Senato ed ai miei interlocutori chiederò notizie in merito”. Peraltro, ha aggiunto, “è evidente che l’ingerenza straniera esiste e che Russia e Cina tentano di delegittimare in vari modi le nostre democrazie e noi dovremo contrastarle”. “Ho concordato – ha infine informato – con Gabrielli di fare comunque una riunione con il Copasir, penso per venerdì e vedremo se ci saranno ulteriori notizie”.

Con queste parole inoltre Urso ha aggiunto che la caccia alle streghe sarà allargata alla Cina e che sostanzialmente a Washington viene determinato il futuro dell’Italia, anche se questa non costituisce purtroppo una novità, ma semmai una triste conferma

A seguire le solite reazioni politiche. Balza all’occhio quella di Giorgia Meloni, leader del partito (Fratelli d’Italia) che potrebbe vincere le prossime elezioni, che ai microfoni di Radio 24 afferma: “La Ue nei mesi scorsi ha già ampiamente fatto esempi su come in altre nazioni la Russia abbia tentato in questi anni di aumentare la sua sfera di influenza usando strumenti a 360 gradi. E’ importante saperlo, ed è importante sapere se le scelte che alcuni fanno siano convinte o in qualche modo influenzate da qualche interesse”.

Giorgia Meloni ha indubbiamente ragione. In Italia abbiamo urgente bisogno di un’opera di chiarezza: ci sono partiti e nel caso quali sono che ricevono finanziamenti o sono “in qualche modo influenzati” dall’estero, e particolarmente dagli Stati Uniti?

Stesso discorso vale per quella stampa mainstream autoproclamata libera e democratica. Quanti e quali sono i giornali e i giornalisti “influenzati” dall’estero, in particolare dagli Stati Uniti tramite NED e le sue ramificazioni come ad esempio l’Atlantic Council?

Le ‘ingerenze’ USA

Dalla Russia le accuse statunitensi vengono rispedite al mittente con i funzionari russi che ricordano come la CIA abbia una lunga storia di sostegno ai colpi di Stato in nazioni come l’Iran e il Cile nel passato, fino a giungere a esempi temporalmente più vicini come la Bolivia, il Venezuela o la stessa Ucraina. Un golpe che poi ha portato al deteriorarsi la situazione sino alla drammatica vicenda attuale.

Come evidenzia su Twitter il giornalista Wyatt Reed: “L’intelligence statunitense sostiene che negli ultimi 8 anni la Russia ha speso poco più di quanto un singolo reparto della CIA spende in un anno per influenzare le elezioni”…

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I BIOLABORATORI MILITARI TRASLOCANO E UNO È GIÁ A CASA “NOSTRA” – Laura Ru

 

Il Pentagono intende trasferire in paesi dello spazio post-sovietico i programmi di ricerca batteriologica in corso in Ucraina. Gli Usa temono che la Russia possa squarciare il velo di segretezza che copre le attività di biolaboratori la cui esistenza era stata confermata a marzo anche dalla sottosegretaria di Stato Usa per gli affari politici, Victoria Nuland. Nel corso di una audizione al Senato federale degli Stati Uniti, alla domanda se Kiev avesse a disposizione o meno armi chimiche o biologiche, Nuland aveva risposto affermativamente, dicendosi preoccupata rispetto all’eventualità che i russi ne entrassero in possesso.

E’ opportuno ricordare che in Ucraina dal 2014, anno del colpo di stato a Kiev finanziato dagli Stati Uniti, è presente un numero imprecisato di laboratori di massima sicurezza – secondo alcune fonti sarebbero almeno 30 – controllati dal Pentagono, Metabiota, Black & Veatch e dal Southern Research Institute. Si tratta di laboratori che studiano, e quindi potrebbero diffondere, agenti patogeni altamente pericolosi. Secondo il Ministero della Difesa russo i programmi incompiuti in Ucraina saranno trasferiti frettolosamente in paesi dello spazio post-sovietico in Asia Centrale, nonché in stati dell’Europa Orientale come Bulgaria, Repubblica Ceca e Paesi Baltici.

L’espansione della rete di biolaboratori, in grado di creare e conservare agenti patogeni per le armi batteriologiche, crea una minaccia per la sicurezza della Russia ma non solo. I paesi dell’Asia centrale ad esempio confinano con la Russia, ma sono vicini anche a Cina e Iran, considerati dagli USA paesi avversari. In alcuni di questi paesi esistono già laboratori finanziati dagli americani: Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan hanno già una rappresentanza del CDC, Centri statunitensi per il controllo delle malattie. La cooperazione con gli Stati Uniti nella ricerca biologica è confermata in Armenia, e una ricerca su peste, colera, malaria, epatite, coronavirus ed encefalite viene intrapresa in Mongolia. Alcune di queste ricerche sono vietate negli Stati Uniti in quanto costituiscono un grave pericolo batteriologico, ma quando si tratta della salute di persone che vivono a migliaia di chilometri dalle sponde americane gli scrupoli scompaiono d’incanto.

Se consideriamo il caso dei biolaboratori presenti in Ucraina notiamo immediatamente che l’orientamento del lavoro svolto dal Pentagono e dai suoi partner non corrisponde alle emergenze epidemiologiche esistenti nel paese (morbillo, rosolia, tubercolosi, AIDS) poiché in questi laboratori si studiano colera, tularemia, peste, febbre Congo-Crimea, Hantavirus.

Il segreto che avvolge i biolaboratori americani permette di trasferirli nel silenzio generale anche in paesi come l’Italia. Nel dicembre 2019 ad esempio era iniziato il complesso trasloco, della durata di oltre dieci mesi, di uno dei principali centri di ricerca delle forze armate USA (NAMRU-3) dal Cairo in Egitto alla base aerea siciliana di Sigonella.

Si tratta di un’unità, tra le maggiori del suo genere, che ha il compito di “studiare, monitorare ed individuare minacce sanitarie emergenti e riemergenti di importanza militare e pubblica, nonché sviluppare strategie mirate a mitigare queste minacce.”

