E.V.A. e la mela di cemento

di Enrico Caravita

Un amico torna in Italia per motivi di lavoro.

Arriva per lavoro a Ravenna, la città in cui vivo, e ci incontriamo.

Mi dice: – Devo andare all’Aquila per un sopralluogo, a maggio dovrò allestire una mostra fotografica -.

Aggiunge: – Questa mostra fotografica è uno dei progetti sostenuti e promossi da Misa, un’associazione di promozione sociale di Pescomaggiore, frazione dell’Aquila -.

Continua: – Oltre a questo progetto Misa promuove il progetto Eva -.

– Progetto Eva? – io.

A questo punto mi prude il ginocchio, il segnale inequivocabile, la curiosità si impossessa di me.

Grattandomi gli chiedo: – Cos’è Eva? -.

– Eva è E.v.a.: eco villaggio auto-costruito, post sismico -.

???????????????????? – il fumetto si materializza visibilmente sopra la mia testa.

Il prurito aumenta vertiginosamente e incalzo: – … ma prego … continua pure Riccardo! -.

– Sono le case dipaglia!– mi dice guardandomi negli occhi.

???????????????????? – sempre io.

Poi Riccardo, come posseduto da un demone, sbarra gli occhi ed incomincia a parlare con parole, che poi scoprirò, di Misa:

… Pescomaggiore è uno dei borghi in buona parte distrutto dal sisma del sei aprile 2009. Ci vorranno anni per ricostruirlo e questo può significare il suo abbandono. Un gruppo di sfollati di Pescomaggiore e di altri luoghi del cratere, che già avevano dato vita ad un comitato per la Rinascita del borgo (Comitato per la rinascita di Pescomaggiore), hanno deciso di ricostruirsi da soli la casetta in cui vivere nei prossimi anni, e con essa un abitare diverso e un futuro per la loro terra. Con i loro soldi e quelli delle donazioni.

… Eva nasce da un’idea di costruire case ecologiche nel rispetto delle norme anti-sismiche, confortevoli nelle rigide temperature di montagna, auto-costruibili, a filiera corta e infine economiche.

… per vivere non basta avere una bella casa: abbiamo bisogno di un vicinato solidale e di coltivare rapporti osmotici e di scambio col territorio e fra le persone.

Il villaggio è dotato di un impianto di fitodepurazione e di compostiere per gli orti (irrigati anche grazie all’incanalamento dell’acqua piovana). L’acqua calda è prodotta da un sistema di pannelli solari termici.

… Nel cantiere Eva sono passate tantissime persone, provenienti da ogni parte d’Italia e del Mondo. Questo ci ha permesso di creare una rete fatta di amicizie e competenze; di dar vita ad una sinergia virtuosa tra volontari, G.A.S. (gruppo di acquisto solidale) e Banche del Tempo per la creazione di un circuito di vendita diretta e di mutuo soccorso tra piccoli produttori agricoli e consumatori critici, oltre a forme di turismo rurale a bassissimo impatto.

Si costruiscono così, dal basso, nuove opportunità di reddito che contrastano la migrazione dei nostri territori.

… Centrali per il progetto Eva, oltre al mantenimento di un orto di sussistenza, anche il recupero di coltivazioni tradizionali del nostro territorio (farro, grano solina, zafferano, patata turchesa). L’impianto di frutteto di frutta antica e la reintroduzione dell’apicoltura, fondamentale per la conservazione della agro-bio diversità delle terre, ormai abbandonate intorno al paese”.

 

Poi silenzio.

Riccardo giace immobile sulla sedia con gli occhi chiusi.

Io, immobile, aspetto un segnale da lui.

Lo desto dal … dal transfert?

Gli dico: – Andiamo, chiama il contatto e chiedi se puoi portare un amico. Chiedigli se posso accompagnarti, daiii … – aggiungo.

Sotto shock Riccardo chiama il contatto e … partiamo.

 

______________Vrooooooooooooooommmmmm …………………

 

Percorrendo l’autostrada del Sole mi accorgo che i cartelli con su scritto L’Aquila sono quasi del tutto assenti. Incontro, solo&soletto, il primo nei pressi dello svincolo per Teramo, poi allo svincolo il nome non c’è:

– Perché non c’è? – dico ad alta voce.

Proseguiamo ancora per venti chilometri in direzione Pescara e prendiamo la deviazione Roma – L’Aquila.

Evviva! Per la seconda volta da quando siam partiti vediamo il nome L’Aquila.

Evviva due volte! Significa uscire finalmente da quel non-luogo che chiamiamo autostrada.

 

—Aperta parentesi—

Comoda sì la nostra autostrada, ma pure cara, nel senso di costosa intendo! … e oltretutto con tutti i tutor che ci sono manco è veloce, allora se piano devo andare perché non prendere le provinciali???!!!

—Chiusa parentesi—

 

Perfetto! Siamo fuori dal serpentone grigiogrigio e finalmente ci immergiamo nel paesaggio del Parco nazionale del Gran Sasso.

Mai stato prima; impressionante!

Che natura.

Che forza.

 

Drizzo le antenne e tenendo il volante guardo il dopo percorrendo la provinciale che mi porta alla città, vedo i primi segni di crollo intanto penso alle case di paglia dove saremo ospiti, e ai quattromila quattrocento nove alloggi del progetto C.A.S.E.

