Ecuador: Guillermo Lasso presidente (quasi) a sorpresa

Al ballottaggio dell’11 aprile il candidato della destra approfitta delle divisioni in seno alle sinistre e ai movimenti indigeni beneficiando delle fake news del suo stratega della comunicazione, Durán Barba, per rimontare Andrés Arauz, favorito dopo il primo turno, conquistando così Palacio de Carondelet.

di David Lifodi

                                       Foto: https://www.resumenlatinoamericano.org/

Un esito non del tutto pronosticabile, ma temuto, ha segnato l’esito del ballottaggio per la presidenza dell’Ecuador, dove, grazie ad una campagna sporca e alle divisioni in seno alla sinistra e al mondo indigeno, Guillermo Lasso alla fine è riuscito a conquistare la presidenza del paese.

Con poco più del 52% dei consensi, il magnate ha raggiunto e superato Andrès Arauz, fermatosi al 47% circa dei voti in un secondo turno contrassegnato dall’astensionismo.

Dopo i risultati del primo turno erano in molti a ritenere probabile una vittoria del correista Arauz e della sua coalizione Unión por la Esperanza (Unes), ma ad incidere sulla rimonta di Lasso è stata l’alleanza tra il suo partito, Creando Oportunidades, e il Partido Social Cristiano, ma anche la grande frammentazione all’interno della sinistra e del movimento indigeno, declinati nelle sue varie e diverse anime.

Lasso, già ministro dell’economia del governo di Jamil Mahuad, raggiunge la presidenza dopo due tentativi andati a vuoto, nel 2013 e nel 2017, e c’è da stare certi che proseguirà la devastazione economica e sociale già intrapresa da Moreno a beneficio delle élites economiche del paese. Rafael Correa, ex presidente e grande sostenitore di Arauz, ha ammesso che i dati in suo possesso facevano pensare ad una vittoria del candidato di Unes, danneggiato da fake news come quella che parlava dell’appoggio da parte della guerriglia elenista colombiana, a cui ha contribuito non poco, in qualità di stratega della campagna elettorale di Lasso, Durán Barba, abile a separare la figura di Moreno da quella del magnate, sebbene gli obiettivi e le finalità delle due presidenze di fatto coincidano, a partire dalla comune volontà di privatizzare il Banco Central de Ecuador, oltre alla scontata fedeltà giurata agli Stati uniti.

Esponente dell’Opus Dei, Lasso ha scelto Durán Barba, coinvolto in Colombia, negli anni Novanta, nel narcotraffico, al seguito del Partido Alternativa Liberal e già promotore della campagne elettorali di Álvaro Noboa, sempre in Ecuador, e di Mauricio Macri in Argentina. La scommessa su Barba si è rivelata decisiva, soprattutto grazie alla sua capacità di manipolare la realtà e di diffondere una serie di bugie ai danni di Arauz che una parte della popolazione ha finito per ritenere verosimili, a partire dalla cosiddetto rischio di Venezuelización del paese in caso di vittoria del delfino di Correa. E ancora, grazie a Durán Barba, con il sostegno dell’oligopolio mediatico del Grupo Clarín, è stata diffusa la notizia, anche questa falsa, di Arauz che avrebbe approfittato di una visita in Argentina per vaccinarsi.

Inoltre, a pesare sulla sconfitta di Arauz è stato il 16% di voti nulli, espressi forse da molti esponenti della Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Conaie), che aveva invitato a votare scheda bianca, ed un 20% di elettori che non si sono proprio recati alle urne.

Fin dai minuti successivi alla chiusura dei seggi in occasione del primo turno, si è parlato molto dell’appoggio di Yaku Pérez e del movimento indigeno Pachakutik a Lasso e, più in generale, molte sono state le opinioni espresse sul ruolo delle confederazioni indigene in merito al ballottaggio, come si può leggere qui: https://rebelion.org/tres-miradas-desdeel-movimiento-indigena-ecuatoriano/

Probabilmente Arauz, a proposito dell’estrattivismo minerario, avrebbe mantenuto le stesse posizioni di Correa e, aldilà dei sostenitori di Pérez che in buona parte hanno appoggiato Lasso al ballottaggio, il solco con diversi settori dei movimenti indigeni sarebbe rimasto troppo ampio. Può darsi che ciò abbia inciso sull’astensione che di fatto ha finito per aiutare Lasso, nonostante il giovane economista Arauz avesse promesso di dar vita ad un nuovo modo di fare politica rivolgendosi ai giovani, alle donne, agli stessi indigeni e agli afrodiscendenti.

Tuttavia, occorre ricordare che, nei giorni precedenti al ballottaggio, aveva ottenuto una certa diffusione il documento Por qué las izquierdas de Ecuador no apoyamos Andrés Arauz?, firmato, tra gli altri, da Conaie, Frente Unitario de los Trabajadores, intellettuali come Alberto Acosta e numerose organizzazioni sociali che invitavano a votare scheda bianca o a non recarsi ai seggi.

Nuestro voto nulo es porque no creemos en este sistema democrático corrupto dónde nuestros sueños no tienen cabida”, aveva dichiarato Leonidas Iza, presidente del Movimiento Indígena y Campesino del Cotopaxi, sostenendo, forse non a torto, visto quanto accaduto, che mai come in questo caso i processi elettorali sarebbero serviti per dividere le organizzazioni sociali, oltre a contestare Arauz per la sua continuità con il correismo, peraltro da lui dichiarato pubblicamente.

Nonostante l’astensione sia stata la strada scelta per evitare che il movimento indigeno si dividesse, in realtà al suo interno purtroppo si sono comunque verificati contrasti, ad esempio la Confederación de Pueblos de la Nacionalidad Kichwa del Ecuador (Ecuarunari) e la stessa Conaie hanno sconfessato l’appoggio ad Arauz da parte di Jaime Vargas.

Difficile prendere posizione pro Arauz o contro l’astensionismo che, da sinistra e dal mondo indigeno, innegabilmente ha avvantaggiato Lasso, ma la scelta indigena in ogni caso non deve sorprendere, basti pensare ai taglienti giudizi espressi dagli zapatisti su Lopéz Obrador: anche in quel caso il confronto, e anche lo scontro, all’interno delle sinistre, è tuttora aperto e difficilmente conciliabile e per l’Ecuador si prospettano altri anni all’insegna del neoliberismo e degli attacchi ai diritti civili, politici e sociali.

(*) Fonte: Peacelink

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Sulla questione ambientalista in Ecuador e sulle elezioni in Ecuador, Perù e Bolivia, leggi anche:

Acqua, forza motrice della Natura. La sua emancipazione attraverso la via delle consultazioni popolari – di Alberto Acosta

America latina, tra mobilitazioni sociali, elezioni e Covid-19 – di Marco Consolo

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

Un commento

  • Di Amlo e la bellissima esperienza messicana si è parlato poco. Poteva pesare molto di più nel consolidamento della sinistra anche in Equador.

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