L’importanza e le dimensioni di questa struttura, pur se situata in una base militare fuori dalla giurisdizione italiana, avrebbero imposto al governo di informare i cittadini, ma tutto ciò non è avvenuto. Non dimentichiamo che questo trasferimento ha avuto luogo nel 2020 in piena “emergenza Covid”, risulta quindi oltremodo sospetto che non si sia colta l’occasione per parlare di questo laboratorio se, sulla carta, aveva come obiettivo proprio lo studio delle minacce sanitarie.

“NAMRU-3 non vede l’ora di continuare il suo importante lavoro da Sigonella”, ha dichiarato il Capitano Marshall Monteville, a capo dell’operazione. “Non importa dove siamo, porteremo sempre avanti la nostra missione nel sostenere la salute e migliorare la letalità delle nostre forze dispiegate in Europa, Africa e Medio Oriente.” Sigonella è geograficamente centrale per i tre comandi che supporta, U.S. Central Command, U.S. European Command e U.S. Africa Command.

La Marina militare statunitense informa che NAMRU-3 ha una varietà di esperti di stanza in Italia, Egitto, Ghana e Gibuti tra cui entomologi, microbiologi e medici di malattie infettive che collaborano per garantire che le forze schierate rimangano “letali e pronte a combattere”. Tra i compiti specificati figura la sorveglianza vettoriale, in cui insetti come zecche e zanzare vengono raccolti dall’ambiente o dagli animali per essere analizzati. Ma sono proprio gli insetti ad essere intensamente studiati, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, come vettori di agenti patogeni per un tipo di guerra batteriologica definita appunto guerra entomologica.

Così, mentre l’intero paese veniva messo in lockdown, ufficialmente per “proteggere la salute degli italiani”, arrivava a Sigonella un biolaboratorio militare americano del quale non si doveva sapere nulla. Esiste pure un comunicato stampa, ma i nostri politici e giornalisti erano impegnati in altre faccende, come quanti metri ci si poteva allontanare da casa per far pisciare il cane.

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Gli USA imbottiscono di armi l’Ucraina e guidano le mosse del regime di Kiev

Gli Stati Uniti per bocca del Segretario di Stato Anthony Blinken, in una conferenza stampa tenuta a Città del Messico, hanno voluto ribadire, ove mai ve ne fosse bisogno, come ci siano loro dietro le mosse intraprese dal regime di Kiev. Secondo Blinken la controffensiva delle forze armate di Kiev in Ucraina è appena iniziata.

“Quello che hanno fatto è stato pianificato in modo molto metodico…” ha detto Blinken, affermando che gli Stati Uniti hanno sostenuto le forze armate ucraine con tutti i mezzi necessari per questo.

Secondo il Segretario di Stato, l’Ucraina si è posta l’obiettivo di riportare sotto il suo controllo le terre che sono cadute sotto il controllo delle truppe russe, quindi non si fermerà.

Intanto da Washington continuano a imbottire di armi il regime di Kiev. Gli Stati Uniti hanno trasferito in Europa circa 47.000 tonnellate di armi ed equipaggiamenti militari nell’ambito dell’assistenza militare all’Ucraina.

Parliamo di un quantitativo ingente che comprende: 140 sistemi di artiglieria e 660.000 proiettili; 41.000 sistemi anti-carro; 1.400 sistemi di difesa aerea; 15 elicotteri; 38 radar; 10.200 armi leggere; circa 63,8 milioni di munizioni per armi leggere; 18 motovedette e altre attrezzature.

Il trasporto di questi armamenti ha richiesto 754 voli verso l’Europa. Altre consegne sono state effettuate da 28 navi, 67 treni e 1.500 rimorchi. “La velocità con cui ci stiamo muovendo e il livello di assistenza che stiamo fornendo è senza precedenti”, ha dichiarato Jacqueline Van Ovost, capo del Comando dei trasporti degli Stati Uniti.

Dall’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, gli Stati Uniti hanno impegnato oltre 14,5 miliardi di dollari in assistenza al regime di Kiev, secondo i dati pubblicati il 9 settembre sul sito ufficiale del Pentagono.

L’8 settembre, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha notificato al Congresso l’intenzione di stanziare altri 2,2 miliardi di dollari in investimenti a lungo termine dai Fondi militari esteri per rafforzare la sicurezza dell’Ucraina e di 17 Paesi limitrofi della regione.

Nel frattempo, i funzionari russi hanno messo in guardia da un possibile dirottamento delle armi occidentali verso il mercato nero. Il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasili Nebenzia, ha sottolineato all’inizio di settembre che né le autorità di Kiev né i Paesi che le forniscono sanno in quali mani finiscono, esponendo così il mondo intero a un potenziale aumento del terrorismo e una minaccia per la sicurezza globale.

Sono sempre gli Stati Uniti a muovere la mano ucraina che hanno precedentemente provveduto ad armare. Una rappresentazione plastica di questa condotta l’abbiamo avuta quando Washington ha fornito informazioni alle forze ucraine, designando obiettivi per i bombardamenti nell’area della centrale nucleare di Zaporozhie, controllata dalle forze russe, secondo quanto denunciato dal segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev.

Intervenendo a un incontro sulla sicurezza, l’alto funzionario ha sottolineato la “grave minaccia di radiazioni” presso l’impianto, la più grande centrale nucleare in Ucraina e in Europa. Patrushev ha dichiarato che gli attacchi all’impianto vengono effettuati con armi fornite dalla NATO e potrebbero portare a una catastrofe nucleare senza precedenti.

“Una seria minaccia alla sicurezza delle radiazioni viene dagli attacchi dei nazionalisti ucraini alle strutture critiche della centrale nucleare di Zaporozhie con armi pesanti fornite dai Paesi della NATO, i cui obiettivi sono designati dagli Stati Uniti”, ha dichiarato Patrushev.

Il funzionario ha chiarito che “le conseguenze di queste provocazioni potrebbero essere piuttosto catastrofiche non solo per la maggior parte della popolazione dell’Ucraina e della Russia, ma anche per l’Europa, e nella loro portata potrebbero superare le tragedie verificatesi nelle centrali nucleari di Chernobyl e Fukushima”.