Ma restiamo sulla quello che sto vedendo:

una natura iMMeNSa (maiuscole consonanti perché Loro possono allontanare l’orizzonte della nostra memoria e permetterci di rivivere i paesaggi indelebilmente fissati nel nostro ricordo), potente e selvaggia.

Gli abitanti che incontriamo lungo la strada verso la nostra meta, il benzinaio, la fornaia, ne mostrano i segni ed i colori.

Viso, pelle e corporatura.

Mai ero stato negli Abruzzi e già mi piacciono.

Affascinato mi immergo completamente.

 

Prima tappa in questa terra, il distributore di benzina per ridar vigore al mulo che fin qui ci ha portato, poi al forno per comperare il pane con le patate da portare in dono a chi ci ospiterà.

Buona norma per chi è ospite!

È il galateo che qui si chiama Natura a suggerirci le mosse.

 

Oltre la strada mi faccio guidare dai pensieri,

con in testa le immagini del terremoto, percepisco la fragilità dell’uomo e delle città che si inerpicano su questa terra. Le costruzioni umane sono “appiccicate” al terreno, non vi è armonioso sviluppo. C’è un abisso tra la natura e quello che l’uomo ha costruito e l’abisso è più grande se il confronto è con edifici recenti. Come accade in altri posti d’Italia si perde l’armonia tra la natura e quello che l’uomo ha costruito, lo scarto tra natura ed il resto è enorme. Qui la terra, il Gran Sasso, è selvaggio.

 

Riguardo la strada e con Riccardo cerchiamo la direzione per Eva.

I ponteggi di sostegno per le case crescono proporzionalmente al numero di case che incontriamo e … arriviamo al villaggio. Cinque case!

Un piccolo centro.

Un inizio.

Un cantiere aperto.

Ci sono armonia, colori pastello, animali, legno, cemento e paglia.

Un piccolo agglomerato con case costruite e un paio in costruzione. Un villaggio in costruzione.

Dalla strada si scende verso un declivio e via via il villaggio si sviluppa, come le coltivazioni.

Incontriamo gli abitanti.

Aquilani e non. Stanziali e stagionali.

Vita in fermento.

Costruttori e progettisti.

Ci sono legali e professionisti web.

Ecco un esempio di come può nascere e crescere un villaggio ai giorni nostri.

Osservo curioso.

Ci sono abitanti stanziali, i residenti, e non, che per periodi si trasferiscono per lavorare. Supporto legale, informatico e di altre natura. Ci sono volontari e ci sono gli amici del villaggio che semmai si ritrovano qualche giorno libero e vengono per salutare gli amici e per dare una mano, ognuno secondo le proprie competenze e secondo la necessità.

 

Ci presentiamo, pranziamo, chiacchieriamo e ci godiamo il sole del primo pomeriggio prima che scivoli dietro i monti.

C’è una casa per gli ospiti che funge da sala da pranzo comune, da ufficio e … .

C’è la wireless che ti connette con il resto del mondo.

 

La residenza è sì una differenza ma non una discriminante. Perché il campanile dove nasce e cresce una comunità non è più quello della chiesa ma è un’idea fondante di un progetto che sviluppandosi si dirama. Nell’idea ci si riconosce e l’idea diventa identitaria.

Così i muri o le frontiere spariscono d’incanto. Si può collaborare attivamente ad un progetto anche a distanza in differenti modi che solo la realtà delle cose e la fantasia degli interpreti possono creare.

Il progetto come i sostenitori diventano in qualche modo sia soggetto che oggetto, coincidono o si specchiano.

Allora il gruppo, il villaggio ha un suo centro (EVA), piccolissima frazione futura di Pescomaggiore, a sua volta frazione dell’Aquila, e le sue periferie o periferiche, sparse.

E da quanto mi viene detto sia in Italia sia nel mondo. Ecco allora spariti i confini che dividono la terra! Ecco che le bandiere diventano tovaglie su cui adagiare cibo, coperte per proteggersi dal freddo, fazzoletti per trasportare aiuti da un posto a un altro e tetti per ripararsi dalla pioggia.

Con i ragazzi andiamo dentro L’Aquila dove c’è solo silenzio, rotto dal rumore dell’elettricità e dal motore delle jeep dei militari che presidiano le rovine.

Passeggiamo in quello che era e che ora è tenuto in piedi da ferro e ferro. Quello che è rimasto in piedi è perché è sostenuto, da altri edifici o da strutture post terremoto.

Frammenti.

Echi.

Parole che raccontano il prima ed il dopo.

I soprusi, le menzogne intervallati a ricordi.

Ricordo il freddo che quando cala il sole diventa gelo, ghiaccia.

Si ritorna dove si può camminare liberamente senza pericolo, che è qui, poi ti giri e vedi che tra te e un crollo ci sono solo dieci metri.

Gli occhi vedono, la mente rivive immagini a colori e le voci raccontano.

 

Cosa resta de L’Aquila?

Poco se parliamo di edifici, tanto se parliamo di persone.

C’è vita?

È piena di vita.

Mi domando: – Di cosa è composta una città? … edifici? Persone?

Se rispondo ‘gli edifici’ sono pessimista. Subito penso alla città di Troia. Costruita e distrutta, costruita e distrutta, eccetera eccetera … fino all’ultimo epitaffio: “L’Iliade”.

Se rispondo ‘le persone’ sono ottimista. Penso ad altre persone e ancora altre persone, così via, generazione dopo generazione.

La penna segna, il pennello disegna.

Le mani creano.


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