Dov’è casa? Aereo-sorti (girando in aereo-porti)

di Alessandro Taddei


Marwan da tanti anni fa scalo in un piccolo aereoporto, lontano da Istanbul un’ora e mezza. Lo incontro in un caffè di Beirut, in quei giorni in cui non hai niente da fare se non ascoltare qualcuno che ti vuole bene e ti culla con le sue parole. Alla decima macchina che suona il clacson inizia la sua storia.

«All’inizio mi piaceva volare, sono entrato e uscito dai Paesi senza neanche vederli. In quel piccolo aereoporto di Istanbul potevo persino pregare. In mezzo ad una folla di gente di ogni Paese del mondo. Chissà se andava da qualche parte oppure semplicemente tornava a casa: da una madre, da un figlio oppure da nessuno. In fondo per quanto sia piccolo questo aereoporto, è pur sempre uno snodo per l’Asia e il Vicino Oriente.

Ore e ore ad aspettare, senza fare niente. Neanche internet. Solo un Mc Donald’s, un Burger King, un Doner kebab, un paio di bar. Gente vestita di bianco in ciabatte, prega in un’area riservata. Nello schermo passano i nomi dei voli, uno dopo l’altro: chi va a Teheran, chi a Sofia, chi a Beograd, chi a Tel Aviv. Nella fila a fianco di chi parte per la Palestina ci sono io che vado a Beirut. Mi fa ridere vedere due Paesi divisi da un muro che si trovano nello stesso corridoio a prendere un aereo che parte a qualche ora di distanza, l’uno dall’altro.


L’aereporto non cambia negli anni, resta sempre uguale, neanche un negozio nuovo, penso io. Potrebbero mettere almeno un internet gratuito come in tutti quei grandi e civili aereporti che costruiamo ovunque. Mi annoio sempre più. Passo il tempo a guardare la gente che sta ferma davanti agli schermi degli orari.

Prendo un caffè che fa schifo e vado a fumare in una specie di terrazza scoperta in acciaio. Fa freddo, è febbraio e io faccio sempre lo stesso lavoro: prendo aerei.

Come me altri lavoratori prendono aerei tutte le settimane e ci ritroviamo qui, nella terrazza d’acciaio, a spegnere sigarette, una dopo l’altra, nel portacenere di metallo. Non facciamo altro che aspettare il nostro imbarco. Ci sono turchi, arabi, lavoratori dell’Est europa, ogni tanto alziamo la testa dal sovra-pensiero e ci incrociamo con gli occhi. Abbiamo sguardi stanchi dal primo sonno, la barba non fatta e alle volte ci scappa un’intesa solidale. Poi arriva una donna dell’aereoporto a fumare. E’ la più bella, ha dormito in un letto, ha abiti puliti, il rossetto, gli abiti nuovi. Ci consoliamo con poco noi maschi, una boccata di sollievo e di tabacco. La lascio passare facendo due passi indietro, penso che mi risponda teşekkür ederim invece fa un cenno con la testa e dice sottovoce spas.
Sotto i nostri piedi si muovono gli attrezzisti con i muletti da una parte all’altra dell’aereoporto. C’è quasi solo una compagnia aerea gialla e rossa che soggiorna e passa per di qua: le hostess non sono un granchè e ti trattano male. Se almeno avessi un lavoro con Emirates loro mi accoglierebbero in modo affabile e io mi sentirei più importante. Ma sono un semplice lavoratore, non mi pagano certo biglietti di prima in aerei costosi, così mi tocca il solito posto e la voce stanca di un’altra emarginata che mi offre un panino freddo a 8 dollari poco dopo il decollo.

Siamo i lavoratori della globalizzazione, quelli che per qualche ragione non hanno scelto di entrare in un’attività stabile a casa propria e si sono fatti prendere la mano nell’epopea del partire e tornare, imbarcare merce, importare ed esportare manualmente. La mente e il corpo si adattano al viaggio, alla distanza, appianano le differenze, le lingue, le realtà, si insipidano i sapori e fa diventare tutto maledettamente uguale. Mentre sono perso nei miei pensieri il turco a fianco a me, nella terrazza, sputa per terra, spegne la sigaretta nella sua saliva e se ne va incazzato nero. Respiro, mi prometto che da domani cercherò di evitare lavori globalizzati e proverò a prendermi cura dei dettagli nelle piccole situazioni.
In fondo l’unica cosa che ho voglia di fare dopo tanti anni è costruire percorsi illogici in un contesto umano stabile, lontano da questo movimento che di umano non ha più niente. Solo sguardi persi in qualche screen o tra le miglia da percorrere.
Allora prendo l’ennesimo caffè a un costo improbabile e sorrido a una ragazza che porta uno zaino sulle spalle. Si capisce che viaggia per viaggiare e mi rende felice l’idea. Lei ha ancora la speranza di chi parte per la prima volta verso il mistero. Conosco quello sguardo, è lo stesso che avevo io la prima volta che iniziai a viaggiare con questi aerei mordi e fuggi. La felicità dell’uscire e del tornare a poco. Prego per la sua bellezza: non estetica, bensì interna. Che la working class della globalizzazione non la prenda con sè e non la porti ad appiattire la propria vita come ha fatto con me.

Il suo sguardo ancora oggi è impresso nel mio cuore e ogni tanto penso che quella sua ingenuità sia stata la chiave per farmi tornare a sprizzare amore e a vedere ancora i paesaggi come luoghi. Non c’è più una buona ragione per entrare nel grande sistema, almeno per me. Sto meglio da quando respiro il profumo di una piccola strada di paese,dove posso voltarmi indietro di pochi passi e capire che è casa«».

Al centesimo clacson Marwan finisce la sua storia, non credo smetterà di fare il suo lavoro, solo rallenterà il ritmo; ma il suo pensiero sulla working class della globalizzazione mi fa riflettere molto anche per la mia vita. Così mentre lo saluto e prendo un Service per tornare a casa – a Tiro – apro il mio what’s app per chiamare un’altra casa a circa 3000 km di distanza dove posso sentire la voce di mio figlio. L’aereoporto piccolo di Instanbul fra poco chiuderà i battenti e altri se ne apriranno: la globalizzazione non è che all’inizio della sua transformazione ma io ho ancora con me una vecchia bussola da marinai, nel caso avessi la tentazione di perdermi nel mare nero del mondo.
L’IMMAGINE – scelta dalla “bottega” – E’ DI JACEK YERKA, UN GRANDE VIAGGIATORE FRA POSSIBILE E (QUASI) IMPOSSIBILE.

Alessandro Taddei

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