Secondo quanto comunicato domenica dal ministero della Difesa russo, dal 1° settembre le forze di Kiev hanno effettuato un totale di 26 attacchi separati contro la centrale nucleare e la vicina città di Energodar. Il portavoce del Ministero Igor Konashenkov ha dichiarato che la città e le aree vicine sono rimaste senza elettricità a causa degli attacchi.

Domenica, l’ultimo blocco operativo della centrale è stato spento, interrompendo la produzione di energia elettrica. La decisione di chiudere l’impianto è stata presa a causa dei continui bombardamenti e dei danni alle linee elettriche, hanno dichiarato le autorità locali.

Mosca ha ripetutamente puntato il dito verso le forze ucraine per gli attacchi. Kiev, tuttavia, respinge le accuse e sostiene che la Russia ha trasformato l’impianto in una base militare.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), i cui ispettori hanno visitato l’impianto all’inizio del mese, ha chiesto che tutti gli attacchi all’impianto “cessino immediatamente”, ma si è astenuta dall’identificare il responsabile.

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Chi ha a cuore la neutralità della Svizzera può dirle addio – Pascal Najadi

Purtroppo lo smantellamento delle nostre fondamenta secolari è iniziato. Basta guardare il modo in cui il nostro Paese si è posizionato rispetto alla guerra in Ucraina.

Poco dopo l’inizio delle ostilità, il presidente Ignazio Cassis ha detto pubblicamente al presidente ucraino Volodymyr Zelensky:

“Siamo impressionati dal coraggio con cui il vostro popolo sta combattendo per la libertà e la pace” e, “Siamo impressionati dal modo in cui lei difende i valori fondamentali del mondo libero, che sono anche i nostri valori fondamentali”.

I suoi sentimenti riflettono l’opinione ampiamente diffusa che l’invasione russa dell’Ucraina sia stata mortale, distruttiva e dirompente, oltre che non necessaria. Le bandiere ucraine sono state sventolate in tutto il Paese in segno di solidarietà. Sono state organizzate manifestazioni a favore dell’Ucraina. Secondo Swissinfo.ch, si stima che a Zurigo abbiano partecipato 40.000 persone, mentre a Berna si è arrivati a 20.000. La dimensione emotivamente evocativa della guerra non può essere negata.

Al di là di questo, però, le osservazioni del presidente nascondono dei pregiudizi. Questi possono essere visti meglio se inseriamo nelle sue osservazioni un pregiudizio russo.

Ecco le ipotetiche osservazioni che il presidente Cassis avrebbe potuto fare al presidente Vladimir Putin:

“Siamo impressionati dal coraggio con cui il vostro popolo si batte per ottenere garanzie di sicurezza di fronte all’avanzata ostile della NATO verso i vostri confini” e “Siamo impressionati dal modo in cui il vostro popolo si batte per ottenere garanzie di sicurezza”,

“Siamo impressionati dal modo in cui vi difendete dalla diffusione del neonazismo nell’Europa moderna, una causa coerente con i nostri valori fondamentali”.

Questo riflette chiaramente la parte russa. Ogni punto di vista ha i suoi presupposti. Una posizione neutrale sarebbe quella di non favorire nessuno dei due. Ma la Svizzera non ha scelto questa strada. Il nostro governo ha agito in un modo che suggerisce partigianeria, non neutralità.

Un altro esempio è la “Conferenza per la ripresa dell’Ucraina” convocata dai presidenti Cassis e Zelensky. Si è tenuta a Lugano nel mese di luglio. Gli organizzatori riferiscono che “hanno partecipato oltre 1000 persone, tra cui 5 capi di Stato e di governo, 23 ministri e 16 viceministri”.

È indubbio che prima o poi l’Ucraina avrà bisogno di aiuto per la ripresa. Ma c’è un pregiudizio implicito che viene facilmente trascurato. È che ci deve essere un vincitore e un perdente nella guerra, e che la Russia è il presunto perdente. Questo esclude la possibilità di una conclusione reciprocamente accettabile. Al contrario, richiede il dominio di una parte sull’altra.

Il Presidente dovrebbe prendere atto della gravità della situazione. Non si tratta di un conflitto regionale nei Balcani. Non è come la lotta dei leader baltici per liberare i loro Paesi dai resti del periodo sovietico. Stiamo parlando di un conflitto che mette francamente la Russia contro gli Stati Uniti. Solo loro sono superpotenze nucleari preminenti con la capacità di infliggere danni diffusi al pianeta. L’assenza di una soluzione veramente pacifica per l’Ucraina potrebbe realisticamente portare all’inizio della Terza Guerra Mondiale e, data la tendenza del presidente Cassis, la Svizzera sarebbe probabilmente un combattente. È questo il punto in cui vogliamo essere?

Quando il Presidente ha lodato l’Ucraina per la sua lotta per la pace, non è stato onesto. Le circostanze parlano chiaro sul fatto che stava parlando di dominio e non di una risoluzione pacifica.

Sostenere il dominio non è una posizione neutrale. È una posizione pericolosa. Le azioni del nostro Presidente non si addicono al patrimonio svizzero. Dovrebbe proteggerlo, non distruggerlo.

Una posizione costruttiva per la Svizzera sarebbe quella di invocare la nostra dedizione alla neutralità e di cercare una pace che sia veramente pacifica. Questo sarebbe il modo svizzero di fare le cose…

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Il futuro dell’Asia prende forma a Vladivostok, il Pacifico russo – Pepe Escobar 

[Tradotto dall’inglese da Nora Hoppe]

Sessantotto paesi si sono riuniti sulla costa orientale della Russia per ascoltare la visione economica e politica di Mosca per l’Asia-Pacifico.

Il Forum economico orientale (EEF) di Vladivostok non è solo una delle pietre miliari annuali indispensabili per seguire il complesso processo di sviluppo dell’Estremo Oriente russo, ma anche uno dei principali esercizi per l’integrazione dell’Eurasia.

