Due orribili 30 maggio per Roma

Calcio e armi: come morì “Ago” e come pianse una città

di Gianluca Cicinelli

Per molti milioni di persone residenti fuori e dentro il Raccordo Anulare il 30 maggio è fra tutte la più orribile data da ricordare. Perse la Coppa dei Campioni la Roma allo stadio Olimpico il 30 maggio 1984, ai rigori con il Liverpool; e perse il mondo giallorosso con l’Italia dello sport “il capitano dei capitani” il 30 maggio 1994, quando Agostino Di Bartolomei mise fine alla sua breve vita esattamente nel decimo anniversario di quella finale il cui risultato non fu mai accettato.

I due fatti sono purtroppo collegati da un filo che all’epoca aveva srotolato soltanto il capitano di quella tragica notte, in cui una coppa considerata vinta prima ancora di giocare la finale – un errore imperdonabile nel calcio anche se giochi contro una squadra di ragazzini – determinò la vita di migliaia di persone rovinandola e provocò forse la morte di colui che la notte del 30 maggio 84 era in campo alla conquista romana dell’Europa (duemila anni dopo quella dell’Impero) che non arrivò mai.

Quella notte alla stadio Olimpico di Roma piangevano famiglie intere, bambini, signore eleganti e ragazze con vestiti sportivi. I padri non sapevano dare spiegazioni ai figli. E la coppa era ancora dentro lo stadio quando qualche ultras scrisse sulle mura del Foro Italico «La coppa non esce da Roma» rendendo ancora più incandescente una situazione che tornò faticosamente alla calma soltanto alle prime luci del mattino successivo.

La Roma perse sul campo, il Liverpool vinse meritatamente: c’è poco da fare. Il “divino” Falcao, ottavo re di Roma prima dell’avvento di Francesco Totti, rifiutò di calciare uno dei rigori decisivi. La leggenda narra che Agostino negli spogliatoi lo appese al muro dopo avergli dato del vigliacco. Perchè Agostino era il Capitano di un gruppo di persone e non soltanto di bravi calciatori; era l’autorità morale che nei momenti di crisi dava consigli ai più giovani e aiutava i compagni in difficoltà. Sentì su di sè la responsabilità di quella sconfitta per sempre.

Chi ha partecipato alle manifestazioni degli anni 80 in corteo per l’Italia ricorderà lo slogan gridato dai pacifisti «l’unica bomba che amiamo è quando Di Bartolomei tira da lontano» a sottolineare la potenza dei calci da fermo, rigori e punizioni di “Ago”.

Ma purtroppo Agostino aveva un’insana passione per le armi. Girava con un borsello, come si usava allora, dove teneva un revolver calibro 38, una Smith & Wesson carica. Lo portava anche negli spogliatoi durante gli allenamenti.

Agostino Di Bartolomei è stato uno dei primi laureati del calcio italiano. Un ragazzo all’antica, serio, anche troppo serio: mai un sorriso durante le interviste rilasciate in un perfetto italiano che non era comune negli anni 70 e 80 per chi giocava a pallone. Silenzioso e schivo, abituato a rispondere con i fatti sul campo alle critiche di avversari e tifosi. Ma trovava conforto in quella maledetta pistola che portava sempre con sé. E quel ragazzo che non rideva mai era capace di fare scherzi di una certa pesantezza ai suoi compagni brandendo l’arma anche negli spogliatoi. Aveva dinanzi a sè quell’arma il 30 maggio del ’94, quando se la puntò al cuore e fece fuoco togliendoci la gioia per la sua presenza. Nel biglietto che fu trovato accanto a lui aveva scritto: «mi sento chiuso in un buco».

Pochi giorni fa è uscito un libro scritto da Luca Di Bartolomei, il figlio di Agostino: s’intitola «Dritto al cuore», per Baldini e Castoldi (*) in cui partendo dalla sua vicenda personale ci racconta il cammino umano del padre senza ipocrisie e agiografie. Luca mette nero su bianco ciò che noi tutti tifosi della Roma pensiamo: “non riusciamo a perdonarti Capitano per il dolore che ci hai provocato, anche se ti ameremo per sempre”. E se ha causato un dolore incolmabile dentro noi che semplicemente tifavamo per 11 persone in mutande con la maglia giallorossa, come può perdonare un figlio rimasto senza padre per una presenza assurda? La presenza di qualla maledetta pistola a cui Luca Di Bartolomei – proprio nel pieno delle discussioni sulle leggi proposte da Salvini e dal governo per rendere più semplice il possesso e la detenzione in casa di un’arma – dedica molte pagine del suo libro. Non è un antimilitarista Luca, lo racconta nel testo; non è contrario alle armi in genere ma precisa anche la sua profonda convinzione che l’utilizzo di ogni arma debba essere una prerogativa esclusiva dello Stato. Scrive: «Le armi sono pericolose di per sé e il loro uso, la custodia e la manutenzione sono azioni che necessitano di una consuetudine, una meticolosità e di un’attenzione estrema». La sua proposta quindi – basata come abbiamo visto su una tragica esperienza autobiografica – è respingere come società civile la richiesta di una proliferazione di armi in mano a privati. E sarebbe, fra gli altri vantaggi, un modo per dare un senso a quel maledetto colpo di pistola che ci ha sottratto Agostino.

(*) qui Bettini, Ciotti, Di Bartolomei, Ingrao, Leone, Norwich, Pacchioni, Uson c’è la recensione di Valerio Calzolaio

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

ciuoti

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