Rispecchiando un 2022 immensamente turbolento, il tema attuale di Vladivostok è “Sulla via di un mondo multipolare“. Il Presidente russo Vladimir Putin in persona ha posto, in un breve messaggio ai partecipanti del mondo economico e governativo di 68 nazioni, le basi:

“L’obsoleto modello unipolare viene sostituito da un nuovo ordine mondiale basato sui principi fondamentali della giustizia e dell’uguaglianza, nonché sul riconoscimento del diritto di ogni Stato e popolo al proprio percorso di sviluppo sovrano”. Potenti centri politici ed economici stanno prendendo forma proprio qui, nella regione Asia-Pacifico, agendo come forza trainante di questo processo irreversibile”.

Nel suo discorso alla sessione plenaria dell’EEF, l’Ucraina è stata appena menzionata. La risposta di Putin, quando gli è stato chiesto di parlarne, è stata: “Ma questo Paese fa parte dell’Asia-Pacifico?”

Il discorso è stato in gran parte strutturato come un serio messaggio all’Occidente collettivo, nonché a quella che l’analista di punta Sergei Karaganov chiama la “maggioranza globale”. Tra i vari punti chiavi, questi potrebbero essere i più rilevanti:

In nuce: L’Asia è il nuovo epicentro del progresso tecnologico e della produttività…

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Xi, Putin e gli altri, l’altra metà del mondo riunita a Samarcanda – Alberto Negri 

 

Il capo del Cremlino al vertice uzbeko cerca conferma della sponda cinese e in parte la trova. Nemico comune è l’egemonia occidentale

 

Putin ha avuto dal vertice di Samarcanda con Xi Jinping quello che voleva fortemente. Una risposta all’isolamento delle sanzioni occidentali e al fronte anti-russo, anche se ha alluso in maniera criptica, per la prima volta, alle «preoccupazioni cinesi» sul conflitto.

Il capo del Cremlino, definito da Xi «un caro e vecchio amico», era arrivato in Uzbekistan per la conferenza dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai (Sco) accompagnato dall’eco sinistra della batosta subita nella disordinata ritirata da Kharkiv e prima di decollare aveva lanciato un avvertimento agli Stati uniti: «Gli Usa sono in guerra se forniscono missili a lungo raggio a Kiev».

L’incontro con Xi nei suoi piani doveva confermare, come è stato, la tenuta politica e strategica della sponda cinese nella guerra in Ucraina e i piani comuni di stabilire un «nuovo ordine» internazionale da contrapporre a quello americano-occidentale.

XI JINPING HA DETTO quel che Putin voleva sentirsi dire, anche se, come vedremo, le sfumature sono importanti. La Cina è pronta a lavorare con la Russia «come grandi potenze, per instillare stabilità ed energia positiva in un mondo in tumulto», ha detto il presidente cinese a Putin. Il quale ha denunciato «i tentativi inaccettabili e orribili di creare un mondo unipolare». E Putin, nel lisciare il pelo a Xi, ha condannato, sin dalle prime battute «le provocazioni degli Stati uniti nello Stretto di Taiwan». «Sosteniamo – ha detto – il principio di un’unica Cina». Posizioni inappellabili. «Nessuno ha il diritto di ergersi a giudice sulla questione di Taiwan», ha proclamato Xi Jinping.

MA NON ERA FORSE QUI, nella piazza del Registan di Samarcanda, che i tubi in rame dei re timuridi annunciavano tra le mura delle madrasse i loro proclami? Non è poi così lontana, nel tempo, Samarcanda.

Per Xi Jinping, tra poche settimane protagonista del congresso del Pc cinese, questo era il primo viaggio fuori dalla Cina negli ultimi due anni dell’era Covid, dopo la tappa dell’altro ieri in Khazakistan, in coincidenza con il viaggio di papa Bergoglio che sembra ormai l’unico rimasto tra i leader a invocare la fine della guerra: «Quanti morti ci vorranno per arrivare alla pace?», si è chiesto.

Qui Xi nel 2013 aveva lanciato la Nuova Via della Seta, la Belt and Road Initiative, programma di grandi infrastrutture nel cuore dell’Eurasia che si incrociano con l’espansione commerciale cinese e le rotte delle nuove pipeline dell’energia.

A SAMARCANDA lo aspettavano non solo Putin e i Paesi dell’Asia centrale membri della Sco ma anche i leader di Iran – entrato da ieri a farne parte ufficialmente con il presidente Ebrahim Raisi -, l’indiano Narendra Modi che sull’Ucraina ha preso le distanze dall’occidente, il turco Erdogan – membro della Nato che però non impone sanzioni a Mosca – ma anche i capi di Azerbaijan e Armenia tornati di nuovo sul piede di guerra con in mezzo una Turchia che nel Caucaso, appoggiando militarmente Baku, fa allo stesso tempo da contro-altare e da mediatore con una Russia che fatica assai a mantenere il suo ruolo storico di assoluta protagonista regionale, insidiata anche da un’Unione europea che con gli accordi sul gas della Von der Leyen fa capire di stare più con Baku che con Erevan, in barba ai principi di equidistanza politica.

A Samarcanda, dove certo non tutti sono amici, c’era in questi due giorni un parterre che rappresenta circa la metà della popolazione mondiale e un quarto del Pil del globo, uno schieramento, non un’alleanza, pronto però a rimettere in discussione il predominio occidentale sul mondo.

DALL’INCONTRO TRA PUTIN E XI è emerso quel che si prevedeva da parte russa: il tentativo di Mosca di spingere la Cina ad appoggiare una posizione di confronto verso l’Occidente, con un sostegno ancora più deciso di Pechino contro «l’egemonia globale degli Stati uniti».

Dopo l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio Xi Jinping – che poco prima aveva incontrato Putin a Pechino per le Olimpiadi invernali – ha sostanzialmente condiviso una lettura del conflitto che rintraccia le sue origini nella penetrazione della Nato nell’Europa centrale. È comunque da sottolineare che se Pechino ha condannato le sanzioni occidentali, allo stesso tempo si è ben guardata dal violarle. Un editoriale di due giorni fa del Global Times sottolineava che «la Cina non è mai stata coinvolta nella guerra Russia-Ucraina ed è sempre stata a favore della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti i Paesi». Lo stesso China Daily, quotidiano del Partito comunista, ha insistito sulla «neutralità cinese» esprimendo «simpatia per le vittime del conflitto testimoniata dall’aiuto materiale a Kiev per superare la crisi».

Ma, sottolineano i cinesi, Pechino non può non avere buoni rapporti con Mosca con cui condivide 4.300 chilometri di confini.

IL SOSTEGNO ALLA RUSSIA è evidente anche da alcuni segnali. Uno simbolico: Xi non ha mai avuto una conversazione telefonica con Zelenski. E soprattutto il numero tre cinese Li Zhanshu nella sua recente visita a Vladivostok e Mosca per le esercitazioni militari di Vostok 2022 (cui hanno partecipato i membri della Sco) è stato chiaro nell’affermare che «noi sosteniamo totalmente tutte le misure prese da Mosca per proteggere i suoi interessi fondamentali, compreso il dossier dell’Ucraina dove Usa e Nato hanno posizioni che minacciano la sicurezza nazionale della Russia». Non solo: la Cina negli ultimi mesi ha aumentato del 100% i suoi acquisti di petrolio russo (come l’India del resto) e non si escludono in futuro forniture cinesi a Mosca di tecnologie sensibili aggirando le sanzioni, come del resto Pechino fa già con l’Iran e la Corea del Nord.

L’OBIETTIVO PRINCIPALE del vertice era dimostrare che gli anatemi e le sanzioni dell’Occidente non sono sufficienti per isolare un paese. L’elemento in comune condiviso dai russi, dai cinesi e dagli altri partecipanti è la volontà di rimettere in discussione il presunto dominio occidentale. Un segnale che il mondo sta cambiando.

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scrive Vittorio Rangeloni

Donbass, anche oggi un civile è rimasto ferito da una mina antiuomo “lepestok”. Il bilancio dei civili feriti a causa di queste mine negli ultimi mesi è così salito a 64.

Nel corso dell’estate i militari ucraini hanno iniziato a seminare migliaia di mine antiuomo PFM1 sulla città di Donetsk e nei centri abitati limitrofi (grazie all’impiego di apposite munizioni per i lanciarazzi “Uragan”). La maggior parte di queste mine sono state neutralizzate dai militari e dall’Emercom, ma si possono ancora trovare nei quartieri più periferici, specie a ridosso del fronte. Queste mine si mimetizzano tra le foglie e la vegetazione.

L’impiego di queste mine su centri abitati è semplicemente inutile dal punto di vista militare, oltre che un crimine contro l’umanità.

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Donbass, immagini da Gorlovka, dove oggi 4 civili sono rimasti uccisi dai razzi che gli USA hanno fornito a Kiev.

Oggi, alle prime luci dell’alba, due palazzine del piccolo villaggio Golmovsky sono state completamente distrutte dalle esplosioni di almeno 6 razzi lanciati dai famigerati HIMARS americani, sistemi d’arma moderni, ritenuti altamente precisi.

Quattro civili sono rimasti uccisi nel sonno, gli uomini dell’Emercom hanno impiegato diverse ore per estrarre tutti i corpi dalle macerie. All’interno degli edifici non vivevano militari, nessuno capisce come mai siano state colpite proprio queste palazzine. Lanciare un razzo costa circa 150 mila dollari. Di fatto è stato speso quasi un milione di dollari per distruggere edifici innocui e ammazzare innocenti.

Gli abitanti di questo villaggio non si immaginano nemmeno quanti soldi siano stati bruciati per colpirli, la loro preoccupazione principale è racimolare qualche rublo per coprire almeno con dei pannelli di legno le finestre. Chi non ha più un tetto sopra la testa pensa a salvare il salvabile ed a cercare un’altra sistemazione. Sono già diversi i civili che vivono nello scantinato della scuola e dopo oggi se ne aggiungeranno sicuramente altri. Tra queste persone c’è Vladimir, un 70enne che nelle sue borse ha riposto qualche abito, pochi oggetti a lui cari e il cibo che aveva nel frigorifero.

A distanza di poche ore l’esercito ucraino ha aperto il fuoco su Perevalsk (non lontano da Lugansk), colpendo un college, causando morti e feriti. In serata a causa dell’esplosione di un razzo a Kherson sono rimasti uccisi due adulti e due bambini.

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La guerra non è ancora iniziata – Vincenzo Costa

Papa Francesco ha parlato di “guerra mondiale”. Un’espressione sulle prime impropria. Si tratta, potremmo dire, di una guerra limitata, per una controversia di confine, al massimo di una guerra tra due paesi, se si vuole di una guerra dettata dalle mire imperiali di Putin. Eppure, forse Papa Francesco vuole invitarci ad allargare lo sguardo, perché è come se questo fosse catturato da due soli pezzi dello scacchiere, e in questo modo non presta attenzione alla posizione degli altri pezzi degli scacchi.

  1. Verso una nuova fase della guerra in Ucraina

La guerra in Ucraina è stata segnata sinora da due fasi. Nella prima la Russia mirava, sbagliando, a rovesciare il governo ucraino. Immaginava di trovare un largo consenso tra la popolazione ucraina, che sarebbe stata una sorta di guerra di liberazione. I russi hanno scoperto che non era così, che era una trappola. L’esercito ucraino era pronto, li aspettava, erano stati per anni costruite le necessarie trincee. La macchina della propaganda era già pronta. La Russia ha dovuto modificare i suoi obbiettivi e la sua strategia.

È iniziata una guerra di posizione, in cui la Russia ha svolto una funzione di supporto in una guerra civile interna all’Ucraina. Gli obbiettivi sono stati limitati al Donbass, al riconoscimento della Crimea e alla neutralità dell’Ucraina. I russi pensavano che su questa base un negoziato sarebbe stato possibile e una soluzione diplomatica del conflitto percorribile. Si sbagliavano.

Il governo ucraino ha messo chiaramente in luce che la soluzione era una sola: ritiro dei russi da tutta l’Ucraina, Crimea compresa. Evidentemente, sapevano di poterlo fare.

In questa fase, i russi hanno comunque cercato di limitare l’estensione del conflitto. Non abbiamo visto bombardamenti a tappeto delle città, come avevamo visto a Belgrado per esempio o in Iraq. Anche una certa cautela è stata avanzata. Per esempio, l’Azovstal poteva essere annichilito, senza combattimenti uomo a uomo, che sono molto dispendiosi e comportano perdite. Naturalmente, non ho dubbi che vi siano stati crimini, come so anche che gli ucraini bombardano i mercati delle città, facendo vittime tra i civili. Come del resto sappiamo che l’esercito ucraino usa scuole e ospedali come basi militari. Non è che in guerra vi siano dei crimini: è la guerra ad essere un crimine.

Ma ora è partita una controffensiva massiccia, che sembra abbia spezzato le linee russe, l’esercito ucraino è penetrato per decine di chilometri. Come è stato possibile?

In primo luogo, in virtù del fatto che l’Occidente ha inviato un intero arsenale, miliardi di dollari di armi, ma soprattutto in quanto queste armi vengono usate direttamente dagli occidentali, che forniscono l’intelligence, i dati per orientare i tiri, molte cose che possono essere fatte da remoto. Sul campo sono dispiegati una quantità enorme di “mercenari” e di “volontari”. Al netto significa che unità militari occidentali operano sul suolo ucraino senza le loro divise.

Decine di miglia di soldati ucraini vengono addestrati in Inghilterra e in altri paesi NATO, Borrel ha annunciato che i paesi UE ospiteranno e addestreranno sul loro territorio soldati destinati alle prime linee contro i russi, in modo da familiarizzarli con i sistemi d’arma occidentali.

Attraverso il confine tra paesi UE e Ucraina fluisce un fiume di armi, devastanti, che sta dissanguando le stesse riserve occidentali, al punto che il ministro degli esteri tedesco ebbe a dire: “dopo queste basta perché stiamo esaurendo le nostre scorte strategiche”.

È evidente che la NATO è dentro il conflitto, che lo dirige, lo supporta, lo organizza, fornisce tutte le informazioni (via satellite indica la localizzazione dei militari russi e poi dove dirigere i sistemi d’arma, che gli USA forniscono). La guerra è tra NATO e Russia.

Sinora i russi hanno accennato a ciò, ma hanno evitato di trarne tutte le conseguenze. Probabilmente perché pensavano che si sarebbe giunti a un negoziato. Perché trarne le conseguenze ha conseguenze militari devastanti. Significa rendere obbiettivi strategici luoghi lontani dal fronte, colpire in maniera massiccia parti dell’Ucraina lontani dal fronte. I russi hanno un po’ fatto finta che la guerra fosse limitata al fronte. Ogni tanto qualche missile, ma più per dire “ci siamo” che per qualcosa di significativo.

Adesso questo gioco non può più essere sostenuto. Continuare così significa portare al massacro i propri soldati, demotivarli. La guerra entra in una nuova fase, in una terza fase.

Leggo che settimana prossima Putin effettuerà delle chiamate internazionali, con leaders internazionali. Per dire cosa? Per alzare bandiera bianca?

Non sappiamo che cosa dirà, né lo sapremo. Ma possiamo immaginarlo, sospettarlo. Credo che li metterà sul chi va là, avviserà che il gioco cambia, che è finita l’epoca del far finta.

Vi è del resto un punto che resta oscuro in tutta questa controffensiva. Essa era annunciata da mesi, persino normali cittadini come noi sapevano che vi erano nuovi armi, soldati addestrati. Dovevano saperlo anche i comandi russi. Eppure non è stato rafforzato il fronte. Non è stato fatto niente per prepararsi a questa controffensiva. Inefficienza dei comandi russi? Deficit di intelligence?

Solo quando i buoi sono scappati il ministero della difesa russa ha diffuso video con colonne di camion e armamenti che si dirigevano verso il fronte.

L’impressione che si ha è che sia stato voluto. Perché? Perché si sta per entrare in una nuova fase della guerra in Ucraina, una fase ancora più sanguinosa, più insidiosa, pericolosa, con grandi probabilità di allargamento del conflitto.

La popolazione russa deve sentire che la patria è in pericolo, e lo è davvero, perché se davvero gli ucraini sfondassero in profondità la Russia diverrebbe terra di conquista come lo fu nell’epoca di Yeltsin.

I russi devono capire che si combatte per la patria, che non è più una guerra verso l’esterno.

  1. Allargare lo sguardo agli altri pezzi della scacchiera

C’è un fuoco che può divampare, e questo emerge se, sommariamente e senza poter connettere tra loro i puntini allarghiamo lo sguardo agli altri pezzi della scacchiera.

1) C’è un conflitto latente tra Grecia e Turchia e le autorità greche hanno comunicato alla UE e alla NATO che vi è la possibilità di un conflitto altrettanto devastante in Europa, tra Grecia e Turchia. La Turchia è il secondo esercito NATO, ma sta giocando in maniera spregiudicata, su tutti i tavoli. Senza la Turchia la NATO sarebbe monca, sguarnita su un fianco fondamentale. Quale prezzo chiederà Erdogan? Ed Erdogan ha mira molto ambiziose in Asia, che può realizzare solo a due condizioni: o con il disfacimento della Federazione russa o con il suo consenso regolato.

2) La Serbia sta riarmando, soprattuto con sistemi di difesa antiaerea. Comprensibile dopo l’esperienza dei bombardamenti di Belgrado. In quel caso tutto fu reso possibile dalla debolezza russa. Ma ora le cose sono cambiate, e la Serbia si rifiuta di riconoscere il Kossovo. Del resto, perché dovrebbe? I motivi di conflitto crescono. La serbia acquista droni dalla turchia. Il gioco è complesso.

3) L’Ungheria si smarca dall’Occidente, del resto che non ami particolarmente l’Ucraina è comprensibile. Le minoranze ungheresi erano duramente represse ed invitate ad andarsene dai nazionalisti ucraini. Poi, l’Ungheria ha chiaro che gli USA stanno stritolando la UE, capisce che il vento economico gira in un altro modo, e piuttosto che entrare a fare parte degli agnelli sacrificali gioca la sua partita (gas russo a prezzi stracciati, che significa “signori, investite qui che abbiamo costi dell’energia accettabili e producete in maniera concorrenziale”). Le minacce stanno perdendo peso.

4) La Libia è sempre una polveriera, dominata da Russi, turchi, i francesi presi a calci nel sedere dopo avere combinato un mare di guai ai nostri danni (col silenzio di Gentiloni, ma si sa che era un cameriere non un presidente del consiglio italiano)

5) A Taiwan continuano le provocazioni alla Cina, prima le visite, poi la vendita di armi, poi flette giapponesi attorno all’isola. Chiaro che si vuole provocare il dragone, in modo da gridare poi come sempre “c’è un aggressore e c’è un aggredito”. La Cina mostra i muscoli ma sta sulla sue. I cinesi ragionano nell’ordine dei secoli, non reagiscono. Colpiranno quando lo decisono loro, non quando li costringono gli altri. E colpiranno quando avranno sviluppato il loro arsenale nucleare al giusto livello. La cosa è in corso.

6) Il ministero della difesa polacco dice che nel periodo tra “tre e dieci anni” la polonia entrerà in guerra con la Russia. Il riarmo è pesantissimo. Ma la Polonia gioca per sé, non per l’Ucraina. La Polonia ha avviato una disputa persino con la Repubblica Ceca, a cui chiede la restituzione di pezzi di territorio. Figuriamoci con l’Ucraina. I polacchi ragionano in termini di grande Polonia, di cui l’Ucraina è una parte, per non dire che un pezzo di Ucraina la considerano Polonia a tutti gli effetti. Agli ucraini i polacchi dicono più o meno quello che Renzi diceva a Letta: “stai sereno”.

Sono solo alcuni pezzi, ve ne sono molti altri.

Tanti pezzi, ma un unico gioco. Ogni mossa modifica il sistema.

Ognuno sta posizionando i propri pezzi, in vista della guerra, tutti riarmano, anche noi lo facciamo.

La guerra non è ancora iniziata. E’ in cammino, un cammino lento ma deciso, con una direzione chiara

da qui

 

 

 

 

 

INIZIATIVA SALVARE LA TERRA – FERMARE LA GUERRA

Revochiamo le sanzioni energetiche contro la Russia che ci separano dalla pace. 

Indirizziamoci invece verso la soluzione negoziata e cooperativa del conflitto!

 

https://www.petizioni.com/nonsiamoinguerra-nosanzioni

(notare tra i promotori Moni Ovadia)

 

Perché opporsi alle sanzioni energetiche contro la Russia (proponendo la conversione energetica come “ponte di pace”, aggiungiamo noi Disarmisti esigenti)?

Segnaliamo argomentazioni nell’Editoriale pubblicato in prima pagina su Le Monde Diplomatique – settembre 2022 (attualmente in vendita nelle edicole).

 

Fino a quando, fino a dove? è il titolo del pezzo di Serge Halimi

 

Leggiamo dell’invito ad affrontare le sanzioni non come questione simbolica:

Gli Stati che volevano «punire la Russia» hanno indubbiamente ottenuto dei risultati (non può più acquistare pezzi di ricambio e tecnologie sensibili), ma senza avvicinarsi – neanche lontanamente! – agli obiettivi pre visti sei mesi fa. (…)  Il finanziamento della «macchina da guerra russa» non ha sofferto, a differenza del potere d’acquisto degli europei, colpiti dalla decisione sconsiderata dei loro dirigenti. La politica energetica comune, di cui queste sanzioni avrebbero dovuto essere il coronamento, si è così risolta in un disastro senza appello. Soprattutto per le categorie popolari, il cui reddito disponibile già fatica a mantenersi al di sopra della linea di galleggiamento“.

 

Conclusione di Halimi:

Si critica giustamente il fatto che a Mosca le decisioni che hanno portato alla guerra e a tanta miseria abbiano potuto essere prese da un solo uomo o quasi. La situazione altrove è così diversa? E ancora per quanto?”

 

 

“Dio, patria e famiglia”: ecco perché quello slogan è una bestemmia – Enzo Bianchi

 

Siamo in un’ora in cui difetta il pensare, il riflettere, e anche il linguaggio ne risente. Non solo si impoverisce ma si fa rozzo, barbaro e ricorre agli slogan. D’altronde lo sappiamo tutti: quando manca il pensiero si alzano i toni e si fanno risuonare parole per provocare emozioni, e questo vale ovunque, fino ai comizi di piazza.

Essendo vecchio non dimentico le scritte sbiadite sui muri rimaste dall’epoca fascista: “Credere, Obbedire, Combattere!”, “Autorità, Ordine, Giustizia!”, “Dio, Patria, Famiglia!”.

Mi pare significativo che siano tornate a risuonare oggi: “Dio, Patria, Famiglia” è uno slogan che mi turba. Perché queste tre parole messe una dopo l’altra, fatte bandiera e labaro tra gente che si pensa forte, per me risuonano non solo come sinistre, ma come una bestemmia. Parole di un tempo e di una cultura che non vorrei vivere.

Come cristiano sono convinto che la parola “Dio” è un termine eminente ma insufficiente, dietro il quale si celano emozioni che sono proiezioni umane. La maggior parte delle immagini che ci forgiamo di Dio sono perverse. Come cristiano sono convinto che solo Gesù ha raccontato e mostrato chi è Dio.

Il Dio di Gesù non ama essere proclamato, né invocato contro qualcuno, ma ama che lo si pensi il “Dio con noi”. Non ha bisogno che lo difendiamo né che lo imponiamo nella società in cui viviamo. Gli si reca offesa se lo si strumentalizza come un elemento identitario, se lo si trascina nell’agone politico.

Quanto alla Patria, per fortuna la mia generazione non ha più servito l’ideologia nazionalista, un idolo in nome del quale, nelle guerre, si sacrificavano tante vite umane. Amiamo la nostra terra, ma anche quelle degli altri, convinti che “ogni terra per il cristiano è straniera e ogni terra straniera per il cristiano è patria”, come si legge in A Diogneto, il testo di un cristiano del II secolo, quando i cristiani potevano vivere come minoranze in dialogo e in pace nella marea pagana dell’impero romano. No, per noi oggi non è più bello morire per la patria.

Quanto alla “Famiglia”, quella che poteva essere invocata non esiste più, è andata in frantumi con il paternalismo, la sottomissione delle donne, l’impossibilità per i giovani di prendere la parola. Nasciamo in una famiglia e da essa siamo accolti, e questa è una grazia grande. Ma quando dobbiamo costruire una vita cerchiamo l’amore al di fuori della famiglia.

Significa che anche la famiglia è insufficiente: non dobbiamo farne un mito o un idolo. È necessario vigilare contro il familismo che forgia una ideologia non a servizio dell’amore umano, ma dei controllori dell’ordine morale.

Ci scandalizziamo se questi slogan sono gridati oggi in Russia dal potere religioso e da quello politico, ma poi permettiamo che siano proposte come programma nella nostra stanca e vecchia, ma sempre valida, democrazia. L’idolo è sempre un falso antropologico, fonte di alienazione. “Dio, Patria, Famiglia!”: tre parole che se gridate sono una bestemmia e dovrebbero rappresentare per tutti lo spettro di una prigione.

da qui

 

L’Italia compra da Israele aerei-spia per 550 milioni di dollari – Antonio Mazzeo

 

L’accordo concluso dal governo Draghi prima delle dimissioni. I due velivoli già acquistati nel 2011 sono usati per operazioni top secret in Europa orientale

 

Come rifornirsi di aerei spia in Israele e indebitarsi per miliardi di euro fino alla metà del XXI secolo. Prima di formalizzare le dimissioni, il governo Draghi ha concluso un accordo con le industrie militari israeliane per l’acquisto di due sofisticati aerei di pronto allarme e intelligence da destinare alle cosiddette «missioni speciali» dell’Aeronautica militare. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’holding Iai – Israel Aerospace Industries ha firmato un contratto con l’Italia per un valore di circa 550 milioni di dollari per la vendita degli aerei spia e la fornitura dei servizi di supporto e logistica a terra per le forze aeree italiane.

L’OK AL PROGRAMMA era stato dato dal parlamento tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 (al tempo il premier era Conte), ma il contratto con l’industria aerospaziale israeliana è stato sottoscritto all’inizio di marzo 2022. Nello specifico verranno consegnati due velivoli Caew (Conformal Airborne Early Warning & Control System) basati sulla piattaforma del jet Gulfstream G550 sviluppato dall’azienda statunitense Gulfstream Aerospace, appositamente modificato e potenziato dalla israeliana Elta Systems Ltd, società del gruppo Iai.

«Gli aerei Caew hanno funzioni di sorveglianza aerea, comando, controllo e comunicazioni, strumentali alla supremazia aerea e al supporto alle forze di terra», spiegano i manager israeliani. «Radar, sensori avanzati e sistemi di raccolta di informazioni forniscono all’operatore una piena consapevolezza della situazione per la gestione delle battaglie aeree; la grande mole di dati raccolti ed elaborati possono essere trasferiti in tempo reale ai vari attori coinvolti».
Grande enfasi per le capacità belliche dei velivoli made in Israel è stata espressa dal generale Alberto Rosso, a capo dello Stato maggiore dell’Aeronautica fino all’ottobre 2021: l’E-550 Caew «è in grado di offrire alle Forze di Difesa italiane un contributo operativo decisivo per il raggiungimento della superiorità informativa».

LE FORZE AEREE avevano già acquistato due Gulfstream nell’ambito del maxi-accordo di cooperazione militare Italia-Israele del 2011 che ha previsto anche la fornitura di un sistema satellitare all’esercito italiano e di caccia-addestratori di produzione Leonardo Spa all’Israel Air Force. Nel maggio 2020 il ministero della Difesa ha firmato un ulteriore contratto con Elta Systems per la gestione decennale dei servizi logistici e supporto per la stazione di terra associata alla flotta degli aerei spia, con una spesa di 332 milioni di euro. L’ambizioso programma del Ministero della Difesa approvato dalle Camere lo scorso anno, oltre alla seconda tranche di Gulfstream, include l’acquisto di altri sei aerei della stessa tipologia. Nel 2020 l’onere finanziario previsto dal governo per gli otto aerei-spia più servizi di manutenzione e supporto logistico-infrastrutturale era di 1.223 milioni di euro, da spalmare sui bilanci annuali fino al lontano 2056.
I primi due aerei Caew sono stati assegnati al 14° Stormo dell’Aeronautica militare di stanza a Pratica di Mare (Rm), alle dipendenze del Comando Forze di Supporto Speciale. Secondo lo Stato maggiore, negli ultimi due anni questi velivoli hanno effettuato 650 missioni d’intelligence.

DA QUANDO È SCOPPIATO il conflitto in Ucraina, vengono impiegati stabilmente per operazioni top secret nello spazio aereo dell’Europa orientale e nel Mar Nero, principalmente ai confini con il territorio ucraino, rumeno, bulgaro e moldavo. Così come avviene con i pattugliatori “Poseidon” di Us Navy e dei droni “Global Hawk” di US Air Force e “Ags” della Nato che decollano da Sigonella, i dati sensibili raccolti dai Caew di Pratica di Mare vengono messi a disposizione delle forze armate di Kiev per pianificare la controffensiva anti-russa.

da il manifesto

da qui

 

 

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